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realtà ingrata

La gratitudine è morta, e non possiamo nemmeno dedicarle una preghiera

Michele Silenzi

Dostoevskij e la nostra epoca di suscettibilità e rivendicazioni in cui nulla è mai abbastanza in termini di progresso e riconoscimento, e bisogna impegnare risorse infinite per ottenere anche solo un piccolo miglioramento

Verso la parte conclusiva dei Fratelli Karamazov, poco prima che ceda sotto i colpi di un tremendo esaurimento nervoso (o piuttosto di un crollo spirituale), Ivan, l’ateo, ha una visione, forse un incubo: incontra il diavolo. Appare come un uomo sulla cinquantina, “un tipo caratteristico di gentiluomo russo”, un po’ usurato, con una barbetta tagliata a cuneo. Questo diavolo dice molte cose. Si presenta, come da tradizione faustiana, come una forza negativa che è costretta a operare il male, anche se non vorrebbe assolutamente, solo per consentire alla vita di attuarsi tra polarità fatte di positivo (il bene) e di negativo (il male). A un certo punto, di passaggio, dice qualcosa che sembra entrar poco nel discorso, ma che si rivela fondamentale: “I miei migliori sentimenti, come ad esempio la gratitudine, mi sono formalmente vietati, unicamente per via della mia posizione sociale”. Il tono di tutto il capitolo è ironico. Dostoevskij vi pratica una critica alla società che si aspetta di vedere interamente scristianizzata, in cui ogni uomo sarà Dio a se stesso, autoproduttore del proprio stesso ordine singolare. E quindi figurarsi se ci sarà bisogno di gratitudine nei confronti di qualcuno. E’ il mondo del “tutto è permesso” perché non c’è un ordine superiore a garantire ciò che è giusto rispetto a ciò che è sbagliato.

La posizione di Ivan deriva da una sorta di fondamentalismo moralistico, dall’incapacità di accettare il mondo per quello che è: si ricorderà l’ossessione di Ivan per l’insensata sofferenza dei bambini, tale da portarlo a negare la possibilità stessa dell’esistenza di Dio. Poiché Dio dovrebbe essere sostanzialmente “giustizia assoluta”, come può permettere la sofferenza dei bambini? E se la teodicea è continuamente negata nel mondo da ciò che vi accade, è ovvio che Dio non abbia senso neppure immaginarlo.

In tale prospettiva, ogni forma di gratitudine appare un impossibile. La ricerca del Bene nel mondo e nel suo ordine rende ogni possibile gesto degno di gratitudine una sorta di pannicello caldo, anzi, peggio, una sorta di distrazione rispetto all’ingiustizia radicale rappresentata dal mondo nel suo complesso. Da questa visione deriva la volontà di rettificare il mondo, di raddrizzare il legno storto dell’umanità, di generare quel paradiso in Terra che è stata la volontà intrinseca di ogni regime totalitario. E’ una prospettiva, quella che deriva dalla posizione di Ivan, da fiat iustitia et pereat mundus. Il mondo deve essere giusto, altrimenti è meglio che non sia. Figuriamoci, quindi, se si deve rendere grazie a qualcuno! Vi può essere solo un inesauribile rancore per il solo fatto di esserci, e per l’ingiustizia rappresentata dalla vita stessa. Quella di Ivan è una forma radicale di moralismo tragico.

Abbassando lo sguardo dalle vette dostoevskijane e osservando la nostra realtà quotidiana si può notare come al fondo della maggior parte dei movimenti di rivendicazione della nostra inesauribile epoca della suscettibilità ci sia una totale mancanza di gratitudine. Gli infiniti “movimenti di rivendicazione” sono, infatti, l’espressione di quel moralismo terribile che vuole far trionfare una giustizia assoluta in un mondo che altrimenti appare svuotato di senso.

La grande epoca della suscettibilità e delle rivendicazioni per tutto e per niente in cui viviamo è un’epoca strutturalmente ingrata. Nulla è mai abbastanza in termini di progresso e riconoscimento, bisogna impegnare risorse infinite per ottenere anche solo un piccolo avanzamento, anche solo un piccolo miglioramento. La rivendicazione diviene un nuovo assoluto. Tutto ciò che desideriamo diviene un diritto per cui ne va della giustizia stessa del mondo. Se ciascuno non può avere riconosciuti tutti i diritti possibili e immaginabili, anche quelli che sono sognanti traveggole individuali, allora il mondo è terribilmente ingiusto e insensato.

Il gesto della preghiera è di per sé non tanto una richiesta di intercessione quanto un rendere grazie. La scomparsa della preghiera è perfettamente adeguata e inevitabile per un’epoca che pretende senza ringraziare, perché ogni cosa è suo diritto. La preghiera presupporrebbe, invece, un ringraziare puro, senza attesa di donazioni e riconoscimenti. Il puro piacere del rendere grazie, del riconoscere l’esserci stesso, il poter pensare, vivere e palpitare come una formidabile opportunità, o come un miracolo se si preferisce.

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