Un bivio europeo

Theresa May tiene a Firenze il suo discorso “di visione” sull'uscita inglese dall'Ue. Tra Brexit, elezioni tedesche e secessionismo, il momento di dare forma alla nuova Europa è ora

22 Settembre 2017 alle 06:00

Un bivio europeo

Milano. Theresa May, premier britannico, arriva oggi a Firenze, dove terrà il suo chiacchieratissimo discorso “di visione” sulla Brexit. Da quando ha annunciato la location del discorso e la sua volontà di fare chiarezza su quel che ci si aspetta a Londra nel negoziato di uscita dall’Unione europea, è successo di tutto: rivolte interne nel suo partito, capitanate dal ministro degli Esteri Boris Johnson, indiscrezioni da Bruxelles, foto rubate della bozza del discorso, cambi di casacca nel team dei negoziatori inglesi. La posizione della May è già fragile di suo, e la “bolla di Westminster”, che ora viene analizzata ogni giorno da un sito dedicato, non le è quasi mai d’aiuto. Ma il clima della vigilia si è un pochino rasserenato, almeno a prima vista: Johnson non s’è (ancora) dimesso né è stato cacciato (anzi, la May lo ha ospitato sul suo aereo di ritorno dall’Assemblea generale dell’Onu a New York), il “divorce bill” è stato per la prima volta quantificato (20 miliardi di euro, pochissimo, ma è un inizio) e Politico Europe ha registrato un approccio un po’ meno belligerante del solito da parte di Michel Barnier, caponegoziatore europeo. L’ipotesi di un “no deal” non è affatto esclusa, ma l’obiettivo comune – soprattutto attraverso gli accordi transitori: transitional is the new black – è tornato quello di non farsi troppo male a vicenda.

 

L’Europa inizia a tirare i conti di questo suo anno di inaspettata rinascita. Domenica si vota in Germania, Angela Merkel è data per vittoriosa, pure se sulla coalizione del governo che con tutta probabilità andrà a guidare – se i sondaggi sono accurati – ci sono discussioni e incertezze. Spaventa soprattutto la recente crescita dell’AfD, che ha adottato metodi già sperimentati dai trumpiani e punta al terzo posto. L’eventuale buona performance dell’AfD non ha troppa rilevanza nella formazione del governo di Berlino, ma rivela quel che molti in quest’anno di insperata e urlata unità europea, hanno voluto ignorare: la spinta populista antieuropea non si è esaurita. Il cosiddetto fronte di Coblenza, tutti i partiti populisti allegrissimi assieme all’inizio dell’anno, si è frantumato, e l’uscita dall’euro sta scivolando via dalle priorità di molti esagitati antieuropei, ma le ragioni che erano alla base della spinta antisistema ci sono ancora, e l’Europa non ha ancora fatto granché per trovare una soluzione.

 

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Il negoziato della Brexit, con i suoi rivoli di insofferenza incontenibile, le elezioni tedesche e anche il fervore secessionista che arriva dalla Catalogna furiosa mostrano che il tempo della retorica unitaria neoeuropeista – potente e promettente – è finito: per rimanere davvero tutti europei ed europeisti, l’Unione europea deve mettere mano alle riforme. 

 

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Gli scricchiolii dell’inerzia europea si iniziano a sentire. Il Financial Times questa settimana ha raccontato che l’uscita del Regno Unito dall’Ue pone questioni vitali sia per chi parte sia per chi resta. In particolare, una questione decisiva è quella del libero commercio: “Un controbilanciamento serio al protezionismo abituale di Francia, Italia e altri paesi è più che desiderabile”, scrive il quotidiano della City. Nonostante lo slancio liberale messo in campo dall’Europa, con il dialogo bilaterale per nuovi accordi di libero scambio con il Mercosur, l’Australia e la Nuova Zelanda (il Ceta, l’accordo con il Canada, è ora entrato provvisoriamente in vigore, mentre è stato siglato l’accordo di massima con il Giappone), ci sono segnali “fastidiosi” di una volontà di continuare a tenere fuori “merci, servizi e capitali stranieri”. Il motore franco-tedesco, rilanciato dal discorso sullo stato dell’Unione del presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker, è decisivo: molti ravvedono spinte protezioniste da parte del liberale Emmanuel Macron (nel suo “l’Europa che protegge” ora si intravvedono alcune ombre) e chiedono che la Germania faccia da contraltare. Sono i paesi più piccoli, quelli del nord e altri, come Portogallo e Grecia, che hanno bisogno di investimenti stranieri per sostenere la loro restaurazione, ma hanno bisogno di un paese “di peso” dalla loro parte (l’Italia non si senta esclusa), soprattutto ora che il bastione del liberalismo – il Regno Unito – sta uscendo dal gruppo.
Il ruolo degli Stati Uniti, oggi sempre più un non-ruolo a dire il vero, è altrettanto rilevante. Quando la Merkel ripete “prendiamo in mano i nostri destini”, sottolinea la distanza siderale con la Casa Bianca di Donald Trump, ma sprona anche gli europei a non sprecare l’occasione. Chi all’inizio del 2017 diceva che il pacchetto Trump, consegnato in Europa con la scritta enorme “Fragile”, poteva trasformarsi in una manna per il ruolo europeo nel mondo era tacciato di estremismo ottimista: ieri invece il Wall Street Journal raccontava quanto la stessa leadership merkeliana si sia avvantaggiata da quello che il politologo americano David Frum ha definito “il piano di Trump per porre fine all’Europa”. I movimenti goffi della Casa Bianca nel mondo, a partire dalle minacce contro i trattati di libero scambio, sono in realtà al momento un’assicurazione per la vita dell’Europa. Ma il progetto di riforma comunitaria deve ora diventare concreto: il rischio altrimenti è che il baricentro del mondo si sposti sì dall’America, ma anche dall’Europa. E che la rivoluzione liberale avvenga altrove.

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Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    22 Settembre 2017 - 12:12

    Qualcuno ha una vaga idea di come dovrebbe essere la nuova Europa o sarà il seguel della attuale ammucchiata luigi de santis?

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