Daria Galateria racconta i mestieri degli scrittori

Impiegati, medici e magazzinieri. I più grandi scrivevano nel tempo libero

Marco Archetti

In "Mestieri di scrittori", Daria Galateria racconta i mestieri dei romanzieri da Charles Bukowsi a Bouhumil Hrabal, da Arthur Conan Doyle ad Alice Munro

Charles Bukowski, impiegato alle Poste. Italo Svevo, imprenditore nel settore vernici navali. Bouhumil Hrabal, agente assicurativo.

Immaginiamoli così, come biglietti da visita. Perché se li facessimo precedere dalla loro opera (nell’ordine: “Storie di ordinaria follia”, “La coscienza di Zeno”, “Ho servito il re d’Inghilterra”) commetteremmo l’errore di non collocare i grandi scrittori nello spazio, nel tempo e soprattutto nei luoghi. I loro luoghi di lavoro. E’ una storia vecchia come il mondo: impara l’arte e falla nel weekend. Il catalogo è sconfinato.

George Perec, per esempio: vinceva importanti premi letterari e intanto, per cinque giorni alla settimana, faceva orario pieno in uno studio medico – era convinto che guadagnar bene e avere molto tempo libero fossero cose pericolosissime per uno scrittore. Guillaume Apollinaire lavorava in banca. Franz Kafka era un impiegato come Dino Buzzati, il quale non stravedeva per il posto fisso al Corriere della Sera, ma senza la noia del suo lavoro non avremmo “Il deserto dei Tartari”. Arthur Schnitzler alternava vita mondana – ballava pazzamente, ma fuori dall’orario di lavoro – e autopsie. Blaise Cendrars tentò la fortuna con un’impresa di import-export in Brasile, ma non andò benissimo. Una cosa è certa: grazie a Dio nessuno di loro ci ha lasciato tomi di miagolanti doléance o epiche del proprio ombelico offeso. Forse perché non disponevano di uno smartphone? Certo, abbiamo qualche lettera. Sparse imprecazioni, grani di acredine, ma in quei rari casi si rivolgevano – con pudore – ai parenti stretti o a Milena. “L’ufficio è una sciocca istituzione”, si lagnava Kafka. “Andarmene come un uomo libero? Non sono che un impiegato.”

Poi Mark Twain: “Vita dura” racconta la sua giovinezza da cercatore d’oro in capo al mondo. Con le peripezie di Jack London potremmo scrivere un’altra Iliade. Nota curiosa: era la macchina da scrivere che gli faceva venire mal di schiena (di questo sì, si lamentava moltissimo), non certo scorrazzare su e giù per il Klondike a meno venti gradi. Nel suo curriculum di frequentatore assiduo di imbroglioni, traffichini e razziatori di ostriche, anche impieghi da scaricatore di ghiaccio, trasportatore di bagagli, addetto ai birilli in un bowling, mozzo, operaio, fuochista, stiratore a cottimo – terminate le ore di lavoro non aveva nemmeno la forza di leggere due righe. Quanto alla precarietà, preferì occuparsi di quella altrui: si arruolò nel Kelly’s Army, l’esercito dei disoccupati, e raccontò i vagabondi nel bellissimo “La strada”.

“Per Thomas Eliot il lavoro in banca fu un’esperienza felice,” recita il capitolo che lo riguarda nel libro “Mestieri di scrittori” di Daria Galateria, opera squisita, istruzioni per l’uso dell’arte quando la metti da parte e grande bagno di realtà nella vita dei grandi della Letteratura. Eliot si sposò giovanissimo, dovette mettersi sotto. Al che, Bertrand Russell, suo professore a Harvard, gli consigliò di lasciare la poesia e di dedicarsi alla carriera accademica, ma lui non diede retta e preferì i Lloyd: le gioie rettilinee dell’orario rigido e del posto fisso. “E’ il mestiere più interessante del mondo,” garantiva agli amici.

Arthur Conan Doyle scriveva racconti tra una visita e l’altra – era medico – e Jacques Prévert lavorava ai Grandi Magazzini. Fëdor Dostoevskij, per buona parte della vita, sperò che a mantenerlo potessero essere i Casinò, non le lettere. Meno avventure per Mario Rigoni Stern, dipendente del catasto di Asiago. Carlo Emilio Gadda faceva il supplente di matematica e intanto sgobbava per prendere la seconda laurea. Poi trovò lavoro nel settore ammoniaca, la ditta si chiamava Ammonia Casale. A Roma cambiò dieci stanze ammobiliate in un anno – lo notifichiamo giacché preesiste una polemica sugli affitti, intersecatasi ora a quella sul diritto a farsi pagare una fortuna per ogni riga scritta.

Alice Munro, tre figlie a ventisei anni, scriveva (da Dio) tra un pannolino e l’altro. Durante un’intervista al Festival Letteratura di Mantova del 2005, Joe R. Lansdale raccontò di aver fatto, nella vita, mille mestieri, tra cui il recuperatore di carcasse sulle strade del Texas. Era il 1988 ed era già uscito “Cold in July”.

Di più su questi argomenti: