Gian Maria Volonté in una scena di “Sbatti il mostro in prima pagina” (1972) di Marco Bellocchio
Good news is news
L'antidoto al catastrofismo. Appunti per giornalisti rivoluzionari
L’informazione che soffia sulla paura e sull’angoscia del pubblico ha costruito una visione del mondo falsa e pericolosa. L’ottimismo informato richiede tempo, fonti, verifiche, impegno, costa di più e rende di meno. L’industria del pessimismo è fiorente, ma si può combattere
Le cattive notizie sono le uniche che fanno notizia. Le buone notizie non sono considerate notizie, ma pubblicità.
(Marshall McLuhan, Gli strumenti del comunicare, 1964)
Il punto da capire, in fondo, è tutto lì. Come si arriva ad alimentare il rancore? Come si arriva ad abbracciare il pessimismo? Come si arriva a immergersi nel catastrofismo? Come si arriva a considerare una notizia come tale solo se questa risponde ai rigidi criteri che definiscono il perimetro dell’allarmismo?
L’argomento di questo capitolo riguarda una categoria professionale che nelle società moderne ha un ruolo importante nel decidere se assecondare o meno gli istinti catastrofisti, allarmistici, pessimistici che in modo carsico si intrufolano in ogni fessura della nostra contemporaneità. La categoria professionale in questione ha un ruolo cruciale nel determinare l’accensione o lo spegnimento del frullatore del rancore e ogni giorno, ogni secondo, si trova di fronte a due strade. Scegliere di rafforzare una visione pessimistica del mondo, trasformando ogni problema risolvibile in un problema irrisolvibile, o scegliere se fare uno sforzo in più, provando a ribellarsi all’idea che ogni notizia negativa sia la dimostrazione plastica di come il nostro mondo sia tragicamente spacciato, per non dire di peggio.
La categoria professionale in questione, lo avrete capito, è quella dei giornalisti, di noi giornalisti, e il tic diabolico di fronte al quale si trova la nostra categoria è sempre lo stesso: fare tutto il necessario affinché le cattive notizie siano sempre notizie da valorizzare, e fare tutto il necessario affinché le buone notizie siano spesso notizie da nascondere.
Il principio che guida l’algoritmo del catastrofismo non è legato solo alla logica del trauma: una cattiva notizia, come un trauma, resta nella nostra retina più di una buona notizia o di una gioia. Ma è legato anche a un problema di carattere culturale. Il catastrofismo, l’allarmismo, il pessimismo sono alleati naturali di un modo preciso di raccontare l’attualità che cerca di attirare i lettori spaventandoli, abusando del bollettino delle tragedie, e che cerca di creare interesse sul mondo terrorizzando chiunque provi a interessarsi del presente con una tecnica precisa e per certi versi genuina, che parte da questo presupposto: il modo migliore per mobilitare i cittadini a difesa dei valori democratici è mostrare un mondo destinato inevitabilmente a collassare su se stesso, e qualsiasi notizia positiva sulla contemporaneità rischia di rilassare il cittadino distraendolo dal suo senso del dovere.
Il meccanismo è importante da inquadrare e riguarda un tema legato alla costruzione del consenso. I media, i giornali, le televisioni, le radio, i siti internet giocano una partita delicata, al centro della quale vi è naturalmente una competizione finalizzata a conquistare più porzioni possibili di pubblico. In questa sfida, i media competono in molti modi, con le notizie, con le storie originali, con gli scoop, con le provocazioni, con le chiavi di lettura, ma anche con un altro mezzo, a volte improprio, che riguarda la corsa per catturare la vostra, la nostra, attenzione.
Il pessimismo, da questo punto di vista, è decisamente più impattante dell’ottimismo. Il pessimismo ti colpisce, l’ottimismo ti rassicura. Il pessimismo ti scuote, l’ottimismo ti calma. Il pessimismo ti cattura, l’ottimismo ti distende. E questo meccanismo perverso ti porta ad alimentare una spirale tossica all’interno della quale le uniche notizie considerate nobili, le uniche notizie per così dire scomode, scusate la parola, le uniche in grado di mettere il giornalista sul piedistallo della verità, diventano quelle negative, quelle drammatiche, quelle allarmiste, quelle catastrofiste.
Da una parte, il meccanismo è in qualche modo naturale: il cervello umano è più sensibile alle notizie negative e i media rispondono dunque a una domanda biologicamente condizionata. Dall’altra parte, però, il meccanismo è frutto di una scelta precisa, perversa, diabolica, che porta il giornalista collettivo ad assecondare una tentazione tossica: scommettere sul pessimismo per creare allarmismo, creare allarmismo per catturare attenzione, rifuggire dalle notizie positive per non far calare l’attenzione dei lettori, degli ascoltatori, dei telespettatori, e utilizzare la leva del pessimismo come una scorciatoia per informare in modo frettoloso, senza troppi sforzi, senza contestualizzare, senza spiegare.
Il meccanismo è lineare: il pessimismo è più facile da comunicare. L’ottimismo informato richiede invece tempo, fonti, verifiche, impegno, costa di più e, forse, rende anche di meno.
Nel giornalismo moderno non si misura più la verità, ma il grado di indignazione che provoca.
(Douglas Murray, 2019)
Il fatto che i media tendano spesso a considerare una notizia solo ciò che coincide con una cattiva notizia e a ignorare spesso le buone notizie considerandole non degne di essere trattate, nemmeno a piccole dosi, è ovviamente parte di un processo naturale. A dosi continue, invece, quando il gioco si fa più duro, più strutturato, più meccanico, si tratta di un processo volutamente distorsivo molto pericoloso.
Il perché è facilmente spiegato, da chi si è occupato del tema, con un esempio utile e una teoria nota a chiunque abbia studiato anche solo per una mezza giornata i principi base della sociologia della comunicazione. In base al principio della “euristica della disponibilità”, ogni persona tende a stimare la probabilità di un evento basandosi più sull’impatto emotivo di un ricordo legato a quell’evento, che sulla reale probabilità oggettiva che l’evento in questione si verifichi. Il rischio che qualcosa accada è dunque legato non a una valutazione oggettiva di quel fatto, ma alla disponibilità di un’informazione e soprattutto di un’emozione nella propria memoria.
Le emozioni che colpiscono di più, ovviamente, sono spesso quelle traumatiche. E per capire come funziona il processo cognitivo può essere utile citare il famoso esempio dell’aereo. Un incidente aereo riceve sempre una grande attenzione sui mass media e ha un forte impatto emotivo nella mente delle persone, ed è per questo che ciascuno di noi tende a stimare erroneamente come più alta la probabilità di avere un incidente in aereo rispetto a quella di averlo su altri mezzi di trasporto, nonostante le probabilità oggettive degli eventi siano l’opposto rispetto alla comune percezione del rischio.
Lo stesso principio lo si può applicare a mille altri campi. Pensate alla criminalità, all’inquinamento, alla disuguaglianza, all’abuso di droghe, ai femminicidi, alla corruzione, alle carestie, ai disastri ambientali.
In una certa misura, il principio dell’euristica della disponibilità non è governabile, perché è il nostro cervello che funziona così. Ma proprio perché sappiamo che il nostro cervello funziona così, chi ha il compito di informare il mondo, oggi come non mai, dovrebbe essere consapevole che di fronte all’industria della percezione ci sono due possibili scelte di campo: rinunciare a combattere la dittatura dell’“apocalitticamente corretto” o provare a essere ottimisti per non farsi travolgere dal mondo percepito. In altre parole: essere o no complici di questo processo, sapendo che assecondare l’industria del pessimismo aiuta non a combattere, ma a fertilizzare il terreno dello sfascismo.
L’industria dell’informazione è una fabbrica d’ansia. Ti tiene acceso, indignato, in allerta. Poi ti vende qualcosa.
(David Foster Wallace, intervista a Rolling Stone, 2005)
La scorciatoia del pessimismo dunque non è a costo zero, ma produce all’interno di ogni società una ferita profonda, che spinge il mondo dell’opinione pubblica ad assecondare, con tutti i mezzi a disposizione, la spirale del catastrofismo, considerandola come l’unico modo per poter essere contemporanei, per poter essere in sintonia con lo spirito del tempo, per poter essere considerati dei watchdog del potere.
