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ancora leggere libri? sì, e farlo ad alta voce
La musica della lingua giova alle emozioni, ma anche al ragionamento
Senza libri, la memoria si perderà. Ma è importante farlo bene. Per questo recentemente si è cominciato a parlare di una lettura meno mentale e più fisica, così da renderla più controllata e meno incline alla disattenzione
Il mio ultimo articolo, pubblicato qui la settimana scorsa, si concludeva con l’idea e l’immagine di persone che difendono la propria libertà con un libro in mano e forse rallentano anche un degrado culturale sempre più probabile. Se infatti non si passa per la porta stretta della lettura di libri, sarà sempre più difficile ritrovare un rapporto reale con millenni o con un paio di secoli più recenti di sviluppo culturale. Senza libri ben letti, la memoria si perderà. E il fatto che lo stesso atto di leggere sia a rischio accresce la probabilità che domani la trasmissione del sapere sarà sempre più debole e scadente di quanto era ieri. E’ per questo che per proteggere l’atto di leggere e la sua qualità un utile espediente può essere la lettura a voce alta, che permette di controllare fisicamente il livello di attenzione. Se la lettura è silenziosa, mentale e solitaria, è più facile cedere alla tentazione di velocizzarla, interromperla o renderla lacunosa. Perciò recentemente si è cominciato a parlare di lettura a voce alta, a scuola ma anche in famiglia, con i bambini ma anche fra adulti consenzienti. Rendere meno mentale e più fisica la lettura aiuta a realizzarla percettivamente, a fisicizzarla per renderla più responsabilmente controllata.
Mi conduce a queste considerazioni un articolo uscito sul numero del 6 marzo di Internazionale, “La magia di leggere ai figli ad alta voce” di Sasha Mudd, una scrittrice e giornalista che insegna filosofia alla Pontificia Universidad Catòlica di Santiago del Cile e all’Università di Southampton nel Regno Unito. Il fatto che si cominci a sperimentare questa pratica con i propri figli fin dall’infanzia enfatizza l’aspetto educativo della lettura a voce alta già in famiglia, oltre che nelle scuole primarie e medie. Anche fra gli insegnanti che conosco e con cui parlo di problemi scolastici l’idea della lettura a voce alta in classe mi sembra che si stia facendo strada. Tra l’altro, l’impegno dell’insegnante nel mantenere la disciplina in classe è un compito proficuamente facilitato. Non si tratta più di disciplina in astratto e a vuoto ma di una disciplina attiva nel rendere fisicamente oltre che mentalmente presente un testo letterario qui e ora. L’autrice dell’articolo mi sembra che esageri nel raccontare l’entusiasmo e perfino la dipendenza provocata dal leggere storie ad alta voce ai bambini. Oggi circola una mitologia del “raccontare storie”, come se la nostra vita mentale e comunicativa fosse esclusivamente eccitata dalle narrazioni. Ormai verbi come “parlare”, “dire”, “spiegare”, “chiarire” o “interpretare” sono maniacalmente sostituiti dal solo verbo “raccontare”. Anche Sasha Mudd sente il bisogno di parlare del “brivido che proviamo entrando in una storia”. Il racconto ha i suoi privilegi e il suo magnetismo, ma non credo che vada dimenticata e accantonata l’esperienza di leggere testi poetici o riflessivi. In realtà nella nostra comunicazione verbale e orale la narrazione non ha un assoluto primato, anche perché può mescolarsi con riflessioni, giudizi, descrizioni che possiamo recitare e teatralizzare entrando in un personaggio. A questo punto arriva di solito la solita evocazione dei primordi antropologici: “in tutto questo c’è qualcosa di antico. Per gran parte della storia dell’umanità prima dell’alfabetizzazione di massa, un racconto era qualcosa che si ascoltava insieme intorno a un fuoco, in compagnia di un cantastorie. Ci si immergeva insieme in questo stato sospeso attraverso la musica della lingua, del ritmo, del suono. Leggere ad alta voce permette di ridare vita a quell’esperienza”.
