I tedeschi odiano il Ttip ma sarebbero i primi a guadagnarci

Marco Cecchini
In Germania crescono le proteste contro il trattato commerciale euro-americano. Economia e antiamericanismo. Un milione di firme raccoltesu quasi due milioni racimolati in tutta l’Unione europea: dieci volte più che in Francia, 50 volte più che in Italia. E poi manifestazioni di protesta, come quella di sabato a Berlino alla quale hanno partecipato 250 mila persone.

Roma. Un milione di firme raccolte in Germania su quasi due milioni racimolati in tutta l’Unione europea: dieci volte più che in Francia, 50 volte più che in Italia. E poi manifestazioni di protesta, come quella di sabato a Berlino alla quale hanno partecipato 250 mila persone, che si susseguono da più di un anno, tra cui quelle imponenti di questi giorni dal vago sapore sessantottino. Neppure l’installazione dei missili nucleari americani durante la Guerra fredda aveva convogliato tanta opposizione sulle rive del Reno, come contro il Ttip, sigla esoterica che definisce l’accordo transatlantico di libero scambio in discussione tra Bruxelles e Washington. Secondo la Commissione europea, la Transatlantic Trade and Investment Partnership (Ttip) farebbe crescere di 545 euro il reddito della famiglia media europea, di mezzo punto percentuale il pil e di quasi 200 miliardi di euro le esportazioni verso gli Stati Uniti.

 

E’ bizzarro e paradossale che la Germania, il paese che per il suo peso e la sua proiezione esterna avrebbe (insieme all’Italia) più da guadagnare da questa partnership, sia anche quello in cui resistenze sempre maggiori rischiano di far deragliare il treno dei negoziati. Eppure è così. E la recente conclusione dell’analogo accordo siglato dagli Stati Uniti con 11 paesi dell’area Pacifico (il Tpp) non sembra avere spostato di un millimetro il mood dell’opinione pubblica tedesca e con essa i timori del governo di coalizione che in linea di principio è favorevole all’accordo ma non può non tenere conto degli umori della sua “base”. Sembra un altro dei sintomi, la tormentata scelta sul Ttip, dell’attuale momento di difficoltà della nazione leader del Vecchio continente, tra scandalo Volkswagen, crisi Deutsche Bank ed emergenza migranti: una difficoltà a trovare un punto di equilibrio tra ruolo internazionale del paese e pulsioni di ripiegamento domestico. Secondo una stima prudenziale della Fondazione Bertelsmann la Germania, che ha una quota di export verso gli Stati Uniti di quasi il 10 per cento e una struttura industriale complementare a quella americana, con l’accordo incrementerebbe di 200 mila unità la sua occupazione e del 5 per cento il pil. Dunque perché Herr Schmidt non ne vuole sapere? Dalle proteste contro il Wto a Seattle negli anni 90 l’ostilità verso la liberalizzazione dei commerci è sempre stata un cavallo di battaglia dei No global. Ma non è questo il caso. Il punto è che il Ttip non è un semplice accordo per l’abbattimento dei dazi doganali e delle barriere non tariffarie. Esso mira ad armonizzare gli standard che regolano la produzione di beni e servizi, i rapporti di lavoro, la normativa sugli investimenti esteri. Va a incidere dunque su valori, come la tutela della salute e dell’ambiente, la protezione del consumatore e dei lavoratori, il controllo sugli investimenti stranieri: in una parola potrebbe modificare quello stile di vita europeo protetto, di cui Herr Schmidt è geloso.

 

[**Video_box_2**]I movimenti anti Ttip, spuntati come funghi nella Repubblica federale con l’appoggio dei Grünen e della Linke, e la confederazione sindacale Dgb vedono nella armonizzazione degli standard, che di per sé è un potente fattore di crescita (un conto è produrre con criteri diversi per il mercato Stati Uniti e per quello Ue, un altro è operare su quello che sarebbe il più grande mercato unificato del mondo), la minaccia di un appiattimento sui livelli americani che sono notoriamente più laschi di quelli europei, soprattutto in campo alimentare ma non solo. Si fomenta così, insieme a una sorta di attaccamento paranoico per le regole esistenti, l’incubo di una Germania invasa da carne agli ormoni, prodotti geneticamente modificati, farmaci privi di sufficienti garanzie di tutela della salute, investimenti selvaggi delle “locuste” americane. “Vi garantisco che non importeremo mai in Germania i polli lavati col cloro prodotti negli Stati Uniti”, ha tuonato Angela Merkel nel tentativo di tranquillizzare un’opinione pubblica sempre più allarmata. Su un altro nodo, quello della risoluzione delle controversie tra gli investitori esteri e lo stato di destinazione, l’opposizione è forse ancora più intransigente. Gli Stati Uniti vorrebbero introdurre nell’accordo una clausola, la Isds (Investor-State Dispute Settlement), definita dalla Zeit una “previsione diabolica”. La clausola consente agli investitori esteri, in caso di controversie con lo stato ospite, di chiamare in giudizio lo stesso stato davanti a un tribunale ad hoc. La clausola ha lo scopo di proteggere gli investitori da espropri o misure discriminatorie aggirando la giurisdizione dello stato nazionale ed è presente in numerosi trattati commerciali bilaterali. Ma l’Isds viene vista, con qualche ragione, come un privilegio concesso alle grandi corporation le quali possono rivolgersi a un organo giudiziario terzo meno influenzato da logiche interne al paese ospitante. Su pressione di Berlino il Parlamento europeo, che dovrà ratificare il trattato insieme ai Parlamenti nazionali, ha adottato una risoluzione che impegna i negoziatori della Commissione a ottenere garanzie sulla composizione del futuro, eventuale tribunale ad hoc. Ma non è chiaro se basterà.

 

L’opinione pubblica italiana è distratta
Dalla primavera dello scorso anno il consenso della popolazione verso il Ttip misurato dai sondaggi di opinione è crollato e, secondo una rilevazione dello Spiegel, oggi meno di due tedeschi su dieci sono favorevoli al trattato, tre su dieci sono contrari, il resto non sa. Gli unici ad appoggiare senza riserve l’accordo sono i grandi industriali della Bdi, la Confindustria tedesca. A questa caduta verticale di consensi non è estraneo un certo antiamericanismo proprio della deutsche kultur e che l’affare delle intercettazioni dei servizi americani ai danni della cancelliera non hanno certo aiutato a smussare le asperità. Ma, comunque, la questione Ttip sta mettendo in grave imbarazzo la Grosse Koalition al governo a Berlino. E soprattutto la Spd del ministro dell’Economia, Sigmar Gabriel, che dopo il lungo gelo con i sindacati seguito alle riforme Schröder dei primi Duemila aveva appena ricucito i rapporti col mondo del lavoro. Il punto è che la Germania, con un Regno Unito la cui autorevolezza sulle questioni europee è minata dal referendum sulla permanenza di Londra nell’Ue e una Francia da sempre tiepidamente liberoscambista, è l’unico paese che può guidare la partecipazione del Vecchio continente al Ttip. Aspettando che anche l’Italia, attore non secondario ma con una opinione pubblica colpevolmente distratta sul tema, faccia la sua parte.

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