Se non sei pessimista, se sei ottimista, sei un servo del potere. Se sei pessimista, e non combatti l’allarmismo permanente, sei un nemico del potere.
Questo meccanismo, che non è a costo zero, produce poi effetti deleteri, perché porta il sistema mediatico non solo a nascondere le notizie positive, non solo a foraggiare un senso di paura verso il futuro, ma anche ad alimentare e incoraggiare una forma di disfattismo che favorisce la creazione di un rancore permanente e statico.
Se il mondo va a rotoli, sempre, bisogna cambiare tutto, sempre. Ma se il cambiamento viene indirizzato sulla base di un mondo percepito e non di un mondo reale, il sistema mediatico, piuttosto che favorire un cambiamento, contribuirà semplicemente a descrivere un mondo in cui i problemi, pur risolvibili, appaiono irrisolvibili, dove la fiducia verso il futuro viene ostacolata da un senso di impotenza assoluto e dove il pessimismo diventa anche una strada comoda per evitare di occuparsi di soluzioni e lasciarsi andare invece all’evocazione dei capri espiatori.
Se un problema è risolvibile, trovare soluzioni è un dovere e l’ideologia non serve. Se un problema non è risolvibile, trovare soluzioni diventa quasi un esercizio retorico, inutile, e la ricerca di soluzioni lascia il posto alla cultura dello scalpo, alla caccia sterile al colpevole.
Steven Pinker, scienziato cognitivo canadese naturalizzato statunitense, sostiene che la percezione comune di un mondo in declino è profondamente errata e smentita dai dati. E in alcuni libri di successo, come Illuminismo adesso, ha mostrato come, grazie a scienza, ragione e progresso, l’umanità in verità abbia registrato enormi miglioramenti in aspettativa di vita, riduzione della povertà, alfabetizzazione, sicurezza e diritti. Il pessimismo mediatico, secondo Pinker, si trova al centro di questa mancata percezione del mondo in cui viviamo, bad news is news, good news is not news, e secondo Pinker nasce da due fattori: il negativity bias (la nostra mente reagisce di più al pericolo) e la selezione sistematica delle notizie peggiori da parte dei media (che generano più clic). Pinker invita a rimettere al centro dell’informazione pubblica la fiducia nella capacità dell’uomo di risolvere i problemi, senza nascondere le difficoltà ma resistendo al culto della decadenza.
Viviamo circondati da notizie drammatiche, previsioni fosche, allarmi in tempo reale. Guerre, pandemie, inflazione, cambiamento climatico, intelligenze artificiali che rubano il lavoro. In un mondo così, chi osa essere ottimista sembra un ingenuo o un irresponsabile. Ma forse la vera irresponsabilità è rinunciare a capire. Perché il mondo cambia, e spesso cambia in meglio, anche quando non ce ne accorgiamo. E soprattutto: anche quando nessuno ce lo racconta. E la stessa operazione la fa un altro gigante del pensiero ottimistico, Hans Rosling, che in un libro di successo, Factfulness. Dieci ragioni per cui non capiamo il mondo. E perché le cose vanno meglio di come pensiamo (2018), sviluppa un ragionamento interessante attraverso un paradosso: più il mondo migliora, più le persone credono che stia peggiorando. In Factfulness, Rosling documenta come la stragrande maggioranza della popolazione mondiale viva meglio oggi rispetto a qualsiasi altro periodo storico. Denuncia l’“istinto della paura” alimentato dai media, che semplificano la complessità in categorie drammatiche: “disastro”, “crisi”, “catastrofe”, e accusa il mondo dell’informazione di essere diventato una lente deformante.
La TV e i giornali fanno apparire il mondo peggiore di quanto non sia. Perché le buone notizie non vendono.
(Karl Popper, Cattiva maestra televisione, 1994)
Rosling propone dieci “regole di factfulness” per interpretare il mondo con realismo, equilibrio e dati aggiornati. Il suo approccio è interessante e fornisce un antidoto pratico e pedagogico al pessimismo mediatico, promuovendo una cultura della pazienza e della lentezza: il cambiamento esiste, ma richiede tempo per essere visto e compreso. Rosling non invita a chiudere gli occhi di fronte ai problemi. Fa il contrario: offre dieci lenti per guardarli meglio, spogliandoli della distorsione emotiva e sensazionalistica con cui spesso i dati ci vengono presentati.
Primo consiglio: non dividere il mondo in due. Non esistono solo i paesi “ricchi” e i paesi “poveri”. La maggior parte delle persone vive nel mezzo, in una fascia intermedia fatta di progresso lento ma costante. Quando dividiamo tutto in bianco e nero, non capiamo i veri cambiamenti in corso. Secondo consiglio: ricordiamoci che le notizie negative fanno più rumore. E’ vero che il male esiste, ma spesso il bene avanza in silenzio. I giornali parlano di aerei che cadono, non di quelli che arrivano. Così finiamo per pensare che tutto stia andando a rotoli, anche quando i dati raccontano altro. Terzo consiglio: non tutto cresce all’infinito. Molti fenomeni non seguono una linea retta. La natalità, le emissioni, l’alfabetizzazione: si impennano, si stabilizzano, poi si flettono. Capire le curve ci aiuta a leggere meglio i trend, e a non cadere nel panico. Quarto punto: la paura non è un buon consigliere. Tendiamo a temere ciò che fa più impressione – il terrorismo, le pandemie, i disastri – ma spesso trascuriamo i rischi più frequenti e gestibili. I media lo sanno, e usano la paura per vendere attenzione. E noi possiamo difenderci. Quinto spunto: i numeri vanno messi in proporzione. Un milione di persone colpite da un evento sembra tanto. Ma quanto è su dieci milioni? Su cento? I numeri assoluti ingannano. Bisogna sempre chiedersi: rispetto a cosa? Sesto punto: le generalizzazioni sono trappole. Dire “gli africani”, “gli immigrati”, “i giovani” è spesso fuorviante. I gruppi contengono differenze, sfumature, dinamiche che vanno conosciute. Altrimenti creiamo stereotipi, non informazione. Sette: nulla è immutabile. Le culture cambiano. I comportamenti evolvono. I diritti si estendono. Dire “sono fatti così” o “è sempre stato così” è un modo per smettere di pensare. Ma la storia è un invito a fare il contrario: osservare come le cose si trasformano. Ottavo punto: nessuna prospettiva è sufficiente da sola. Chi ha solo un martello vede chiodi dappertutto. Così anche chi ha solo un’ideologia, una teoria, una visione del mondo. Meglio usare più strumenti, più discipline, più punti di vista. La complessità non si riduce a una causa sola. Nono punto: cercare sempre un colpevole è inutile. Attribuire ogni problema a un nemico comodo – un governo, un’élite, una lobby – è rassicurante, ma spesso sbagliato. Le dinamiche sociali sono sistemiche, non sempre c’è una mano visibile da indicare. E anche quando c’è, capirne il contesto è più utile che gridare al mostro. Decimo: l’urgenza può accecare.
“Agiamo subito!” è un’esortazione nobile, ma anche pericolosa se cancella l’analisi. L’ansia del tempo può portare a scelte sbagliate. Quando tutto sembra urgente, bisogna rallentare il pensiero, non accelerarlo.
Ricorda che le notizie cercano sempre di spaventarti. Fa male a noi, ma è molto utile per le organizzazioni giornalistiche: il modo più semplice per ottenere un pubblico è spaventare le persone.
(Alain De Botton, in “The Guardian”, 2014)
Nel 2010, Matt Ridley, scrittore e opinionista americano, nel suo Un ottimista razionale ha offerto un altro spunto interessante. Secondo Ridley, il pessimismo mediatico nasce dall’ossessione per il breve termine e da una cultura che premia il sensazionalismo. Ridley denuncia l’ignoranza dei trend storici nei giornali, che spesso isolano gli eventi dal contesto. Il suo “ottimismo razionale” non è cieco entusiasmo, ma fondata fiducia nella capacità umana di adattarsi e migliorare. Invita a diffidare delle “mode catastrofiste” e a promuovere una comunicazione pubblica che non confonda la critica con il nichilismo. E il modo in cui giornali e talk show semplificano i contrasti in binari netti (“noi contro loro”) riduce la realtà a dramma permanente, creando una logica del conflitto che attira l’attenzione ma distrugge la comprensione.
Negli ultimi anni, il meccanismo perverso che abbiamo appena descritto è stato incoraggiato da una dinamica che ha avuto un ruolo centrale nella costruzione di una società fondata sul pessimismo cosmico e sul catastrofismo universale. I contenuti che evocano paura e ansia, generalmente, ricevono più clic, più visualizzazioni e più condivisioni. E per tutti i media che hanno al centro del proprio business la necessità di ottenere sempre più clic, con tutti i mezzi a disposizione, la tentazione di privilegiare titoli sensazionalistici e narrazioni allarmistiche non diventa più solo una scelta di campo: diventa una scelta editoriale, commerciale, al centro della quale vi è la necessità di competere con i propri rivali in una corsa all’ultimo clic, costi quel che costi, anche se il prezzo da pagare è quello di contribuire a ingrossare la pancia di un mostro chiamato allarmismo, creando le condizioni per far emergere una domanda politica fondata più sulla volontà di assecondare le percezioni che sulla volontà di forgiare un mondo in cui i dati della realtà contano di più rispetto a quelli della non realtà. Gli algoritmi, purtroppo, premiano i post allarmistici e le fake news rispetto alle informazioni più equilibrate. Uno studio dell’Università di Winnipeg che ha analizzato ogni singolo tweet pubblicato dai membri del Congresso degli Stati Uniti tra il 2009 e il 2019 ha scoperto che quando questi ultimi esprimono maggiore inciviltà negativa nei confronti degli altri sui social media, ricevono più Mi piace e retweet rispetto a quando pubblicano commenti positivi che elogiano i propri follower. A sostegno di questa scoperta, uno studio della New York University, che ha analizzato oltre 2,7 milioni di post su Facebook e Twitter, ha scoperto che i messaggi negativi e ostili vengono condivisi o ritwittati due volte più frequentemente rispetto ai messaggi positivi o neutri. E le conseguenze di questa dinamica possono essere profonde.
Un altro studio interessante, questa volta dell’Università di Cambridge, ha dimostrato che le persone esposte costantemente a notizie negative tendono a sviluppare ansia sociale e una visione distorta della realtà. E che questo processo alimenta un ciclo in cui le persone cercano continuamente informazioni negative, rafforzando il loro pessimismo. Lo studio si chiama Doomscrolling evokes existential anxiety and fosters pessimism about human nature? ed è stato pubblicato nel 2024 sulla rivista “Computers in Human Behavior Reports”. Analizza come l’esposizione prolungata a notizie negative – il cosiddetto doomscrolling – induca ansia esistenziale e crei una prospettiva distorta della realtà. E sulla base di campioni dall’Iran e dagli Stati Uniti, si osserva che le persone sviluppano una forte ansia anticipatoria (paura di eventi futuri) e un senso di impotenza, convinte che il mondo sia intrinsecamente più minaccioso di quanto non sia realmente. L’immersione ripetuta nei contenuti negativi attiva sensazioni di “fatigue emotiva”, riduce la soddisfazione di vita e, in alcuni casi, favorisce sintomi depressivi. Una scoperta chiave è il meccanismo di feedback per così dire circolare: l’ansia spinge gli utenti a cercare ulteriori notizie negative, gli algoritmi incentivano questo comportamento mostrando contenuti simili, e così si crea un ciclo che rinforza pessimismo e paura. L’abitudine, dice la ricerca, è stata associata a un aumento dell’emotività, a difficoltà nel concentrarsi sul quotidiano e a un calo drastico di momenti di benessere emotivo. Vi suona nuova? Forse no.
