Chi crede al potere salvifico di biblioteche e teatri va difeso come i teneri panda

Foto tratta dal profilo Facebook di Christian Raimo
Non voglio (né saprei) entrare nel merito delle ragioni che hanno fatto andare in fumo questo piccolo finanziamento. Christian lo definisce “un demenziale intoppo burocratico” e io voglio credergli. Anche perché, per quanto mi imbarazzi ammetterlo, devo a lui e alla sua disavventura qualche minuto di lacrimazione, dal ridere.
Mi sono immaginato queste femministe nel panico, radunate sotto la finestra del povero Christian, a sventolare gli scontrini delle pizzerie in cui avevano cenato, impugnando le ricevute dei bed & breakfast in cui avevano passato la notte, tutte a urlare “RIMBORSO! RIMBORSO! RIMBORSO!”. Il femminismo, storicamente diviso in mille correnti contrapposte, per pochi minuti ha avuto un nemico comune. No, non si trattava del patriarcato, ma delle note spese inevase. Christian – almeno nella mia fantasia – ha compiuto un piccolo miracolo: ha messo d’accordo tutte queste anime.
Scherzi a parte, sono certo che nessuna delle ospiti avrà avuto nulla da ridire, un po’ per sincero attivismo, un po’ perché avranno capito che il povero Christian è vittima quanto e più di loro di questo impiccio burocratico. Per questo, cari autori e lettori del Foglio, vi prego di andare oltre le vostre appartenenze politico-ideologiche e di seguire la pagina Facebook di Christian Raimo in attesa che si inauguri il crowd funding che già tanti suoi sostenitori gli hanno consigliato di attivare.
Solo per questa volta, piantiamola di pensare solo alla stabilità economica dell’Italia o di preoccuparci in maniera concreta del destino dei migranti: apriamo il cuore e aiutiamo uno dei nostri. Anche perché i migranti sono persone che, bene o male, si sono fatte delle idee sulla geopolitica, hanno sbattuto il muso contro la realtà e in qualche modo riusciranno a cavarsela. Il povero Christian, invece, non ha strumenti per difendersi. Senza il privilegio economico di cui gode in quanto occidentale, lo stesso privilegio contro il quale è convinto di battersi strenuamente, non avrebbe spazio per la sua capricciosa militanza. Se non fosse cresciuto sotto la Nato, dubito che crederebbe nel potere salvifico di teatri e biblioteche. Anche se vive e prospera nell’enclave sandinista del III Municipio, non può dimenticarsi di essere parte di un sistema infinitamente più grande i cui meccanismi, crudeli quanto indispensabili, gli permettono di continuare a giocare a fare l’impegnato. Senza l’atterraggio morbido consentito dall’Europa cosmopolita, la stessa in cui Francesco Giuseppe I d’Austria conviveva con Arnold Schönberg, Adolf Loos e Sigmund Freud, la sua indifesa specie di intellettuali autoriferiti si sarebbe estinta da un pezzo.
Proteggiamo Raimo, alla stessa maniera in cui il governo cinese protegge i teneri panda. Lui non può fare a meno di noi, come noi non possiamo fare a meno delle sue romantiche performance identitarie.