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in libreria

Tommaso Cerno e l'impopolare arte del tradimento, che significa libertà

Francesco Palmieri

Dall’Espresso al Giornale, dalla sinistra alla destra. Cresciuto in un angolo d’Italia dove la Storia ha reso più agevole lo sviluppo di una doppia visuale, coltivando con piacere la provocazione. Il libro

Spoileriamo subito: Le ragioni di Giuda, il libro di Tommaso Cerno appena pubblicato da Rizzoli, termina a pagina 256 con il vocabolo “sognare”. Non è un pamphlet politico né un memoir apologetico, ma il sottotitolo promette le due cose e il testo le mantiene: Quando il tradimento ideologico diventa un atto di libertà. Ovvero come e perché sia lecito poter cambiare opinione, schieramento, vita.

La dichiarazione d’intenti eccola qua: “Non voglio rinunciare alla libertà del pensiero in nome dell’appartenenza, preferisco sapere che il posto in cui mi trovo è quello in cui credo, è quello in cui la mia consapevolezza logica e la mia consapevolezza emotiva si sentono a casa”. Un’aspirazione diffusamente condivisa ma molto meno praticata, perché su qualunque scelta che sparigli incombe una parola di Damocle foriera di conseguenze: “Traditore” (e talvolta Giuda, suo sinonimo ultimativo). Soprattutto se la scelta consiste nel passaggio dalla beata sponda “di una superiorità morale che si ritiene indiscutibile” all’hic sunt leones inciso per definizione sulla riva opposta, quella degli avversari politici “che genericamente si interpretano come la tribù dei rozzi”, gli “irrimediabilmente accomodati nella parte sbagliata”. Cerno così descrive il suo transito sinistra-destra, dalla direzione dell’Espresso alla guida del Tempo e del Giornale; dai banchi di Palazzo Madama nei ranghi del Pd ai talk show dove spicca tra i fustigatori più salaci di Elly Schlein.

Non presenta la sua scelta come chi porti una giustifica a scuola, ma dettaglia le ragioni politiche e umane dell’addio e dell’approdo: la sinistra, scrive, “ha avuto questo paese tra le mani, l’ha avuto per decenni, anche quando formalmente non ha occupato il governo, e ne ha fatto una mummia, l’ha bendato e stretto nelle sue fasce, ha pensato che governo volesse dire controllo, volesse dire occupazione di ogni istituzione visibile e invisibile dei luoghi di potere esposti al pubblico e soprattutto dei luoghi di potere occulti, ha pensato che volesse dire smettere di muoversi, legare e imbavagliare tutto”. Mentre questo “club di nostalgici” si riempiva di parole che svuotava di senso, “la destra si costruiva gli attrezzi per riparare le crepe del presente” e suscitava in lui la convinzione di aderirvi. Trovò il coraggio grazie a una cifra personale che l’ingegner De Benedetti aveva intuito al momento di affidargli L’Espresso, quando lo aveva definito “strambo”: parola spesso adoperata per trasferire i tipi “non inquadrabili” dal catalogo delle idee ai repertori della psicologia.

Per capire meglio le ragioni di un “socialista anarchico” (come Cerno dice di sé) non bisogna saltare i capitoli sulle radici friulane dell’autore. Nasce nel 1975, anno del Trattato di Osimo, a poca distanza dal confine con la Jugoslavia ma da famiglia di etnia slovena; è un lettore compulsivo di classici italiani, però adora Thomas Mann; adolescente nei boy scout cattolici, vive in una periferia di Udine dove i napoletani sono più degli udinesi; scopre l’omosessualità con timidezza e dopo con orgoglio; subisce il fascino di Craxi ma crolla la Prima Repubblica; sa delle foibe e dell’eccidio di Porzûs dalla voce dei parenti, per cui non sopporterà mai “l’esercito che si scandalizza se sente parlare di pacificazione nazionale, che ogni giorno ci ricorda che i morti non sono tutti uguali”.

Cresciuto in un angolo d’Italia dove la Storia ha reso più agevole lo sviluppo di una doppia visuale, Cerno coltiva con piacere la provocazione (non per nulla Aldo Busi gli fece da maestro). E’ convinto per esempio che la comunità omosessuale si prepari a diventare “il serbatoio elettorale inatteso della destra”, poiché specialmente chi “desidera l’anello e l’atto notarile scoprirà presto la sua sintonia sorprendente con quella parte politica che in passato ha nutrito riserve ideologiche nei suoi confronti, ma che oggi offre un terreno più solido alla sacralità dell’unione”. Il gusto che prova ad attirarsi esecrazione gli fa notare però che se “una volta le dittature trovavano necessario mandare in galera e bruciare libri”, “oggi tutto è più moderno e sofisticato, basta controllare i flussi di informazione, e poi decidere quali opinioni sono accettabili e quali vanno immediatamente demonizzate. Non si può mettere in discussione la narrativa dominante su questioni come il cambiamento climatico, la pandemia o le politiche migratorie”. Al contempo, chi detiene “il copyright delle virtù” può chiudere un occhio se il 25 aprile sfilano pure le bandiere titine e di Hamas, può distrarsi sull’antisemitismo e sul disprezzo dei valori occidentali. Gli ex compagni sono come Pilato, accusa il Giuda/Cerno, che alla possibilità di cambiare campo s’allenava inconsapevolmente da ragazzo, quando racimolò i quattrini per un videoregistratore su cui rivedere, “almeno seicento volte”, Another Country con Rupert Everett. Ammiratore dichiarato di von Stauffenberg e Bucharin, ripercorre nel libro le vicende di questi due traditori di Hitler e di Stalin perché, assicura, in certi casi “è il tradimento che consente di sognare”. Come si legge appunto alla pagina 256.

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