Gaetano Blandini, direttore generale della Siae

Tra incidenti di percorso e annunci di trasparenza, la Siae prova a cambiare

Luciano Capone
Incassi record grazie al governo per la società che detiene i diritti degli autori in Italia, proprio quando esplodono i servizi di streaming. "Faremo più promozione per i giovani", ci dice il direttore generale Gaetano Blandini.

“E' una storia bruttissima, soprattutto perché negli ultimi anni la Siae ha abbandonato la vecchia politica che anteponeva l’incasso a qualsiasi altra cosa. Quello che diciamo sempre al nostro territorio è: debolissimi con i deboli e forti con i forti”. Gaetano Blandini, direttore generale di Siae, si riferisce alla vicenda di cui ha parlato Il Foglio dell’associazione per ragazzi disabili di Monza, multata per non aver pagato i diritti Siae per la festa di Capodanno in oratorio. “Negli ultimi anni abbiamo mandato a casa un centinaio di agenti, in questo caso abbiamo sospeso il direttore della sede di Milano e avviato un procedimento disciplinare contro il mandatario di Monza”. Blandini è infuriato per il danno d’immagine e snocciola dati sulle attività sociali promosse dalla Siae in tutta Italia. Ma avete parlato con l’associazione? “Sì, ci siamo visti e ci siamo chiariti. Abbiamo fatto un accordo per far pagare il minimo per le loro attività e in più finanzieremo per un anno il pulmino necessario a un ragazzo disabile per le cure”.

 

Caso Monza a parte, le cose in Siae vanno alla grande. Dopo l’aumento deciso dal ministro Dario Franceschini sarà l’anno record per gli incassi della “copia privata”, la tassa o tariffa (a seconda dei punti di vista) che i consumatori pagano per l’acquisto di supporti tecnologici. Il gettito raddoppierà, si passerà da 67 ad oltre 130 milioni: “I conti definitivi si chiuderanno a marzo, ma saremo molto vicini al raddoppio del gettito che servirà per spendere di più per la promozione dei giovani”. Però gli incassi da “copia privata”, che si paga per il diritto di fare una copia di materiale coperto da diritto d’autore, raggiungono l'apice proprio mentre i consumatori abbandono le copie per l’esplosione di servizi di streaming da Spotify a Netflix. Non è paradossale? “Non è un controsenso – dice Blandini –, forse in futuro la copia privata andrà ripensata, ma ancora oggi i dati di vendita dei telefonini sono altissimi. I grandi player internazionali vivono di contenuti, l’unica cosa di smart che c’è nei loro phone sono i contenuti prodotti dagli autori, altrimenti sarebbero pezzi di latta”.

 

La questione è sottile, perché la “copia privata” non è una tassa sui profitti dei big tecnologici ma il pagamento agli autori del diritto di fare copie da parte dei consumatori: “La copia privata è importante non solo per gli autori, ma per gli investimenti dell’industria culturale e abbiamo ancora accordi da centesimi di euro quando queste multinazionali fanno grandi profitti”. Ma alla fine a pagare sono i consumatori non le multinazionali. “E il problema è che i produttori la fanno ricadere sui consumatori e che ci si scandalizza per i 4 euro di copia privata e non per gli 800 di telefonino. Queste aziende non creano valore sociale, fanno lavorare pochissime persone rispetto a noi e portano i soldi all’estero. Lei mi dirà che il mercato è così, ma se è così noi come ci difendiamo? Questi soldi non vanno solo ai big, ci sono almeno 3mila autori che guadagnano tra 15mila e 30mila euro l’anno”.

 

[**Video_box_2**]Anche se in Siae il rapporto tra big e autori normali non è proprio paritario, visto che con il nuovo statuto vige un sistema elettorale di tipo ultracensitario, in cui si ha un voto per ogni euro in diritto d’autore percepito. È la fine del principio “una testa un voto”: “Una testa un voto è demagogia da quattro soldi - dice Blandini - perché nelle grandi società di collecting europee ci sono i professionisti e gli associati. Il rischio, e per questo la Siae era diventato un carrozzone, è che la governance non vada in mano ai professionisti del diritto d’autore ma ai professionisti dell’associazionismo, a quelli che vanno a raccogliere voti porta a porta. Con questo sistema è rappresentata tutta la base associativa, ma con degli equilibri diversi rispetto al passato. Il risultato è che le cose funzionano meglio e lo dicono i bilanci in attivo”. Ma visto che c’è il rischio che il potere e i soldi si concentrino in poche mani, non si possono pubblicare delle statistiche anonime per vedere come nel tempo cambia la distribuzione dei diritti d’autore tra grandi e piccoli? “Di trasparenza ne stiamo già facendo tanta, ma mi ha dato una bella idea. Lo faremo”.

 

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  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali