Daron Acemoglu (Wikipedia)

Potere e Progresso

La tecnologia va controllata? Pregi e limiti del libro (che farà discutere) di Acemoglu

Pasquale Cirillo

L’economista fra i più noti e citati del mondo si interroga sull’impatto che le rivoluzioni tecnologiche hanno sulla società in un nuovo saggio scritto con Simon Johnson

Pubblicato da Basic Books, Power and Progress - our thousand-year struggle over technology and prosperity è l’ultimo saggio di Daron Acemoglu e Simon Johnson, professori di economia e imprenditorialità al Massachusetts Institute of Technology. Si tratta di un testo che, possiamo prevedere, avrà certamente un impatto sul dibattito politico dei prossimi anni. Questo perché Acemoglu è uno degli economisti più noti e citati del mondo, coautore di saggi di notevole influenza, come ad esempio “Perché le nazioni falliscono” (Il Saggiatore), nel quale la ricchezza e la povertà dei diversi stati sono fatte principalmente dipendere dalla qualità delle rispettive istituzioni economiche e politiche. Il nuovo Power and Progress si occupa dell’impatto che le rivoluzioni tecnologiche hanno sulla società, e di come le innovazioni possano e debbano essere controllate, per evitare che i benefici economici e sociali agevolino i pochi a discapito dei più.

 

Quest’opera si inserisce nel dibattito relativo ai possibili impatti che l’intelligenza artificiale, la digitalizzazione e l’automazione potranno avere nei prossimi anni, in termini di disuguaglianza economica, perdita di posti di lavoro, libertà e vita democratica. Il libro si sviluppa su undici capitoli, superando le 400 pagine, al netto della bibliografia ragionata. La lettura è piacevole e scorrevole, nonostante le molte ripetizioni. Sono tanti gli aneddoti usati dagli autori per supportare la propria tesi. Si parte dalle vicende del Grande Francese, Ferdinand de Lesseps, la mente dietro a due opere avveniristiche del secolo XIX: i canali di Suez e di Panama. L’idea di Acemoglu e Johnson è che non basti avere visione e ottimismo, qualità di cui il buon de Lesseps non difettava, per poter gestire al meglio le grandi innovazioni. In questo, la critica a chi si ispira a Jeremy Bentham è palese. La  isione può dare l’abbrivio e innescare i processi di cambiamento, ma da sola non è sufficiente a gestire la complessità del progresso. L’ingenuo “tecno-ottimismo” spinge a non considerare gli effetti collaterali di primo e di secondo ordine del cambiamento tecnologico. Questo ancora di più quando l’eccesso di fiducia si lega a un’incapacità di leggere i dati, dovuta a quell’umana inclinazione al cherry picking, che ci spinge a selezionare, in modo più o meno cosciente, solo le informazioni e le fonti che confermano il nostro punto di vista, ignorando il resto. Un po’ come de Lesseps che, forte del successo un po’ romanzato di Suez, si buttò nell’impresa fallimentare di un canale di Panama senza chiuse, sottovalutando i problemi di dislivello. Il risultato furono migliaia di morti e fallimenti.

 

Se da un lato progresso e innovazione hanno permesso all’umanità di conquistare il mondo, Acemoglu e Johnson pongono l’accento sulla necessità di non derubricare e sottostimare i costi sociali di ogni rivoluzione tecnologica. Uno degli esempi chiave del libro è quello dell’evoluzione della tecnologia agraria, che ha visto l’umanità passare dalla fase nomade dei cacciatori-raccoglitori ai primi insediamenti contadini, e da questi alle città e a tutto quello che conosciamo. Rifacendosi agli studi di Ian Morris e Jared Diamond, gli autori sostengono che l’agricoltura non solo abbia favorito il passaggio da una società originaria più o meno egualitaria (e sana) a una piramidale con poche élite e molti sfruttati (inizialmente anche con un drastico calo dell’aspettativa di vita), ma che le grandi innovazioni in campo agricolo abbiano poi favorito queste élite, capaci di incamerare gli aumenti di produttività per costruirsi castelli e chiese, lasciando alle masse poco più che briciole e dolore.

 

Aggiungendo altri esempi, come la prima rivoluzione industriale, Acemoglu e Johnson puntano quindi a smontare l’idea che ogni rivoluzione tecnologica, aumentando la produttività, porti a un miglioramento delle condizioni di vita per tutta la popolazione. Al contrario, sostengono che il cosiddetto productivity bandwagon dell’economia neoclassica non funzioni. Non è cioè vero che il progresso tecnologico e gli aumenti di produttività portino necessariamente a un aumento apprezzabile dei salari reali. Così come non è vero che gli innegabili aumenti di disuguaglianza dovuti all’accumulazione di ricchezza da parte dei pionieri dell’innovazione siano compensati da un generale benessere, per cui qualcuno sì diventa ricchissimo ma stiamo tutti meglio. L’unico modo per garantire che questo avvenga è attraverso un indirizzamento della tecnologia da parte della politica (e quindi delle élite di cui sopra, se vogliamo fare i maligni), affinché i benefici siano distribuiti tra un numero maggiore di persone. L’esempio positivo che Acemoglu e Johnson portano è quello del miracolo economico del secondo dopoguerra, durante il quale ampie fasce della popolazione hanno potuto godere del progresso economico e sociale. Questo perché i fattori non economici, che gli autori individuano nella forza delle idee, nella visione sociale e politica, hanno prevalso su quelli strettamenti economici che legano produttività marginale, produttività media e salari.

 

Al di là di alcune forzature narrative, il saggio risulta carente nella parte propositiva. Se guardiamo ai giorni nostri, gli autori si limitano a sottolineare che l’automazione e la digitalizzazione dovrebbero aumentare la produttività dei lavoratori, ma non  puntare a sostituirli. I governi, attraverso fisco e regolamentazione, dovrebbero evitare che gli aumenti di produttività vadano a vantaggio del capitale e non del lavoro. L’idea di un reddito di base universale viene criticata in quanto figlia di una visione disfattista che vede come inevitabile la disoccupazione di massa. L’aumento moderato del salario minimo è considerato positivo fintantoché non dia una scusa alle aziende per sostituire i lavoratori con le macchine. Misure antitrust dovrebbero contrastare l’accentramento del potere nelle mani di poche multinazionali, ma risulterebbero insufficienti senza un cambio di mentalità circa l’utilizzo dei dati. La profilazione degli utenti e la sorveglianza digitale andrebbero fortemente limitate, ma non è chiaro come ciò possa essere fatto da governi sempre più pervasivi nel controllo sociale. Solo poche righe sono dedicate all’impatto e al costo ambientale della tecnologia. Al di là di qualche frase di rito, nulla viene detto sulla necessità di migliorare il sistema educativo, specie nelle sue componenti di formazione continua, per permettere a chi perderà il lavoro di riqualificarsi. Questa la parte più deludente di un saggio che merita di essere letto, in quanto, come anticipato, sarà presto uno dei nuovi punti di riferimento di alcuni nostri politici (dopo la traduzione, probabilmente).