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Ferì con la menzogna e stregò col sortilegio. Elsa Morante, grande e impossibile
Nulla può fermare l’amore universale per la favolosa poetessa. Critici e lettori le hanno assegnato una volta per tutte la corona di “più grande scrittrice italiana” e nessuno si è mai preso il disturbo di spostarla sulla testa di un’altra
Mi ha sempre meravigliata che in un ambiente litigioso e pronto a dividersi come quello artistico, su Elsa Morante abbia regnato senza ombre un consenso unanime. Critici e lettori le hanno assegnato una volta per tutte la corona di “più grande scrittrice italiana” e nessuno si è mai preso il disturbo di spostarla sulla testa di un’altra. Certo a lei questo non bastava. Lei pretendeva di essere riconosciuta come il più grande scrittore in assoluto. Anzi detestava essere definita scrittrice, si sentiva defraudata di una gloria – maschile – che avrebbe dovuto spettarle di diritto. Del resto, come ricorda René de Ceccatty nella biografia Elsa Morante, una vita per la letteratura, tradotta dal francese pochi anni fa da Neri Pozza, lei stessa confessava un “antico e inguaribile desiderio di essere un ragazzo”. E per questo si era messa a scrivere a un certo punto L’isola di Arturo, fra i suoi romanzi da tutti forse il più amato: per vivere finalmente nei panni di un uomo. Perché sosteneva: “Non ho mai conosciuto una donna veramente intelligente”. Nemmeno la grande amica Natalia Ginzburg a suo parere lo era, Natalia cui doveva la pubblicazione dei suoi libri da Einaudi, Natalia che riuscì a vincere le resistenze di Italo Calvino, il quale reputava Ginzburg – non Morante – una scrittrice significativa.
Ma i suoi duri giudizi restavano nel segreto delle lettere editoriali e Elsa riusciva persino a non cogliere le sue critiche camuffate da notazioni gentili nei loro scambi verbali. Ci fu, sì, una levata di scudi contro di lei quando fu pubblicato La Storia nel ‘74, meganarrazione tradizionalissima, decisamente controcorrente in anni ancora dominati dal Gruppo 63, che aveva decretato la morte del romanzo. Persino l’amico Pier Paolo Pasolini, da lei scoperto e imposto, la stroncò. Ma forse fu solo una vendetta perché non si era sentito capito in un suo devastante dolore sentimentale. Erano tempi così, tempi molto passionali. Sulla Storia, poi, in tanti si sono ricreduti, e perciò, Calvino a parte, davvero non ricordo nessuno che abbia messo in discussione il primato Morante. Tanto è vero che su di lei non si smette di scrivere osannandola. E i manuali scolastici prendono praticamente soltanto la Elsa nazionale in seria considerazione rispetto a tante esimie colleghe. Persino in tempi di approfondite rivalutazioni femminili e femministe.
Tant’è. Nemmeno il suo pessimo carattere – di cui il marito Alberto Moravia, pagò le spese più consistenti – ha mai raffreddato gli animi. Un carattere che fece fuggire a gambe levate numerosi amici, che mai però dismisero l’ammirazione per la sua scrittura. Fra quelli che si allontanarono ci fu, per esempio, Alfonso Berardinelli che in un intervento poi raccolto ne Il critico come intruso (Le Lettere) ebbe a dire elegantemente: “Nell’amicizia con Elsa le cose peggiori avvenivano quando in lei l’impazienza del poeta si univa alla chiaroveggenza del romanziere. Allora ci vedeva come personaggi di romanzo, vedeva in noi il legame necessario fra carattere e destino. Ma chi sopporta di sapere qual è davvero il suo carattere e destino?”
Altri sono stati assai meno discreti rivelando maltrattamenti e umiliazioni in pubblico. Ma sono aneddoti risaputi. Quando qualcuno o qualcosa la scandalizzava, mi raccontò un giorno Elio Pecora, non lasciava correre. Interveniva. E con violenza. Mettiamo che a un tavolo vicino, al ristorante, le capitasse di ascoltare la conversazione fra due razzisti. Li affrontava. Li distruggeva con un diluvio di parole urlate e di ragionamenti inoppugnabili. Persino i pochi che accettava di frequentare regolarmente, temevano di fare o dire qualcosa che avrebbe potuto scatenare le sue furie. Bastava non essere autentici, semplici, diretti come esigeva lei. Bastava apprezzare un libro o un autore che lei disprezzava. E si cadeva in disgrazia, e si diventava il capro espiatorio della serata. E guai se gli altri, i presenti, provavano a difendere il reietto. La situazione peggiorava e stavano male tutti. Per questo alcuni, pur essendo da lei amatissimi, l’hanno abbandonata, hanno rinunciato a un certo punto alla sua amicizia stanchi di mantenersi all’altezza di così severe richieste, stremati, vinti. Perché la sua amicizia, parlare con lei, concluse Elio, che ne ha anche scritto ne Il libro degli amici (Neri Pozza): “Era una specie di terapia linguistica, emotiva, morale e concettuale, nonché, naturalmente, estetica”.
