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Le necessarie crudeltà del potere. I regimi e la tragedia della successione

Siegmund Ginzberg

Stalin detestava il “debole” Amleto, l’esatto contrario dell’“uomo forte” che ci voleva per la sua Russia, Shakespeare e la sua visione della storia. 

Stalin non era un patito di Shakespeare. Ma tra i personaggi di Shakespeare quello che proprio non sopportava era Amleto. Debole, indeciso, tormentato dai rimorsi. L’esatto contrario dell’“uomo forte” che ci voleva per la sua Russia. Nel febbraio 1947 il regista Sergei Eisenstein era stato convocato al Cremlino per discutere la seconda parte del suo Ivan il Terribile, assieme al protagonista che interpretava nel film lo zar, Nikolay Cherkasov. Stalin andò subito al dunque: “Nel vostro film lo zar appare indeciso, come Amleto. Tutti gli dicono cosa dovrebbe fare, ma lui non riesce a prendere una decisione”. La prima parte del film era uscita nelle sale sovietiche nel 1944. Aveva avuto un enorme successo, il regista era stato addirittura insignito del Premio Stalin. Perché arrivasse nei cinema sovietici anche la seconda parte si sarebbe dovuto attendere il 1958. Cioè che Stalin fosse non solo già bell’e morto e sepolto (1953), ma anche già denunciato per i suoi crimini da Krusciov (1956). Della riunione, a cui avevano partecipato anche Zdanov e Molotov, c’è una “trascrizione autorizzata”, che fu fatta subito circolare. Il succo della critica teatrale di Stalin riguardava la crudeltà di Ivan. Non il fatto che nel film il più terribile degli zar non apparisse abbastanza decisamente crudele nei confronti dei suoi nemici (già nella prima parte ne ammazza a tutt’andare). Ma il fatto che nel film non si spiegasse abbastanza perché per Ivan “era essenziale essere crudele”. E’ dura da accettare, ma spesso i regimi più crudeli sono anche i più resilienti. Il riferimento ad Amleto non è estemporaneo. Circolava già da tempo, tra gli addetti ai lavori, la voce che il capo del Cremlino ce l’avesse con Amleto. A riferire la voce è uno degli attori del Teatro delle Arti di Mosca, Boris Livanov. Lo invitano in una saletta riservata, al cospetto “della persona che tutti conoscono”. Stalin chiede a cosa stiano lavorando al teatro in quei giorni. Appreso che stanno lavorando all’Amleto, Stalin sbotta: “Amleto è un debole…”. Livanov ha il coraggio (o l’incoscienza) di rispondere: “Ma il nostro Amleto è forte, compagno Stalin”. Al che quello replica: “Bene. Perché i deboli vengono schiacciati”.

 

C’è chi ha sostenuto che Stalin, oltre che con l’Amleto, ce l’avesse con Shakespeare, e il suo modo di trattare la storia. Nella concezione di Stalin in primo piano non è la personalità, ma l’ambiente in cui agisce. Nelle tragedie storiche shakespeariane personalità e storia si fondono in modo inestricabile. La storia generalmente è solo un pretesto per parlare di conflitti interiori, psicologici. Spesso non esiste nemmeno, sfuma nella nebbia dei tempi, è pura leggenda. Molotov aveva dato man forte alla critica da parte del Capo alla seconda parte dell’Ivan il Terribile, denunciando “l’insistenza sullo psicologismo, sull’eccesso di enfasi  sulle contraddizioni psicologiche, intime, e sulla sofferenza personale (dello zar)”. Il vero capo, il vero leader “grande e saggio” non ha stati d’animo. Non rende conto alla propria coscienza. Rende conto solo alla Storia (con la S maiuscola). Di quella produzione dell’Amleto non se ne fece nulla. La tragedia di Shakespeare fu rimpiazzata in cartellone da un Ivan il terribile di Alexei Tolstoi. Tutti (quasi tutti) avevano capito l’antifona. Qualcuno un tantino in ritardo. Pasternak ancora nel 1945 scriveva direttamente a Stalin una lettera in cui lamentava diversi guai personali, e anche che continuasse a non arrivare dal Ministero della cultura il nulla osta per l’Amleto destinato al Teatro di Mosca a cui lo scrittore aveva lavorato “per gli ultimi cinque anni”. “Possibile che venga accantonata, nei teatri e non solo nei teatri, qualsiasi cosa capace di stare in piedi da sola, e non grazie a raccomandazioni e direttive?”. Coraggioso o incosciente? O coraggioso e incosciente al tempo stesso come il suo dottor Zivago? Non sorprende che la lettera non abbia mai avuto risposta dal Cremlino. 