Se una notizia non è davvero notizia se non è cattiva, sarà difficile sostenere che siamo una nazione informata. (Norman Cousins, 1949)
L’industria del pessimismo, lo avrete capito, è molto potente perché sfrutta i meccanismi psicologici umani e le dinamiche economiche dei media. Tuttavia, i dati dimostrano che molte delle paure diffuse sono spesso esagerate o addirittura infondate. Riconoscere questi meccanismi e adottare un approccio più critico e razionale all’informazione è fondamentale per sfuggire a questa spirale e, come si dice, costruire una visione più equilibrata e realistica della società. Uno studio condotto dalla psicologa Qi Wang, docente di Sviluppo umano, psicologia e scienze cognitive presso la Cornell University, dimostra come l’esposizione ripetuta a notizie negative alimenti un senso diffuso di pessimismo collettivo. In particolare, la ricerca (Why do Americans foresee a grim future for their country? The influences of country well-being, national identity, and news coverage, 2025) ha mostrato che i partecipanti che avevano letto una selezione di articoli negativi tendevano a percepire lo stato attuale della società come peggiore e a prevedere un futuro più cupo per il proprio paese. Al contrario, chi aveva letto notizie positive aveva una visione più equilibrata, mostrando maggiore soddisfazione e fiducia nel futuro.
Il meccanismo è semplice ma profondo: il cervello umano è predisposto a reagire con maggiore intensità alle informazioni minacciose (il già citato negativity bias), e questo influenza direttamente la percezione della realtà. Ma il problema non è solo individuale: quando l’informazione si concentra sistematicamente sugli aspetti peggiori del mondo, si produce un effetto di sfiducia generalizzata, apatia civica e paralisi decisionale. E dunque, ci si potrebbe chiedere, cosa si può fare per combattere la spirale tossica costruita dai media pessimisti, che descrivendo la realtà per quello che è tendono ad alimentare una visione del mondo falsa, controproducente, non veritiera, avvitata su se stessa, foriera di populismo? Nassim Nicholas Taleb, autore di Il cigno nero, in alcuni scritti ha ricordato con intelligenza che i media raccontano ciò che “succede”, non ciò che “non succede”. E per ovviare a questo meccanismo Rosling ha suggerito un metodo semplice ma radicale: “Immagina di essere un marziano appena atterrato sulla Terra. Leggi le notizie e chiediti: il mondo sta andando in pezzi o sta funzionando malgrado tutto?”. Giuliano da Empoli, scrittore, autore di Il mago del Cremlino, ha suggerito anni fa uno spunto diverso, per afferrare il tema. Da Empoli, nel libro Gli ingegneri del caos, sostiene che la cronaca è il carburante del populismo proprio perché taglia la realtà in frame emotivi, spesso tragici, che non permettono discernimento. Già, ma come uscirne? Come governare la società del rancore? Steven Pinker, sempre lui, l’autore di Illuminismo adesso, suggerisce un esercizio concreto: ogni giorno annotare una cosa che è andata meglio nel mondo rispetto al passato (un progresso medico, un numero sulla riduzione della povertà, una scoperta tecnologica). Lo scopo non è negare i problemi, ma riequilibrare cognitivamente, per così dire, la percezione della realtà, abitualmente distorta dal negativismo selettivo dei media. “Le notizie non ti dicono che oggi 137.000 persone sono uscite dalla povertà. Ma è successo”.
La realtà, naturalmente, è migliore di come la vediamo. E per sfidare l’agenda del catastrofismo e del pessimismo universale forse varrebbe la pena rivolgersi ai propri lettori, ai propri ascoltatori, ai propri telespettatori con un metodo diverso, a suo modo rivoluzionario: siamo proprio convinti che il metodo migliore per risvegliare le coscienze sia quello di angosciare il prossimo, o forse per combattere la società del rancore possiamo anche permetterci di mostrare quali risultati positivi può raggiungere il mondo moderno, senza doverci per forza rifugiare in un passato magico che forse non c’è mai stato? La chiave è sempre la stessa: provare a unire i punti per smetterla di avere paura del futuro. Da dove cominciare? Forse una strada c’è.
Il testo che avete letto è un estratto del libro L’Antidoto. Libertà, ambiente, tecnologia. Manifesto ottimista contro la dittatura del catastrofismo del direttore del Foglio Claudio Cerasa, uscito il 20 gennaio 2025 per Silvio Berlusconi Editore.