Dunque la “musica della lingua”, caratteristica primaria della poesia, non è meno emozionante del raccontare storie. Ma anche il ragionamento e le idee possono provocare sorprese e rivelazioni liberatorie. Per non parlare dell’aggressività razionalizzata che viene prodotta nel giudicare e nel distinguere e contrapporre il giusto e l’ingiusto, il vero e il falso, il piacevole e lo spiacevole, l’accordo e il conflitto, l’identità e la contraddizione. Il pensiero a voce alta ha i suoi privilegi, che si rafforzano quando le parole sono quelle ben calcolate e scelte di un testo scritto e ben scritto.
Ho insegnato per vent’anni sia letteratura moderna e contemporanea che storia della critica, e la lettura a voce alta l’ho usata a lezione con studenti universitari; ma anche chi insegna alla scuola elementare e superiore mi ha confermato che quella pratica funziona. Sceglievo un breve testo e chiedevo a tutti gli studenti presenti di leggerlo a voce alta, magari concedendo ai più timidi di ascoltare la lettura altrui. Quel testo era maturo per essere analizzato e commentato solo dopo essere risuonato almeno per una dozzina o più di volte. Elementare? Sì, ma anche fondamentale. Leggere bene vuole dire rileggere. Prima che strutturalismo e semiologia si impadronissero negli anni sessanta delle metodologie critiche sostituendo la lettura come esperienza e riducendola all’applicazione di schemi, griglie, interpretazioni “giuste”, filologi e critici come Leo Spitzer e Erich Auerbach non avevano mai proposto altra metodologia che quella della lettura intensificata, cioè lettura e rilettura, lettura rallentata. Dice Spitzer: “Il mezzo più sicuro per individuare i centri emotivi di uno scrittore o di un poeta è quello di leggere i loro testi, leggere senza stancarsi, finché qualche peculiarità linguistica non colpisca la nostra attenzione”. E Auerbach: “Si deve osservare il testo con attenzione intensa, costante, in modo da non lasciarci sfuggire nessuna espressione di lingua o di contenuto (…) e bisogna evitare scrupolosamente le classificazioni premature (…) Con una buona analisi di un testo ben scelto, si arriverà quasi sempre a risultati interessanti”. Dunque nessun tecnicismo, nessuna certezza scientifica aprioristica, ma soltanto “una buona lettura” e “si arriverà quasi sempre a risultati interessanti”.
E’ più o meno quanto dice, una generazione dopo, un altro grande critico come George Steiner, arrivando a raccomandare una diligente pratica come quella che eseguivano per esempio John Henry Newman, Abraham Lincoln, George Eliot o Carlyle: cioè “trascrivere lunghi discorsi politici, prediche, pagine di poesia e di prosa, voci di enciclopedie e capitoli di narrazioni storiche (…) la trascrizione implica un coinvolgimento totale con il testo, un dinamismo reciproco fra lettore e libro”. Era questo in passato “il modo classico di leggere” i grandi autori, la cui ferma disciplina è stata minata da quelli che Steiner definisce “scopi ugualitari-populisti delle società di consumo in Occidente”.
Tornare indietro alle virtù e alla pazienza del lettore classico, più che difficile sembra ormai impossibile. Ma questa impossibilità ci dà la misura della “volgarizzazione” e della “vacuità” intellettuali che hanno da tempo contaminato e scosso anche il modo di lavorare di quelli che continuiamo a chiamare “studiosi”. Se la “lettura ben fatta” di cui parlava Steiner sarà giudicata un “artificio obsoleto”, non si riuscirà più a farsi neppure una vaga idea della cultura e dell’educazione umanistica come è stata intesa per secoli e per un paio di millenni. Solo un paio di minimi esempi: Wystan H. Auden, per autoeducazione, aveva ancora imparato a memoria centinaia di versi in diverse lingue. E Italo Calvino disse che poteva ripetere a memoria tutto il primo capoverso di Pesci rossi, prosa d’arte di Emilio Cecchi.