Fece eccezione per tutta la vita la molto più giovane Patrizia Cavalli, scoperta e imposta dalla stessa Morante. Forse perché anche Patrizia, come Elsa, era incapace di diplomazia, autentica fino alla sgradevolezza a volte. L’Album Morante (Einaudi) che ha visto finalmente la luce il mese scorso grazie alla cura di Emanuele Dattilo, sull’onda del quarantennale della morte della scrittrice, era stato progettato dagli amici nel lontano 1985, il 25 novembre, si dice, giorno del suo funerale, e affidato proprio a Cavalli. Una sorta di biografia per immagini della Morante – molte mai viste prima, nascoste nelle case di vari conoscenti, sepolte negli archivi delle agenzie fotografiche, dei giornali – e commentate da citazioni indirette, prese dai suoi corrispondenti nell’epistolario, o da riflessioni di altri su di lei. Ma Patrizia Cavalli viveva il compito troppo emotivamente e non era mai riuscita a portarlo a termine. E’ un’opera preziosa che ha forse solo il difetto di non contemplare la parte finale dell’esistenza dell’artista, fermandola per sempre in un’immagine di bellezza e giovinezza che lei avrebbe però senz’altro gradito.
E ancora di Morante si parla nell’ultimo libro di Renzo Paris, La favolosa Elsa che chiude una trilogia pubblicata dalla casa editrice Elliot dedicata precedentemente ad Amelia Rosselli e a Laura Betti. Interessante e nuovo l’approccio di Paris – che patì anch’egli il ripudio per via della grave colpa di essere amico di Moravia – perché non è un’ennesima biografia, né una lettura critica della sua opera. E’ invece la storia personalissima e dolorosa della malattia handicappante di un figlio in seguito a un incidente, che si alterna alle apparizioni favolose della grande amica scomparsa. Come disse una volta Moravia, infatti, c’era in lei “qualcosa di estremo, di straziante e passionale” che la rendeva particolarmente sensibile alla sofferenza del prossimo. Non si può dimenticare che in Menzogna e sortilegio, il romanzo che la impose nel ‘48, a trentasei anni, il suo alter ego Elisa, voce narrante, afferma: “Bisogna sapere che io, per mia sorte, fui sempre di quelli che s’innamorano in modo eccessivo e inguaribile, e dei quali nessuno mai s’innamora. Mia madre era stata il primo, e il più grave, dei miei amori infelici”.
Ecco rivelato in modo schietto e diretto il nodo segreto di una personalità. Quel “primo amore infelice” permea l’esistenza e la produzione di Elsa Morante ed è semmai sorprendente che proprio lei, così dichiaratamente sprezzante verso le donne, vada con la sua opera a illuminare il complesso rapporto madre-figlia, e non solo: femminilità-creazione, donna-maternità, il dono della vita come consegna alla morte. Nel saggio sul Beato Angelico, in Pro o contro la bomba atomica parla esplicitamente di “croce materna che inchioda noi tutti”, mentre nel suo romanzo a mio parere più bello perché più moderno, Aracoeli del 1982, afferma: “Vivere significa: l’esperienza della separazione”. Il momento in cui si viene al mondo coincide con l’inizio del percorso verso la morte e la madre è l’indiscussa sacerdotessa del mistero dell’esistenza. Se ci pensiamo, tutta l’opera di Elsa Morante ruota intorno allo stesso perno, su uno stesso disperato tema elaborato con la maestria e la fiducia nel narrare di uno scrittore ottocentesco, uno scrittore profondamente realista malgrado le forti derive fiabesche, capace di grandi architetture, complesse macchine sceniche, intricate relazioni fra diversi e numerosi personaggi.
