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L’establishment che bacchetta Obama sull’irrilevanza economica americana

L’intervista rilasciata sabato scorso dal presidente americano Barack Obama al New York Times, per stessa ammissione del grande quotidiano liberal, rientra in una “campagna della Casa Bianca” finalizzata a “vendere bene” agli occhi dell’opinione pubblica un accordo diplomatico preliminare con l'Iran.

7 Aprile 2015 alle 11:01

L’establishment che bacchetta Obama sull’irrilevanza economica americana

Brack Obama con Ben Bernanke (foto LaPresse)

Roma. L’intervista rilasciata sabato scorso dal presidente americano Barack Obama al New York Times, per stessa ammissione del grande quotidiano liberal, rientra in una “campagna della Casa Bianca” finalizzata a “vendere bene” agli occhi dell’opinione pubblica un accordo diplomatico preliminare con l’Iran sul programma nucleare di Teheran. Né questo è l’unico fronte della politica internazionale di Washington al centro dell’attenzione critica di vari analisti. In questi giorni, infatti, alcune personalità dell’establishment americano solitamente non avverse alla Casa Bianca hanno sottolineato i punti di debolezza della politica economica internazionale dell’Amministrazione.

 

Ieri Lawrence Summers, già segretario al Tesoro dell’Amministrazione Clinton e poi direttore del National economic council di Obama fino al 2010, sul Financial Times ha scritto che “sarebbe il momento per la leadership americana di aprire gli occhi sulla nuova èra economica”. Secondo Summers, gli storici potrebbero ricordare per sempre il mese appena concluso come il momento in cui gli Stati Uniti hanno perso “il ruolo di garante di ultima istanza del sistema economico globale”. Due gli episodi dirompenti: il lancio della nuova Banca asiatica d’investimento per le infrastrutture (Aiib) da parte della Cina, e poi il fatto che Washington non sia riuscita a trattenere alcuni alleati storici (Regno Unito incluso) dall’aderire a questa nuova organizzazione internazionale made in China. Un colpo così alla leadership a stelle e strisce, secondo Summers, non si vedeva dai tempi di Bretton Woods, quando nel Secondo dopoguerra furono gettate le fondamenta del sistema dollarocentrico imperniato su Banca mondiale e Fondo monetario internazionale (Fmi). L’ex segretario al Tesoro se la prende anche con i repubblicani che dominano il Congresso, con la loro resistenza rispetto a una riforma del Fmi che assegni maggiori poteri a Cina e India; più in generale critica poi un’agenda politica che sul teatro internazionale pare ossessionata dai problemi delle élite (proprietà intellettuale, protezione degli investimenti, eccetera) e dei più diseredati (povertà globale e future generazioni), dimenticando i bisogni della classe media.

 

Nelle scorse settimane anche Jonathan D. Pollack, fellow della Brookings Institution (altro think tank di Washington dal pedigree non certo conservatore), aveva descritto “la debolezza” delle critiche americane ai partner occidentali (Italia inclusa) che hanno aderito alla nuova organizzazione internazionale a trazione cinese. Quale alternativa ha da offrire Obama?

 

[**Video_box_2**]Sempre sul sito web della Brookings Institution, da qualche giorno, Ben Bernanke ha iniziato ad animare un suo blog. Presidente della Federal reserve dal 2006 al 2014, Bernanke, dopo tre articoli sulla stagnazione secolare (con replica di Summers), alla fine della scorsa settimana ha scritto invece di uno dei nodi lasciati irrisolti dalla politica obamiana di questi anni. Secondo l’ex banchiere centrale, nei consessi internazionali deve essere stabilito con maggiore chiarezza che “l’avanzo commerciale della Germania è un problema”. Altro che continuare a prendersela con Pechino. Berlino infatti alimenta questo suo squilibrio – che danneggia soprattutto la ripresa dell’Eurozona – non soltanto perché esporta “prodotti di qualità”, ma anche perché sfrutta una moneta relativamente debole (l’euro) e perché insiste con politiche di rigore fiscale che indeboliscono la spesa domestica (inclusa quella sulle importazioni). Per Bernanke sarebbe il momento, già in occasione dei vertici primaverili del Fmi a Washington, di sollevare ufficialmente il problema di fronte ad Angela Merkel. Sottinteso: se Obama lo aveva già fatto, nessuno finora se n’era accorto.

Marco Valerio Lo Prete

Marco Valerio Lo Prete

Al Foglio dal marzo 2009, dove entra appena laureato in Scienze Politiche, il suo cursus honorum è il seguente: stagista, praticante, redattore dell'Economia, coordinatore del desk Economia e poi dal 2015 vicedirettore. Nasce nel 1985 sull'Isola Tiberina. Nella Capitale si muove poco: asilo, scuole elementari e medie, liceo e università, tutto nel giro di pochi chilometri quadrati. In compenso varca spesso (e volentieri) le frontiere del Paese natìo. Prima per studiare un anno nella ridente Rochester (New York, USA), poi – dopo numerose e più brevi escursioni – emigra all'Université Libre di Bruxelles per sei mesi. E a Bruxelles ci ritorna, ancora per sei mesi, per affiancare un formidabile manipolo di Radicali che lavora al Parlamento Europeo. Mentre si trova nel punto del globo più distante da Roma, facendo ricerca sull’immigrazione all’Università di Melbourne, in Australia, riceve una e-mail dal Foglio: non ci crede, pensa sia spam, invece è uno stage. Da qualche tempo si applica allo studio della lingua tedesca.  

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