Foto Ap, via LaPresse

Di cosa parlare stasera a cena

Per Trump la guerra diventa il momento della fine delle bugie

Giuseppe De Filippi

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Stasera parliamo di Trump, indubbio super protagonista di queste ore. Perché il presidente americano sta giocando una partita terribile, di cui forse non è stato subito consapevole. Una guerra di dimensioni imprevedibili e un compito storico per il quale potrebbe finire, inatteso, nei libri di storia. L’impressione è che gli sia sfuggita la portata di decisioni prese d’impulso e ora non più annullabili. Ma c’è un effetto indiretto di cui si potrebbe parlare a cena. E cioè il cambiamento profondo imposto dalla contingenza al carattere, all’attitudine pubblica, alla postura politica di Trump. Il menefreghista senza principi, titolare di un conflitto di interessi galattico, è costretto a misurarsi con un terreno in cui non si può mentire né aggiustare i risultati (come fa continuamente con i dati economici). La guerra, per Trump, diventa (non c’è in questo una connotazione positiva, ma solo l’osservazione di un fatto) un modo per diventare adulto, diventa il momento delle responsabilità e della fine delle bugie. Può esserci un legame tra tutto questo e la rimozione di una delle nomine più imbarazzanti, in una compagine di tipi strambi, fatte da Trump, quella di Kristi Noem, che comunque cade in piedi.

E il rapporto con i generali deve essere improntato alla massima sincerità e lealtà e non sull’aggiustamento e l’imbellimento dei dati o sulla narrazione costruita a tavolino da quattro propagandisti, altrimenti si fa la fine di un Putin qualunque. E, a proposito di Putin, quando si guida un paese in guerra l’intelligenza col nemico diventa assai più problematica (e speriamo che questo porti qualche vantaggio a Volodymyr Zelensky).

       

Le tre "cose" principali 

Fatto #1

Quindi niente art of the deal con gli iraniani, ma la richiesta di una resa incondizionata (l’espressione usata per il Giappone alla fine della Seconda guerra mondiale). Mentre la Russia aiuta gli iraniani con intelligence e informazioni strategiche.

  

Fatto #2

Mentre il segretario per l’energia dell’amministrazione Trump parla di prezzi da riportare presto in discesa e, soprattutto, dell’avvio a breve di scorte della marina militare per far transitare le navi dallo stretto di Hormuz, mentre le Borse vanno un po’ giù ma con frequenti scatti e riprese verso l’alto.

Mentre negli Usa, sul fronte Maga, cioè tra chi ha votato con entusiasmo per Trump, non ne va bene una. In aggiunta alle storiacce che emergono dagli Epstein files, ora arriva anche un bruttissimo colpo al mercato del lavoro, con un calo netto degli occupati. Si va ad aggiungere all’aumento dei prezzi dei carburanti e all’impegno americano in guerre lontane, cioè tutto l’armamentario retorico di ciò che i Maga odiavano e che Trump prometteva di evitare, oltre ad aver promesso retate contro gli amici di Epstein. E qui si vede la consistenza (o l’inconsistenza) di un movimento politico non radicato, privo di una credibile lettura delle cose del mondo, privo di senso storico e talmente disintermediato da aver perso qualunque capacità di aggregazione. Insomma, potrebbe succedere che, con tutte queste debolezze, gli elettori maga si acconcino a votare comunque Trump nonostante tutto, cioè, si direbbe, nonostante Trump.

  

Fatto #3

Henry John Woodcock, da par suo, vota No.

 

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