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E la poesia? Sulla probabile scomparsa del più essenziale genere letterario
L'ultimo libro di Matteo Marchesini non mostra alcuna certezza aprioristica che il più vulnerabile dei generi esista ancora. Ma è meglio essere un autore che essere battezzato poeta
Dov’è oggi la poesia? O più precisamente “che cos’è la poesia contemporanea in Italia”? E’ quest’ultima la domanda che dà il titolo all’ultimo libro di Matteo Marchesini. Un libro che, per recensirlo, dovrei leggere le sue trecento pagine, cioè rileggere la maggior parte degli articoli sulla poesia letti quando sono stati scritti negli ultimi dieci anni. Ma questa non è una recensione. E’ solo una breve ripresa, o un occasionale riuso del tema, affrontato storicamente più che teoricamente.
Sorprendente è subito, per cominciare, l’epigrafe da Guido Piovene che Marchesini ha scelto per farsi capire: poco più di venti righe scritte nel 1962 e che è impossibile non citare. Già allora Piovene metteva a fuoco genialmente una situazione della nostra poesia e il disagio che poteva provocare in un lettore colto e percettivo. E’ un brano davvero memorabile che vale non solo da ieri a oggi, ma perfino da oggi al futuro:
“Trovo sempre più difficile distinguere la vera poesia dalla falsa. I poeti velleitari una volta non suscitavano nemmeno un istante di dubbio. I loro versi erano brutti, quasi sempre ridicoli; netto lo stacco fra i poeti e i poetastri. Adesso la malizia tecnica si è divulgata, funziona un’industria della poesia che uniforma i prodotti, con un’aggravante: chi scrive versi per lo più è in buona fede, crede di obbedire davvero a una necessità poetica, è un po’ insomma come una macchina che ritenga suo ciò che fa, inconsapevole di essere comandata da fuori.
“I giornali hanno parlato in questi giorni di poesie ottenute chiedendo ad una macchina elettronica di disporre parole e frasi in diversa combinazione, con risultati sorprendenti. Non vi è niente di nuovo, molti libri di versi d’oggi sono fatti con la stessa tecnica senza ricorrere alle macchine. Derivano da un’abilità diffusa di combinare e dosare in diverso modo gli elementi che formano il clima poetico d’oggi”.
La lucidità precorritrice di Piovene sorprende perché all’inizio degli anni Sessanta del secolo scorso erano in attività poeti come Caproni e Bertolucci, Sereni e Fortini, Pasolini, Giudici e Zanzotto. Ma evidentemente, intorno a loro, stava emergendo e era visibile una massa di versificatori, soprattutto quelli cosiddetti d’avanguardia o sperimentali, che giustificavano la diagnosi di Piovene. Nei decenni successivi e fino a oggi si è visto crescere un fenomeno definibile “poesia di massa”, in cui è sempre più difficile identificare qualche poeta che meriti questo nome per capacità e originalità tecnica, intelligenza e cultura.
Nel suo libro Marchesini non mostra nessuna certezza aprioristica che la poesia esista: questa esistenza non è più un dato di fatto su cui recensori e studiosi possano confidare preliminarmente. Si tratta piuttosto di chiedersi e di vedere che cosa è la cosa chiamata poesia contemporanea in Italia da fine Novecento a oggi.
Nel primo capitolo del suo libro, intitolato “Senza una lingua. Un panorama culturale”, Marchesini precisa che è necessario guardare “da fuori e contemplare la materia ingarbugliata senza fingere di poterla sdipanare (...) Nel Ventunesimo secolo, si ha l’impressione che buona parte della nebulosa cosiddetta poetica fluttui invece nel vuoto (...) da decenni non esiste più alcun presupposto condiviso (...) Pasolini e Sanguineti avevano una lingua comune in cui litigare; le generazioni successive, fino a noi, no”.
Un decennio dopo Piovene, recensendo un Almanacco internazionale dei poeti 1973, Pasolini scriveva:
“In Italia c’è un numero enorme di poeti che scrivono delle poesie come se svolgessero dei compiti (...) Non è una vera e propria imitazione, e non è neanche una adesione a una scuola, a un gusto. E’ più semplicemente stupidità piccolo-borghese, che crede che il perbenismo sia tutto. Le loro esperienze, del resto, non si distinguono in niente dalle esperienze di qualsiasi piccolo-borghese italiano: un po’ di malinconia, qualche viaggio, qualche amoretto reso modicamente metafisico, corretto però da un fare vagamente mondano, in cui si sente il sapore dello stipendio”.
Pasolini usa come sempre il suo linguaggio socio-moralistico, ma la diagnosi è molto simile a quella di Piovene. Il fatto è che la poesia è probabilmente il più vulnerabile dei generi letterari, la cui identità è tutta nella qualità della lingua, per riconoscere la quale c’è assoluto bisogno di lettori linguisticamente ipersensibili, perché non importa di che cosa si parla in versi, ma di come se ne parla.
In proposito Marchesini così schematizza anche lui sociologicamente sia le ragioni che gli effetti della situazione: “sclerotizzazione clericale dei codici”, “milieu via via più asfittico”, “emersione di rappresentanti ogni anno più improbabili”, “divisione in microtribù” fra loro incomunicanti.
Dunque che cosa manca? Per prima cosa il volere e il saper vedere. Poi una critica integrale, con il risultato di una “precanonizzazione atmosferica” secondo cui a certi autori si assegna una specie di burocratico posto fisso. Ecco: “In un Paese in cui tutti scrivono poesie e nessuno le legge, riuscire a farsi chiamare poeti sembra troppo facile, cioè irrilevante (...). In generale, la poesia non è più considerata un elemento indispensabile per capire la nostra cultura”.
La soluzione sembrerebbe essere perciò quella proposta da Paolo Febbraro: “Mettere insieme poesia e critica mi sembra ancora l’unico modo per fare in tempo a essere un autore”.
Meglio essere un autore che essere battezzato poeta. Detto diversamente (così mi sembra) se la poesia e il poeta si presentano in un vuoto di presupposti culturali, può facilmente succedere che la poesia venga annientata da sé stessa e quasi dal proprio nome. Dal vuoto di che cosa, di perché e quindi anche di un vero come.