 

   

Dal clima di relativa cooptazione di tutti per la Grande guerra patriottica contro l’aggressione nazista, si era passati di nuovo a un clima di sospetti nei confronti dei possibili oppositori. Dal clima di unità con l’occidente capitalistico, si era tornati al clima di assedio e complotti. Si stava preparando la campagna contro il “cosmopolitanismo” degli intellettuali, la rinuncia da parte loro al sacro “sovranismo” russo. La Russia non ha niente da imparare dall’occidente. Basta con gli autori “stranieri”, “universali”, come lo era indubbiamente Shakespeare. Non importa che Shakespeare fosse adorato da Marx, da Engels, e pure da Lenin. Se necessario avrebbero bandito pure Marx. A vero dire, lo fecero. Fu censurato tutto quello che il padre putativo del comunismo aveva scritto contro l’autocrazia zarista russa. Quando i nazisti occuparono l’Olanda, Boris Nikolaevskij, l’uomo che aveva passato la vita a raccogliere le opere di Marx ed Engels, dovette scappare negli Stati Uniti. Si fosse rifugiato a Mosca, l’avrebbero accoppato: era un noto trotskista. La parola d’ordine era diventata una sorta di “Make Russia Great Again”. Bisognava dare spazio agli autori russi, all’anima russa, all’eccezionalismo russo. Badando ovviamente a che quegli autori fossero ben allineati. Accanto alla campagna ideologica bollivano in pentola nuove campagne di terrore. Esattamente come era avvenuto  negli anni Trenta. Si arrivò alla denuncia di un immaginario  “complotto” dei medici ebrei. La nuova fantasia complottista finì col sciogliersi come neve al sole solo perché Stalin nel frattempo era improvvisamente defunto. 

 

Non è vero che sotto Stalin in Russia non si mettesse in scena Shakespeare. Si metteva in scena in periferia, e di malincuore. A Mosca avevano paura. Anche se nessuno l’aveva vietato, bastava si sussurrasse dei gusti contrari di Stalin. Non c’è servitù più convinta di quella volontaria e preventiva. Un saggio di Michelle Assay, pubblicato nel 2017 sul sito della Société Française Shakespeare, col titolo What Did Hamlet (Not) Do to Offend Stalin, “Cosa aveva fatto (anzi non fatto) Amleto per offendere Stalin”, racconta quasi tutto sulla faccenda. Sfata con dovizia di prove in contrario la leggenda secondo cui dal 1932 in poi in Russia non sarebbe più stato rappresentato l’Amleto. Ma ci dice anche che, morto Stalin, ci fu una fioritura senza precedenti, un vero e proprio boom di rappresentazioni di Shakespeare, e dell’Amleto in particolare. Comunque è incontestabile che Stalin nutrisse un’avversione istintiva, tutt’altro che inconscia, nei confronti del Principe di Danimarca. 

 

L’Amleto è il dramma più commentato di Shakespeare. E’ stato analizzato, anatomizzato, sviscerato in tutte le maniere immaginabili. Se ne sono scritte intere biblioteche. Il dubbio amletico (To be or not to be, essere o non essere) è divenuto proverbiale, è passato al senso comune. Ma contiene molte più cose, in cielo e in terra, molte più cose di quante la filosofia (e la fantasia) possano immaginare, per dirla parafrasando il modo in cui il Principe replica all’amico e compagno di studi a Wittenberg Orazio, sull’esistenza o meno dei fantasmi. E’, come tutti i drammi storici di Shakespeare, una “tragedia della successione”. Nella fattispecie al vertice del Regno di Danimarca. Ma volendo la si potrebbe applicare a tutti i drammi di successione. In ogni epoca e a ogni latitudine, dagli antichi imperi di Roma e di Cina, sino ai giorni nostri, alla successione impossibile a Putin, a Xi Jinping, all’ayatollah Khamenei, a Netanyahu e a Trump. Passando ovviamente per le infinite e tortuose guerre di successione alla Corona d’Inghilterra di cui tratta Shakespeare. Rese ancora più drammatiche dal fatto che nessuno aveva idea di chi e come sarebbe succeduto al lunghissimo regno di Elisabetta.

 

Meno attenzione ha attirato il fatto che la vicenda si inserisce anche in un complicatissimo quadro internazionale. Tanto complicato da far sì che moltissime produzioni teatrali la saltino a piè pari, tagliando versi e riferimenti. La scusa: appesantirebbe. Sugli spalti di Elsinore ci sono preparativi di guerra. La Danimarca, spiega Orazio, sta per essere invasa dal norvegese Fortebraccio, che “spinto da orgoglio di emulazione” rivendica i territori che suo padre aveva perso in regolare duello. Quando, “secondo un patto sigillato e convalidato da leggi e regole [insomma rispettoso del diritto], cedeva con la sua vita tutte le sue terre al vincitore”.  In Danimarca e in Norvegia, allo stesso modo che in Inghilterra, re padri e re figli si chiamano con lo stesso nome. I regni si identificano con la dinastia. C’è un Amleto padre (che vaga per gli spalti in veste di fantasma, vestito della stessa armatura che indossava in vita, quando sconfisse “i Polacchi che fan uso delle slitte sul ghiaccio”), E c’è un Amleto figlio. C’è un Fortebraccio padre. E c’è un Fortebraccio figlio, “giovane di metallo non temprato, impulsivo e focoso”, il quale “si è messo a rastrellare qua e là, in ogni angolo della Norvegia, una schiera di diseredati, disposti per guadagnarsi il pane a qualsiasi impresa – che noi ben sappiamo non consiste in altro che nel riprendersi con la forza e il sopruso le terre perdute da suo padre” (Amleto, atto I, scena 1).

 

Il fantasma di Amleto padre, anziché essere preoccupato dei destini della sua povera Danimarca, e del suo omonimo erede è preoccupato di ben altro: chiede vendetta perché è stato assassinato da suo fratello Claudio, in una faida tutta interna, tutta in famiglia. La vendetta vale bene un regno, vale bene persino la pace eterna. Dall’inizio alla fine, i nemici interni, di casa, si confondono, anzi, prendono decisamente il sopravvento rispetto ai nemici esterni, quelli internazionali. Dagli amici e dai parenti mi salvi Iddio, che ai nemici ci penso io. E’ una vecchissima, antichissima storia. Sempre la stessa. Quella cha fa sì che Trump se la prenda con gli avversari interni, con i presidenti suoi predecessori, con i democratici, con i giudici, compresi quelli che è stato lui a nominare, con i “traditori”, a cominciare con quelli nelle file del suo partito repubblicano, con molta più veemenza di quanto se la prenda con Cina e Russia. Persino con l’Iran, dopo averlo decapitato, si dice pronto a trattare con i successori del regime. Solo i nemici interni si abbattono e non si cambiano. La geografia di Shakespeare è spesso imprecisa e fantasiosa. Così come lo è la sua geopolitica. Danimarca e Norvegia sono nomi che alla sua audience teatrale non dicono molto più di quel che Groenlandia, Venezuela, e fino a qualche anno fa anche Ucraina, o Gaza, dicevano al grande pubblico americano o europeo. La Polonia di fine 1500 è sospetta perché è una monarchia elettiva (e quindi instabile per definizione), è una federazione ibrida e paritaria, tipo quella auspicata per Scozia e Inghilterra, ma osteggiata dalla Corona inglese, ha fama di tolleranza religiosa, verso protestanti, ucraini e persino ebrei (ma invisa ai britannici, che invece continuano a scannarsi volentieri per professioni di fede). E’ terra di liberi scienziati e pensatori, a cominciare dall’eretico Copernico. Peggio: accoglie immigrati, rifugiati politici dal resto d’Europa, Inghilterra compresa. Un po’ quello che da Washington rimproverano all’Europa unita, insomma. Quel che conta non sono geografia, storia, avvenimenti. E’ ciò che i nomi evocano.

 

Polonia, agli occhi degli spettatori di Shakespeare, evoca una terra ghiacciata dove si va in giro con le slitte, più impervia e meno civile della stessa Norvegia. Solo la Muscovia, la terra degli zar, è ancora più lontana e sconosciuta. In una scena presente solo in una delle edizioni a stampa originali, assente dalle altre, Amleto, imbattutosi in una colonna di armati, chiede al capitano di che forze si tratti. “Norvegesi, Signore… dirette contro qualche parte della Polonia”, la risposta. “Per dirla tutta, andiamo a conquistare un pezzo di terra che non ha profitto […]. Io non lo prenderei in affitto per cinque ducati, cinque. E se lo vendessero non frutterebbe a Norvegia o a Polonia un prezzo maggiore…”. Al che, Amleto si lancia in una considerazione di straziante attualità: “Duemila anime e ventimila ducati si contenderanno questa pagliuzza. Questo il prezzo di quest’ascesso purulento che insidia tanta ricchezza e tanta pace (much wealth and peace). Le viscere scoppiano senza che lo si veda, e dal di fuori non si vede la cagione per cui si muore”. Strage immane. Spreco immane. Ma per poco o nulla. Nulla di cui ci si possa accorgere dal di fuori, almeno. 

 

La ragione per cui tutti si scannano con punte avvelenate è sostanziale: riguarda la successione sul trono della Danimarca. Arriva Fortebraccio a bandiere spiegate dopo aver vinto in Norvegia, versa qualche lacrima di circostanza sul cadavere di Amleto, e presumibilmente si appresta a impadronirsi senza colpo ferire della Danimarca. A dargliela vinta è lo stesso Amleto moribondo. “I do prophesy th’election lights/ On Fortinbras. He has my dying voice”, (“faccio voti perché Fortebraccio sia eletto re”). A lui va il mio auspicio di moribondo […] The rest is silence, il resto è silenzio”, (Atto V scena 2). Tra i litiganti c’è (quasi) sempre qualcun altro che gode. 
C’è chi sostiene che nelle intricate vicende della successione in Danimarca gli spettatori britannici avrebbero sentito echi dell’intrattabile questione della successione al trono che Elisabetta I aveva tenuto per decenni senza interruzioni, rifiutandosi ostinatamente di indicare un erede. Era proibito, sotto pena capitale, anche solo accennare all’argomento. Shakespeare non era più incosciente e coraggioso di Eisenstein. Per giunta era sospetto di parteggiare per gli aborriti papisti. Si guardò sempre bene dall’affrontare la questione apertamente. Elisabetta si era rifiutata di indicare un successore quando nel 1587 aveva fatto tagliare la testa alla sorella Maria, regina di Scozia. Si era rifiutata quando il suo regno era dilaniato dalla rivalità tra cattolici e protestanti, e il Papa, i gesuiti e il re di Spagna mandavano assassini e agenti, veri o finti, che venivano prontamente torturati e giustiziati dai servizi di sicurezza. Continuò a rifiutarsi già superata la sessantina, anche in punto di morte. A succederle, senza traumi eccessivi, nel 1603, fu Giacomo VI di Scozia, figlio della decapitata Maria, e cognato di Cristiano IV di Danimarca. 

 

In mezzo, una ridda di rumors, illazioni, accuse, allarmi. E guerre a non finire. Tutti i particolari in archivio in Hamlet and the Scottish Succession, di uno studioso della Duquesne University, Stuart Kirkland. Un trattamento magistrale degli scontri ideologici e religiosi dietro l’Amleto, e la questione della redenzione a pagamento delle anime, nel classico Hamlet in Purgatory di Stephen Greenblatt (Princeton). Tutto il catalogo dei buoni e dei cattivi, degli scontri per il potere e delle contese, dei compromessi, delle ambizioni e delle conquiste territoriali, in Shakespearean Territories di Stuart Elden (University of Chicago Press). Quando gli spettatori dell’epoca di Shakespeare sentono dire da uno dei personaggi che “C’è del marcio nel regno di Danimarca”, intendono che “C’è del marcio nel regno d’Inghilterra”. Perché mai lettori e spettatori della nostra epoca non sarebbero autorizzati a intendere “C’è del marcio nel Regno d’America”? Shakespeare è zeppo di grandi, magnifici cattivi (si pensi solo a Macbeth). Di fronte ai quali quelli dei nostri tempi quasi impallidiscono. Anzi appaiono ridicoli.

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