Così in commissione bancaria si discute di riformare Consob e Banca d'Italia

Secondo Enrico Zanetti, membro dell'organismo bicamerale, bisogna "capire quali regole devono essere cambiate per lavorare meglio in futuro”

Alberto Brambilla

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Così in commissione bancaria si discute di riformare Consob e Banca d'Italia

Una riunione della commissione bicamerale d'inchiesta sulle banche (foto LaPresse)

Roma. Prima di Natale la commissione di inchiesta Bicamerale sulla crisi bancaria ascolterà il presidente della Consob Giuseppe Vegas (in scadenza) e il governatore della Banca d‘Italia Ignazio Visco (appena rinnovato per sei anni) dopo le polemiche politiche delle scorse settimane che hanno messo le autorità l’una contro l’altra. Dal dibattito cominciano però a emergere delle ipotesi di riforma nel funzionamento dalla supervisione bancaria a livello nazionale.

 

Secondo Enrico Zanetti, deputato a capo di Scelta Civica e membro dell’organismo Bicamerale, ex viceministro dell’Economia, “il compito della commissione non è solo volto a capire chi ha lavorato male e perché, ma anche a capire quali regole devono essere cambiate per lavorare meglio in futuro”. “Stanno emergendo – dice al Foglio – delle inadeguatezze sull’applicazione delle regole, sono quindi da riscrivere quelle legate alla collaborazione tra le autorità, e si sta discutendo una riorganizzazione”.

 

Durante le audizioni della settimana scorsa di Carmelo Barbagallo, capo della Vigilanza di Banca d’Italia, e di Angelo Apponi, direttore generale di Consob, l’autorità di Borsa aveva rinfacciato a quella bancaria di non averle comunicato tempestivamente, ma solo dopo anni, informazioni utili per i propri provvedimenti. Banca d’Italia ha risposto di aver fatto il suo dovere perché mise nelle condizioni di agire chi doveva fare approfondimenti e avviò ispezioni.

 

Da questi attriti nasce l’ipotesi di “regolare la collaborazione”, per usare le parole di Zanetti, che si sostanziano nell’idea nell’aria di imporre per legge obblighi di collaborazione tra le due autorità. L’ipotesi di una “riorganizzazione” di cui si discute nella Bicamerale, che è composta da quaranta membri tra deputati e senatori, è quella di unire le funzioni di vigilanza sulle banche e di Borsa in un singolo organismo. Zanetti dice a proposito che in commissione si considera di “non ritenere più ragionevole una separazione tra Banca d’Italia e Consob”. “Mi pare utile –– aggiunge – che il coordinamento vada in capo a un unico soggetto”.

 

L’ipotesi ha un precedente simile nel Regno Unito di cui si discusse venti anni fa a proposito di “modello inglese”. Nel 1997, con la separazione tra Tesoro e Banca d’Inghilterra, il compito di supervisione sul sistema bancario inglese fu posto in capo alla Financial Services Authority (Fsa), parallelo inglese di Consob, perché il Partito Laburista riteneva che la Banca centrale avesse fallito l’obiettivo di assicurare la stabilità finanziaria. Nel 2010 i conservatori invece fecero il contrario, rimettendo in capo la supervisione alla Banca d’Inghilterra e sollevando la Fsa perché, allo stesso modo dei laburisti, ritenevano avesse mostrato carenze.

 

Inoltre ci sono due diversi tipi di competenze e interventi che un’autorità può esercitare che discendono dall’esercizio dell’attività di supervisione: poteri ordinari, di moral suasion sugli intermediari, e straordinari, ossia di braccio operativo del governo in caso di soccorsi bancari, com’è stato nell’interpretazione del ruolo da parte Federal Reserve in una situazione di emergenza come quella successiva al fallimento di Lehman Brothers.

 

Negli anni diversi studiosi si sono cimentati nell’immaginare nuove architetture della vigilanza ma ha prevalso l’inerzia. E’ possibile, proseguendo nell’ipotesi, che sarebbe Banca d’Italia a prevalere su Consob nella creazione di una nuova entità. Banca d’Italia ha già incorporato la vigilanza sulle compagnie assicurative. Ha un organico di 7mila dipendenti. Ma intanto ha ridotto il suo perimetro di azione. Non solo perché con la moneta comune dal 2002 non è più un istituto di emissione, ma perché con l’estensione dei poteri di supervisione della Banca centrale europea ha ridotto le incombenze: le quindici banche più grandi sono passate sotto la supervisione della Bce, mentre la banca centrale italiana conserva la vigilanza su 462 istituti minori (pari al 18 per cento del sistema).

 

Se sono diverse le idee che emergono dalla discussione interna alla commissione insieme a quella di una “fusione” delle competenze tra Consob e Banca d’Italia, Zanetti ritiene sia utile affiancare quella di “scorporare” dall’eventuale nuovo organismo il compito di gestire le risoluzioni bancarie, attraverso il paradigma del bail-in, e affidarlo a un altro organo ancora. “Chi vigila – dice il deputato di Scelta Civica – non può avere il compito di gestire le risoluzioni perché magari, dopo avere vigilato male, le fa con una logica coerente a coprire le sue spalle”.

 

Quest’ultima ipotesi è probabilmente di difficile applicazione dal momento che le autorità di risoluzione in caso di bail-in in Italia (Banca Marche, Etruria, CariChieti, CariFerrara) nel 2015, poco dopo in Portogallo (Banco Espirito Santo), e quest’anno in Spagna (Banco Popular), sono state le banche centrali nazionali. Si vedrà.

 

Tuttavia in parallelo all’inseguimento del sensazionalismo per sfruttare l’imminente campagna elettorale, e a grande vantaggio del Movimento 5 stelle, la commissione d’inchiesta sta motivando un dibattito su riforme della vigilanza,da discutere, ma certo più concrete della demagogia finora emersa copiosa.

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