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Il libro

“Breve atlante dei fari in capo al mondo” è un manuale di solitudini avventurose

Marco Archetti

Il volume di José Luis González Macías è un catalogo di presagi e mostri dell'ignoto. Tutte storie di guardiani e morti più o meno accidentali: dal congelamento durante la caccia alle foche all'avvelenamento da escrementi di uccelli

Ogni faro una storia. Scritta o no, fa lo stesso. Jules Verne, per esempio, concepì “Il faro in capo al mondo” ispirandosi al Faro di San Juan de Salvamento, torre ottagonale in legno battuta dai Cinquanta Urlanti – gli implacabili venti antartici – situata a tredicimila chilometri da casa sua. E poco importa se, invece, per il suo ultimo testo incompiuto passato alla storia della letteratura col titolo convenzionale de “Il faro”, Edgar Allan Poe non si sia ispirato per nulla al Faro di Grip, isola omonima nel mar di Norvegia. Perché tutti hanno sempre pensato di sì, e tanto basta. (Se poi teniamo conto del fatto che la conformazione dei luoghi e del faro stesso sembrano proprio quelli del racconto, ecco che smentire una bugia romantica parrebbe atto peggiore che averla alimentata).

 

“Breve atlante dei fari in capo al mondo” di José Luis González Macías (Einaudi, 150 pagg. 150, 22 euro) è esattamente quel che il titolo promette. Ma è anche un omaggio all’immaginario e un’eccitante collezione di ipotesi e tracce di vite, esistenze e sogni perduti come un vascello inabissato carico di storie, spiriti del mare, leggende e venti feroci che ruggiscono tra gole oceaniche e paesaggi scostanti e ingrugniti. Tra atmosfere cupe e imprese alla Moby Dick – seppur nessuno si muova, nessuno cacci alcunché, nessuno combatta con ossessioni a forma di balena ma, al contrario, imprigionato ai margini del mondo, si trovi, semmai, intento a battagliare con i fantasmi dell’isolamento e di un pericolo che nemmeno incombe perché si avventa all’improvviso e l’unica certezza è che non ci sarà un domani per raccontarlo – il libro è un manuale di solitudini avventurose, una specie di storia universale delle attese al termine del mondo tra uragani e marosi, attese durante le quali i mostri dell’ignoto, della solitudine e dei presagi ordiscono trame sempre inesorabili.

 

“Per dieci anni nessuno potrà sorvegliare questo faro senza andare incontro alla disgrazia,” scrisse nel testo delle proprie dimissioni il primo guardiano del faro di Rocher aux Oiseaux, Canada. E ci aveva preso. 1872: dopo alcuni mesi di lavoro il guardiano Preston abbandonò il faro con la camicia di forza. 1880: il guardiano Whalen e suo figlio morirono congelati mentre cacciavano foche. 1881: in una giornata nebbiosa il guardiano Chaisson saltò in aria a causa di un guasto al cannone della nebbia. 1891: il guardiano Turbide perse un braccio manovrando il medesimo cannone. 1897: dopo due settimane di agonia tra i ghiacci, morirono suo figlio e altri due cacciatori di foche. E così via, sarebbe lungo elencare, ma giusto per capirci: morti una via l’altra ogni cinque o sei anni, alcune crudeli e altre beffarde, alcune accidentali e altre inevitabili, durante cacce alle anatre o a causa di bizzarri incidenti di manovra, fino a quella per avvelenamento da escrementi di uccelli nei depositi per l’acqua. Buffo, ma il tema escrementizio è saliente: all’inizio dell’Ottocento il guano degli uccelli marini era materia prima molto richiesta e grande fu l’interesse politico e commerciale che, di colpo, accesero isole, isolotti, sperdute scogliere e remote penisole – gli escrementi degli albatros e dei pellicani erano preziosi al punto che nel 1856 il governo degli Stati Uniti promulgò il “Guano Island Act”, col quale autorizzò i propri cittadini a prendere possesso di ogni isola che non si trovasse sotto la giurisdizione di altri paesi e che fosse strabordante di cacca di uccello.

 

Pagina dopo pagina di questo catalogo di destini e furiosi elementi, le storie si inseguono e si parlano, le onde ruggiscono e queste grandi solitudini anche – solitudini bibliche. E così, i guardiani dei fari, custodi delle ultime luci del mondo, questi giganti minuscoli di lontananza che comunicavano col resto del mondo grazie ai piccioni viaggiatori, trovano in questo libro, scritto da un uomo di terra, il loro canto: basta leggere il nome di un faro e anche noi veniamo trasportati là, schiaffati ai margini di tutto ciò che esiste, stupiti che possa esistere altro che non sia colossale – e solo avvistando lo spruzzo di una balena siamo felici, perché abbiamo la certezza che Dio, almeno per un attimo, si ricorda anche di noi.

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