La Silicon Valley vista dall'alto

Start up a rischio bolla? Successi mediatici e investimenti flosci

Marco Valerio Lo Prete
Negli Stati Uniti la Silicon Valley è accusata di maquillage contabile per attrarre capitali. Da noi Bankitalia svela numeri choc

Roma. “Mentre le giovani società del comparto tecnologico sgomitano per trovare investitori che facciano affluire soldi nei loro gruppi, alcune di queste società continuano a utilizzare vocaboli finanziari non convenzionali”. Ai giornalisti del Wall Street Journal non difetta l’understatement, ma nemmeno la voglia di indagare a lungo sulle start up che giocano con i numeri, “play numbers game”. Detto altrimenti: i nuovi Prometeo del capitalismo contemporaneo, quelli che iniziano da un garage e arrivano a stringere mani alla Casa Bianca, sembrerebbero ricorrere a un po’ di maquillage contabile. Non per sviare il fisco, ma per spuntarla nella guerra quotidiana per accaparrarsi i capitali necessari a vivere. Tutto avviene nella legalità, visto che questi gruppi non si muovono in Borsa, dunque la start up di turno può pubblicizzare se stessa utilizzando espressioni meno canoniche di quelle elencate nei libri mastri della contabilità legalmente accettata.

 

Tuttavia qualche investitore inizia a storcere il naso. E’ il caso dei finanziatori di Hortonworks, società di software ovviamente domiciliata a Palo Alto, in California, che oggi si trovano con in mano un gruppo sì remunerativo, ma meno di quanto si attendessero. Soprattutto, meno remunerativo di quanto Rob Bearden, il fondatore di Hortonworks, gli avesse fatto credere. Lui nel marzo 2014 aveva detto in pubblico di attendersi “entro la fine dell’anno una crescita fino a 100 milioni di dollari”; più precisamente aveva parlato di “run rate” atteso, una di quelle formule un po’ opinabili con le quali si descrive una performance economica estrapolata e attesa alla luce di alcuni risultati iniziali. Poi però Hortonworks si è effettivamente quotata in Borsa e il fatturato a fine 2014 è stato di 46 milioni di dollari, meno della metà dei 100 milioni di cui si parlava. No comment dal capo di Hortonworks, solo la precisazione che quando si diceva “crescita” non s’intendeva “fatturato”. Così il Wsj si è preso la briga di censire 50 importanti start up tecnologiche, di studiare i piani annunciati e i risultati post quotazione, e ha scoperto che quasi un terzo di queste aveva gonfiato i numeri. Giocando con le parole – lo avrebbe fatto pure Uber alle sue origini – grazie a un clima mediatico e pubblico ben disposto verso questo tipo di scommesse.

 

[**Video_box_2**]Nemmeno l’Italia, d’altronde, è del tutto immune alla fascinazione mediatica per il fenomeno start up. A costo, talvolta, di espungere dal dibattito pubblico gli effettivi numeri in gioco. A fare chiarezza però ci ha pensato la Banca d’Italia, con la sua Relazione presentata a latere delle più succinte Considerazioni generali del governatore Ignazio Visco. Ecco cosa hanno scritto gli economisti di Palazzo Koch: “(Nel 2014) i finanziamenti a imprese start up, operanti prevalentemente in settori a elevato contenuto tecnologico, si sono ridotti; il divario già elevato [dell’Italia] rispetto agli altri principali paesi si è ulteriormente accresciuto”. Tre righe che rinviano all’ultimo rapporto dell’Aifi, cioè l’Associazione italiana del Private equity e Venture capital, da cui si evince che all’interno di quelli che vengono definiti “investimenti in capitale di rischio”, “il comparto dell’early stage (seed e start up) ha mostrato un rallentamento sia in termini di numero di operazioni, passate da 158 nel 2013 a 106 nel 2014, con un calo del 33 per cento, sia dell’ammontare investito, che è diminuito del 48 per cento (43 milioni di euro nel 2014 contro gli 81 milioni dell’anno precedente)”. Il campione dell’Aifi è perfettibile, e probabilmente in Italia facciamo riferimento a una definizione troppo lasca di “start up”. Detto ciò, di fronte a numeri così esigui e perfino calanti, diventa legittimo pensare che notorietà ed esposizione mediatica del fenomeno start up, in Italia, siano inversamente proporzionali all’effettiva incisività di queste nuove imprese nell’economia reale. Se in futuro di bolla si potrà parlare, almeno sarà stata soltanto una bolla mediatica.

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