“L’amicizia con Elsa Morante durò nove anni, dal 1965 al 1974” racconta Paris nel suo libro. In realtà, aggiunge, s’interruppe – per volere di lei – senza mai interrompersi dentro di lui, perché Elsa era una donna di menzogne e sortilegi e il sortilegio della sua presenza è diventato tanto più presente nella vita di Renzo dopo la sua morte e accanto al letto del figlio colpito nel corpo e nella mente. “Quando l’ho conosciuta, aveva abbandonato i vestiti dell’eleganza borghese. Preferiva indossare, come una zingara andalusa, gonne lunghe e preferibilmente scure, fino a coprire i piedi. Gli scialli colorati, annodati in gola, coprivano i ciuffi di capelli bianchi che la ossessionavano fin da ragazza. Gli occhi miopi le davano un’aria trasognata. Il cambio del look proveniva dal suo nuovo stato. Nei primi anni Sessanta del secolo scorso, Moravia le aveva lasciato [per trasferirsi con Dacia Maraini sul Lungotevere della Vittoria] il suo appartamento di due piani in via dell’Oca 27, accanto a piazza del Popolo” che lei divideva con i suoi amati gatti, Micifuz, Minna, Tit, Useppe, Milarepa... cui attribuiva un solo cognome inventato, Mandulino, napoletano e musicale.
Il sortilegio era quello che esercitava sugli altri e La favolosa Elsa ne racconta molti dettagli inquietanti, soffermandosi soprattutto sulla devastazione che il rapporto e poi l’allontanamento imposto dalla scrittrice provocò sul poeta Dario Bellezza, che aveva commesso l’errore di scrivere un romanzo, Angelo, a lei sgraditissimo. La menzogna è il vero motivo per cui quella donna complicata poteva cambiare atteggiamento verso le persone e da madre protettiva trasformarsi in una strega implacabile. Per sciogliere un simile enigma non bastano le pagine suggestive di uno scrittore, ci sarebbe voluto lo psicanalista che sicuramente Elsa evitava come la peste, essendo chiusa a qualsiasi scandaglio interiore che non fosse quello letterario. Ma forse c’è una menzogna iniziale nel suo destino che può spiegare qualcosa, quello dei due padri. Di chi era davvero figlia Elsa, di chi i suoi due fratelli, Aldo e Marcello e la sorellina Maria? Di Augusto Morante, probabilmente omosessuale, padre anagrafico, o dello “zio” siciliano Ciccio Lo Monaco che si tratteneva spesso a Roma da loro e diceva stranezze come: “Ha preso da me questa bambina”? Se poi lei conservò il più fiabesco cognome Morante non è di sicuro perché ignorasse la verità, ma perché aveva sempre dato più importanza alla bellezza che alla realtà delle cose.
Infine vorrei concludere questo excursus nei sortilegi morantiani rileggendo il capitolo a lei dedicato nel volume Amatissime di Giulia Caminito, riproposto da Bompiani nello scorso settembre e uscito in prima edizione per Perrone tre anni fa. Tanto per lasciarsi incantare ancora un po’ dalla malia della favolosa Elsa e inseguirla nella lettura di una giovane scrittrice (Caminito è nata nel 1988). “Sono cresciuta con una grande fotografia di Elsa Morante appesa in casa” è l’incipit. Infatti l’amore per Morante le viene direttamente da sua madre, che ne era una lettrice appassionata e all’autrice de La Storia aveva dedicato la tesi di laurea. Certe ossessioni letterarie, a volte, passano di madre in figlia. E poi per Giulia si è trattato anche di capricci del destino, tanto per complicare le cose citando un titolo di un’altra grandissima, Karen Blixen, che però ora non c’entra. Il destino ha voluto che, ventenne, andando con due amiche a vivere per conto suo sia finita in un condominio al quartiere Testaccio proprio dove aveva abitato Elsa Morante e dove ora c’è una targa che la ricorda. E poi di nuovo si è ritrovata dopo qualche anno a salire le stesse scale per raggiungere una psicanalista che, guarda caso, proprio lì aveva il suo studio. Per Giulia Caminito, comunque, Elsa Morante è senza se e senza ma “la più grande scrittrice del nostro Novecento”. Avrei da ridire, opponendole la mia più amata Natalia Ginzburg, e però aggiungerò solo che agli scrittori non si dovrebbero assegnare medaglie come si fa nelle gare sportive, obbligando i primi tre a salire su gradini di diverso livello, e che ognuno ha diritto a scegliere per sé i preferiti senza stabilire confronti che lasciano il tempo che trovano.
Mi fa comunque piacere, però, che la terribile Elsa, vittima di amori non ricambiati, sia stata vendicata da un pubblico innamorato che la rincorre e l’apprezza sfrenatamente da una generazione all’altra. E qui la lascio ai posteri, spero senza ardue sentenze, con una divertente immagine di lei ragazza che Caminito ricorda nel suo scritto: “Se andava alle feste da ballo indossava abiti scollati e lunghi, ma doveva con questi prendere il tram e attraversare a piedi le piazze, attirando sguardi e qualche risatina; non era brava a ballare e quando capitava sembrava o ‘un sacco di castagne’ o ‘una puledra’ intenta a tirare calci e dimenarsi”. Così, tanto per rendere la favolosa una di noi.