Getty Images

interpretazioni

Va bene esaltare la modernità, ma prima dovremmo capire cosa sia

Sergio Belardinelli

La storia risulta sempre molto più ricca di quanto vorremmo far credere. Per questo non esiste una filosofia della storia capace di dire esaustivamente l’essenza di una qualsiasi epoca

Nel suo libro L’autunno del Medioevo Johan Huizinga racconta di una battaglia combattuta in territorio britannico nel XIII secolo, durante la quale, mentre i due eserciti si fronteggiavano pronti a scatenarsi l’uno contro l’altro, il nobile più valoroso di una delle due parti scese in campo aperto sfidando a singolar tenzone il più valoroso della parte avversa. La sfida non venne accolta. Lo storico annota: erano incominciati i tempi moderni. Raccontato così, l’episodio conferisce forse all’epoca moderna un incipit un po’ troppo pittoresco, pur mettendone in evidenza un tratto certamente non secondario: la crisi dell’onore cavalleresco e dell’onore in generale. Ma soprattutto credo che l’episodio raccontato da Huizinga serva a metterci in guardia da giudizi troppo sbrigativi e convenzionali in ordine alle epoche storiche in generale. D’altra parte c’è forse qualcuno che conosce una qualche definizione precisa, pienamente soddisfacente di ciò che siamo soliti chiamare “modernità”? E della nostra epoca? Tutti condividiamo l’idea di vivere nel bel mezzo di un cambiamento epocale, ma quando proviamo a definire in che cosa esso consista le cose si complicano assai.

 

Ritornando alla modernità, essa viene solitamente riferita ad alcuni fatti simbolici ben determinati: la scoperta dell’America, la caduta di Costantinopoli, la riforma protestante, l’invenzione della stampa, l’invenzione della polvere da sparo. Tutti fatti che indubbiamente segnano una “svolta”, ma che forse non dicono mai in modo esaustivo il senso di ciò che vorremmo far loro dire. Al pari di ogni altra epoca, anche la modernità si configura insomma come un coacervo di pensieri, sentimenti, passioni, aspirazioni, nonché particolari interpretazioni di certi fatti che sono almeno tanto importanti quanto i fatti stessi.

 

Nella sua Filosofia della storia, ad esempio, Hegel lodò l’invenzione della polvere da sparo come un elemento di “umanizzazione” della guerra: non più il feroce corpo a corpo, la spada che entra nelle carni del nemico guardato da vicino negli occhi, ma appunto una guerra e una morte che evitano questa forma di barbarie così fastidiosa per lo spirito moderno. E si tratta ovviamente di un’interpretazione. Potremmo anche aggiungere che dalla polvere da sparo ai nostri missili nucleari con gittata da migliaia di chilometri questa “umanizzazione” sia addirittura progredita. Per non dire della possibilità che avremo tra breve di combattere guerre con robot e intelligenze artificiali, senza alcun impiego di soldati sul campo. Davvero tutto ciò significa progressiva “umanizzazione”, oppure dovremo fronteggiare crescenti pericoli di autodistruzione? Quale che sia il nostro giudizio, trattasi comunque di interpretazioni, niente altro che interpretazioni. Le quali, al pari dei fatti che esse interpretano, costituiscono a loro volta “fatti” da interpretare.

 

E’ per questo che la storia risulta sempre molto più ricca di quanto vorremmo far credere; è per questo che non esiste una filosofia della storia capace di dire esaustivamente l’essenza di una qualsiasi epoca. Ciò che possiamo fare è individuare per ogni epoca alcuni eventi, alcune modalità interpretative, stili di pensiero che ci sembrano dominanti, ma nulla più. La caduta del muro di Berlino, l’attentato alle Torri gemelle di New York, la crisi di un certo ordine globale, la rete, il cambiamento climatico, la crescente penetrazione delle intelligenze artificiali in ogni settore della nostra vita, la guerra in Ucraina possono rappresentare senz’altro i fatti che segnano in modo decisivo la nostra epoca. Poi, altrettanto importanti, ci sono le interpretazioni, diciamo pure la cultura, che cerca di dare forma a questi fatti, essendo a sua volta informata da essi. Ma vale anche per la nostra epoca ciò che dicevamo per la modernità. Ci sono fatti e interpretazioni riconducibili senz’altro all’una o all’altra, ma non c’è una filosofia che ci dica in che cosa consista la loro essenza. Nessuno può pretendere di vedere tutto. Dobbiamo per forza accontentarci di uno sguardo prospettico, consapevole della propria finitezza e di ciò che inevitabilmente gli si sottrae. Si può essere, poniamo, preoccupatissimi di fronte ai cambiamenti climatici, ma qualcuno potrebbe esserlo ancora di più di fronte all’eventualità di una vittoria di Putin in Ucraina. Considerato dunque che le risorse sono scarse, dove conviene investirne di più? 

 

Di passaggio faccio notare che in questo momento mi sento più minacciato da Putin che dal cambiamento climatico, ma siccome anche questa è una questione di interpretazione, credo che la rinuncia a ogni forma di essenzialismo storico potrebbe avere quanto meno un indubbio vantaggio per l’umana libertà. Di solito coloro che pretendono di sapere dove va la storia e quale sia il suo vero “arcano” nonché le tappe attraverso le quali bisogna passare per raggiungere un determinato fine non resistono alla tentazione di realizzarlo, se necessario con la forza, per il bene stesso di coloro che vi si oppongono. L’esempio che ho fatto sopra ci dice invece che nulla è scritto a priori, che dobbiamo scegliere in scienza e coscienza, come si diceva una volta, senza farci troppo intimidire da coloro che, magari forti soltanto del numero dei like, ci dicono che facendo determinate scelte ci poniamo fuori della storia.

Di più su questi argomenti: