Foto di Kimberly Farmer su Unsplash
in libreria
L'universo fiabesco di Antonio Faeti, che osserva ogni cosa dal basso
Nel “Percorso dei bagolari”, l’accostamento tra i disegni e le memorie narrative della raccolta restituisce il carattere originale dell’immaginario faetiano: un grande paniere di giocattoli su cui incombe una luce da noir
Da più di mezzo secolo, Antonio Faeti rappresenta la letteratura per ragazzi dal volto umano. La sua biografia collega l’artigianato di Mario Lodi allo spirito teorico di Eco e Celati. Ma Faeti non è professorale, nemmeno in modo goliardico: annette alla coscienza culturale un continente non ancora mappato, ma evita l’accademizzazione del pop. Con Eugenio Riccomini, il saggista di “Guardare le figure”, si è rivelato presto uno degli ultimi eclettici, divaganti Conversatori Bolognesi. La scrittura di questi maestri, cerimoniosamente ironica, mantiene il tono della voce viva e il passo del flâneur. Oggi la ritroviamo nel “Percorso dei bagolari”, l’ultimo volume faetiano edito dalla Libreria Piani e curato da Tiziana Roversi, che ci propone anche una piccola antologia del Faeti illustratore. L’accostamento tra i disegni e le memorie narrative della raccolta ci restituisce il carattere originale dell’immaginario faetiano, che somiglia a un grande paniere di giocattoli su cui incombe una luce da noir, tragica o picaresca. All’orfano cresciuto tra le macerie del ’45, giocattoli e fumetti sono serviti per addomesticare il lutto: Flash Gordon era anche il nome di battaglia di qualche partigiano. Non meno salvifica dev’essere stata la sua inclinazione a valorizzare gli incontri occasionali. Molte di queste ventidue storie si basano sulle coincidenze; e a volte su quelle coincidenze sorprendenti, esplorate da Praz e da Jung, per cui mentre leggiamo una pagina la vita intorno a noi ne riecheggia il tema. Si veda il pezzo dove il narratore si ritrova di continuo tra i piedi un vecchio libro di scuola che aveva deciso di non aprire più.
Un mattino, sfogliandolo, si sofferma su una leggenda che funziona da monito pedagogico. Lavorando all’Ultima Cena milanese, Leonardo avrebbe cercato in città i volti adatti per Giovanni e Giuda. I tratti angelici del primo, si dice, li aveva incontrati quasi subito; mentre solo dopo due anni, in una bettola, si era imbattuto in un modello adatto per il traditore: ma portandolo sotto la luce vi aveva poi riconosciuto lo stesso Giovanni, ormai precipitato nel vizio. A questo punto l’alter ego di Faeti chiude il libro, arriva in ritardo a una seduta di laurea, e qui s’incanta ad ammirare una studentessa bellissima e brillantissima; finché la notte seguente, al buio dei portici, quasi inciampa nel suo corpo stravaccato a terra, ubriaco e già corrotto. Ma il sottosuolo ha anche un opposto potere di redenzione. Così durante i bombardamenti, in un rifugio più simile a una trappola, il bambino Antonio apprende da una signora bizzarra l’esistenza di una Bologna infera, carrolliana e truce, i cui luoghi si chiamano “Arsenale dei facchini decabristi” o “Cabaret del Gran Guignol”. A questo spirito romanzesco l’adulto resterà fedele. Lo conferma la sua passione per gli scenari vittorughiani, per il feuillettonismo petroniano che va dal “Diavolo del Sant’Ufficio” di Zanolini al “Diavolo al Pontelungo” di Bacchelli, e che a poco a poco, nel Novecento, si riduce alle brevi di cronaca nera stampate sui rotocalchi più dozzinali.
Questa miscela di Perturbante e di Domestico mostra una delle radici profonde dell’opera faetiana, che riguarda evidentemente il sesso; ma porta a galla anche l’ambiguità morale dell’affabulatore che manipola le storie di semisconosciuti, o fa sadici esperimenti sul prossimo come su una cavia. In “L’ignoto fuori porta” un altro ragazzino, Jekyll mitissimo a scuola e in famiglia, sfoga la sua parte Hyde descrivendo ai coetanei di un istituto per ciechi quei piaceri della pittura a cui non potranno mai accedere. Vendetta dell’orfano sui fratellastri di sventura? Ma altrove la piaga del bambino ferito diventa un luogo di accoglienza. Faeti non ha mai smesso di guardare il mondo dal basso, e di poter così rivelare, dove quasi tutti vedono solo figure prosaiche, un teatro sontuoso e fiabesco. Di qui viene la sua capacità, lodata da Calvino, di “saper valorizzare i minori e i minimi”, e di ritrarre insieme i rappresentanti delle più varie culture. Davanti al “Percorso dei bagolari”, tornano in mente le pagine dedicate da Oreste Del Buono agli amici di una vita. Pagine dove tra i piani alti della letteratura, le cucine artigianali dei menabò e le osterie dei tiratardi dimenticati dal mondo non si ergono mai muri – neppure i muri di quelle note bibliografiche che oggi, purtroppo, soffocano perfino il meno noto dei fumetti.
l'editoriale dell'elefantino