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L'eroica impresa di elaborare un'apologetica per l'epoca contemporanea

Sergio Belardinelli

Non vi piace Ratzinger? Ascoltate almeno Habermas. Il compito coraggioso del libro di Marco Cangiotti

Mi capita spesso di rileggere il grande discorso che Benedetto XVI tenne all’Università di Regensburg il 12 settembre del 2006. Di solito viene ricordato come il discorso sull’imperatore bizantino Manuele II Paleologo che in molti stupidamente presero come un attacco all’islam, ma era in realtà un discorso straordinariamente bello e importante su fede, ragione e università. Un tema che evidentemente non interessa più a nessuno, convinti come siamo che fede e ragione appartengano ad ambiti categoriali differenti e non comunicanti. Già. Ma se questo è vero, che cosa resta dei discorsi che facciamo, ad esempio, sul dialogo interculturale? Una ragione che, anziché cimentarsi con la verità o con le grandi domande della fede religiosa, le spinge nell’ambito dei desideri “privati”, non è capace di promuovere alcuna forma di autentico dialogo.

Al contrario. Una tale ragione può solo generare diffidenza e ostilità; e questo non soltanto da parte di coloro che magari identificano tout court la verità con la propria cultura e la propria fede religiosa, ma anche da parte di coloro che, pur sensibili alla differenziazione di religione e politica, religione e scienza, religione e arte, diciamo pure fede e ragione, non si rassegnano ad accettare un concetto troppo angusto di ragione, che consideri magari “irrazionale” tutto ciò che non rientra nei rigidi canoni di ciò che è semplicemente ragione scientifica. “Nel profondo”, come disse Benedetto XVI, qui si tratta davvero “dell’incontro tra fede e ragione, tra autentico illuminismo e religione”. Ed è da questo incontro che soltanto può scaturire un vero dialogo tra persone, tra culture e tra religioni diverse. “Il coraggio di aprirsi all’ampiezza della ragione, non il rifiuto della sua grandezza: è questo il programma con cui una teologia impegnata nella riflessione sulla fede biblica, entra nella disputa del tempo presente”. Ma aggiungerei che questo deve essere anche il programma di una filosofia che voglia uscire dal vicolo cieco in cui si è cacciata nel momento in cui ha identificato la ragione con la ragione scientifica, togliendo qualsiasi dignità razionale alla religione. Se su questo punto non si vuole ascoltare Benedetto XVI si ascolti almeno Jürrgen Habermas. Ma tant’è. Il tema è di quelli che suscitano diffidenza se non aperta ostilità, quindi si preferisce non parlarne, senza curarsi troppo delle conseguenze deleterie di questo atteggiamento a tutti i livelli della riflessione filosofica, etica e politica.

Fortunatamente però ci sono anche piacevoli eccezioni. E’ il caso, ad esempio, dell’ultimo libro di Marco Cangiotti tutto incentrato sulla dottrina sociale della Chiesa e sul contributo scientifico, diciamo pure razionale, che essa è in grado di offrire alla cultura politica e civile del nostro tempo: Filosofia civile. Dottrina sociale e polis (Morcelliana 2025). Sulla base del presupposto che la fede ha a che fare con la “conoscenza” e che pertanto essa non può essere ricondotta a semplice “credenza” e tantomeno a “superstizione”, Cangiotti si propone un compito coraggioso: “Cercare di elaborare un’apologetica per l’epoca contemporanea”, mostrare cioè il contributo che il magistero della Chiesa è in grado di offrire per illuminare alcune delle questioni più urgenti del nostro tempo: dalla questione della verità a quella della democrazia, dall’ideologia tecnocratica allo sviluppo umano, dalla fratellanza universale all’ecologia umana. Giovanni Paolo II, Benedetto XVI e Francesco diventano così i principali protagonisti di un dialogo con la cultura del nostro tempo, condotto sulla base di quello che anche a me pare il più grande patrimonio di cui la Chiesa dispone per dialogare con tutti, senza complessi di sorta: la sua visione antropologica, diciamo pure, un’antropologia relazionale, dalla quale scaturiscono una serie di categorie etiche e politiche sempre più imprescindibili: la fraternità, la gratuità, la cooperazione, il senso del limite, la sussidiarietà, tanto per fare qualche esempio. Come dice Cangiotti, “la dimensione antropologica collega morale e politica e, nel contempo, mantiene le peculiarità e le differenze proprie di ciascuna di esse; con ciò vengono evitati i due opposti rischi degenerativi dell’assorbimento della morale nella politica da una parte, o dell’annichilimento della politica nella morale dall’altra, ovvero la sindrome totalitaria o la sindrome integristica”.

Di solito le apologetiche rischiano di essere piatte e ripetitive, questa di Marco Cangiotti, non soltanto non lo è, ma, oltre ad arricchire i testi magisteriali, fa apparire in una luce migliore anche i loro più aspri oppositori.