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La filosofia della gravidanza di Leborgne Lucas smonta il mito dell'uguaglianza di genere

Lucetta Scaraffia

Il corpo si può rigettare, detestare, modificare, ma rimane sempre la nostra condizione iniziale con cui bisogna fare i conti. “Un corpo per due” fa luce su qualcosa che non è stato mai esaminato: cosa accade nel fisico e nella mente delle donne in quei nove mesi

Per un intellettuale contemporaneo – e ancor di più se di sesso femminile – essere accusato di “essenzialismo”, cioè di aderire a una ideologia che predica un femminile eterno al quale ogni donna dovrebbe conformarsi, è veramente increscioso. Si trova a un passo dall’essere considerato un inguaribile reazionario, o meglio ancora un fascista.

Rivela un bel coraggio quindi la filosofa francese Marie Leborgne Lucas che, nel suo libro “Un corpo per due” (Vita e Pensiero) scrive che il corpo delle donne “rappresenta la loro situazione, non il loro destino o la loro essenza”. Perché il corpo si può rigettare, detestare, modificare, ma rimane sempre la nostra condizione iniziale con cui bisogna fare i conti. La filosofia della gravidanza messa a punto da Leborgne Lucas cerca di far luce su qualcosa che non è stato mai esaminato, cioè che cosa accade nel corpo e nella mente delle donne in quei nove mesi.

Per secoli questo corpo è stato solo visto come un luogo passivo in cui avvenivano dei processi naturali non decisi dalle donne. La gravidanza le avrebbe coinvolte così solo in quanto corpi, non in quanto soggetti, e di qui è nata l’idea che la donna fosse più sottomessa al corpo rispetto all’uomo. La donna quindi vista solo come un contenitore, la sua soggettività cancellata. Anche il parto, questo appuntamento doloroso e pericoloso che l’attende alla fine della gravidanza, è stato considerato come un’esperienza subita, dettata da un altro da sé. In sostanza entrambi, gravidanza e parto, non sono considerati qualcosa di specificatamente umano. Come ha scritto Simone de Beauvoir, “la donna è solo la sede di una storia che si svolge in lei”. Invece, secondo l’autrice, la gravidanza è un’esperienza straordinaria di creatività che coinvolge la donna in mille interconnessioni e intrecci, perché il soggetto gravido “sgretola la distinzione tra soggetto e oggetto, tra l’io e l’altro” dal momento che, attraverso il corpo, avviene la creazione. Non si tratta certo di ridurre le donne al loro utero, ma piuttosto di capire come il fatto di averne uno cambi il rapporto con sé e con il mondo. Come si realizzi così una differenza sostanziale con il maschio dal momento che per l’uomo, invece, l’altro è sempre all’esterno, a distanza. Ogni gravidanza coglie sempre di sorpresa il corpo, si rivela quando è già iniziata, ma poi richiede un consenso. E’ l’inizio dunque di una relazione fra due esseri che apre a un nuovo rapporto con il mondo, a cominciare da una inedita sensibilità agli odori.

Il corpo non è più ciò che ci separa dal non-io, diventa invece il punto di contatto con esso: non esiste più una distinzione così netta fra l’io e il non-io. Il rapporto dei due è mediato dalla placenta, attraverso cui non avviene solo il nutrimento del feto, ma uno scambio cellulare che lascia tracce destinate a rimanere sia nel corpo della madre sia in quello del bambino. Gli individui non nascono separati, ma interdipendenti, anche se distinti. Questa ospitalità assoluta offerta dal corpo della madre è la nostra prima esperienza, è l’origine che tutti noi abbiamo in comune.

                            

Ha avuto coraggio Marie Laborgne Lucas a scrivere queste considerazioni che si basano sull’osservazione della realtà, e che hanno profonde implicazioni: dopo questa lettura possiamo ancora dire, ad esempio, che non c’è differenza fra donne e uomini, che si tratta solo di un costrutto culturale? Mi sembra proprio di no, così come non si può pensare all’affitto dell’utero – sì, un po’ di coraggio, diciamo le cose come stanno! – come a una pratica neutra, in cui una donna fa semplicemente da contenitore, e un’altra o un altro farà da madre. Come si può negare che in questa profonda esperienza fisica e psichica non si radichi il sentimento materno, il quale non nasce dal niente e neppure dal solo desiderio o dalla sola intenzione.

E invece sono cose che sembra sia vietato dire, perché attentano a una utopia di uguaglianza che ci sta distruggendo, che vuole che donne e uomini siano uguali, e che nascere da una madre attraverso gravidanza e parto sia la stessa cosa che essere commissionati da una donna che vorrebbe diventare madre senza vivere questo percorso. E’ importante che tutto ciò sia detto da una intellettuale laica, femminista, coraggiosa. Ascoltiamola.

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