Foto di S. Malgis su Unsplash
in libreria
Cari teorici del post liberalismo, cosa sarebbe l'occidente senza libertà?
Il bene comune apprezzato dai post liberali è un concetto tanto vago da poter essere così impiegato a totale piacimento. Il libro di Matt Sleat e l'esigenza di riscoprire i new liberals inglesi di fine Ottocento
Poche cose sono costanti, a destra come a sinistra, come il disprezzo per la libertà. Poco importa che proprio la libertà sia stata il minimo comune denominatore dello sviluppo, materiale e non, del mondo occidentale. Anche quando la si usa, si tende ad abusarne fino a farla diventare un sinonimo dell’eguaglianza: il concetto, diceva Alexis de Tocqueville, per cui l’uomo democratico nutre una passione senza pari. La libertà frantuma l’ordine sociale, crea anomia, divide gli animi: insomma, una vergogna da contestare e poi correggere. Ma con cosa? Secondo i post liberali, con il bene comune: concetto tanto vago da poter essere così impiegato a totale piacimento. E infatti, alla domanda sul contenuto che esso veicola, la confusione emerge. In questo caso, tuttavia, con una certa coerenza i fautori di tale nuova-vecchia dottrina ambiscono a ricreare condizioni socio-culturali pre moderne: e dunque, sostituendo la libertà con il bene comune, l’individualismo con un certo organicismo collettivistico, ecco che verrebbe meno quella condizione di cronica frammentazione tanto aborrita.
Parlando di post liberalismo va comunque osservato che non si tratta di un movimento di pensiero coeso o di un gruppo dai contorni ben definiti. Il libro di Matt Sleat, Post-Liberalism (Polity), ha quindi il pregio di sciogliere qualche nodo e presentare in maniera sintetica e chiara le coordinate di questa dottrina oggi alla ribalta. Il punto di partenza, lo abbiamo detto, è il rifiuto della libertà e del liberalismo che vanno sostituiti con una visione politica votata al bene comune. Da ciò, Sleat deriva quelle che sono le caratteristiche principali del post liberalismo: la tendenza, o anche meglio la presunzione perfezionistica di creare le condizioni migliori di vita di una comunità; un certo confessionalismo, per cui il Cristianesimo assurge a religione della comunità e, si badi bene, si fonde con l’ordine politico e civile; un muscolare intervento dello stato per applicare i principi sopradetti con politiche che vi si conformino; la predilezione per l’elitismo, che serve per guidare il popolo dove altrimenti non potrebbe arrivare da solo (ricordate Rousseau?). A ben vedere, non vi è nulla di particolarmente nuovo. Quello che forse più colpisce, almeno fino a un certo punto, è il favore con cui questo pensiero attecchisca ad esempio là dove libertà e il liberalismo erano in precedenza visti con favore (pensiamo al Partito Repubblicano americano).
Sleat prende a riferimento soprattutto due nomi che rappresentano questa teoria: Patrick J. Deneen e Adrian Vermeule. Il primo in particolare merita considerazione, se non altro per la fortuna che ha avuto con Why Liberalism Failed. Più recentemente, il teorico politico americano ha anche pubblicato Regime Change. Towards a Postliberal Future (tradotto anche in italiano) in cui argomenta la propria visione di un “conservatorismo del bene comune” che miri davvero a conservare invece che a favorire la libertà. Reminiscente, molto più di quanto non ammetta, della critica di Christopher Lasch, Deneen insiste su tre parole chiave: stabilità, ordine, continuità. Ciò significa favorire condizioni socio-culturali, politiche ed economiche che consentano una vita incentrata meno sul progresso e più sulla preservazione di ciò che era prima di decenni di progressismo (sia di destra sia di sinistra). I contorni dell’ordine politico auspicato sono tutt’altro che chiari. Nondimeno, evidenti sono gli orientamenti prescelti: l’idea è quella di sostituire l’individualismo con il comunitarismo, la libertà con il bene comune, l’economia di mercato con uno statalismo orientato all’autosufficienza nazionale. Ciò che caratterizza di più il post liberalismo, nota Sleat, è forse la sua eccessiva fede in una politica taumaturgica e ingegneristica: cioè l’idea che questa nuova élite intellettuale si ritenga in possesso di un manuale d’uso per creare un diverso e migliore ordine politico. Una pia illusione. Come del resto appare la soluzione proposta dall’Autore: la riscoperta di quei new liberals inglesi di fine Ottocento che, a ben vedere (e lo ammette persino Sleat!), erano anch’essi persuasi della necessità di una “politica della fede” al servizio, per dirla con Michael Oakeshott, “della perfezione dell’umanità”. Cambiano i pretesti (sviluppo del vero sé, bene comune), ma costante è l’avversario da combattere: la sporca, gretta, egoistica libertà individuale, senza la quale occorrerebbe chiedersi ogni tanto dove saremmo.