Un dipendente del Museo della scultura urbana lava una statua di Lenin alla vigilia del 152° compleanno del fondatore dell'Urss (AP Photo/Dmitri Lovetsky) 

Sotto falso nome

La forza del romanzo che dava fastidio a Mosca. “Gli uffici competenti”, di Iegor Gran

Valentina Berengo

La vita da esiliati degli scrittori non allineati al regime, negli anni Sessanta in Russia, sebbene Stalin fosse già mummificato nel Mausoleo con Lenin. Il romanzo era uno strumento di potenza dirompente. Il genio degli scrittori dissidenti che scrivevano sotto pseudonomo

"C’è una legge universale, nella società sovietica: in una compagnia di venti persone che non conosci, c’è immancabilmente un delatore”. Lo scrive Iegor Gran (al secolo Iegor Sinjavskij) nel suo Gli uffici competenti, in libreria in questi giorni per Einaudi, in cui l’autore racconta, trovando la giusta distanza, di quel padre, Andrej Sinjavskij che, insieme a Julij Daniel’, fu attore del processo Sinjavskij-Daniel’ in cui i due autori furono accusati, secondo l’articolo 70 del Codice penale del tempo, di creazione, detenzione e diffusione di “elaborati antisovietici”, e quindi condannati, entrambi, al Gulag. 

   
Era una vita quantomeno da esiliati, quella degli scrittori non allineati al regime, ancora negli anni Sessanta in Russia, sebbene Stalin fosse già mummificato nel Mausoleo con Lenin e al governo comandasse Chruscev (che la salma dell’Orco da lì fece rimuovere e cementificare in una fossa) – si badi bene ch’era l’era del “disgelo”: cosa immaginare se non lo fosse stata! –, a riprova però di un fatto. Che il romanzo, allora, era uno strumento di potenza dirompente. E il caso Pasternak ben lo dimostra. “Quale intellettuale moscovita non aveva il suo Dottor Živago nascosto tra gli scaffali?”. Ne Gli uffici competenti non si sente che nominare proprio loro: gli scrittori invisi al regime, come Mandel’štam e Achmatova, e Pasternak, e di contro quelli invece che come Šolochov e Majakovskij erano ben tollerati. Gli “uffici competenti” di cui racconta Gran, impersonificati nella figura del tenente, e poi capitano, Ivanov – uomo così calato nella parte da apparire fin sciocco – servivano giusto a quello: a scovarli, i dissidenti che scrivevano sotto pseudonimo (Abram Terc, quello di Sinjavskij) e che poi trovavano il modo di far arrivare il frutto delle loro fatiche all’estero (in Francia) magari attraverso qualche bella Hélène Peltiere di turno, e, una volta trovati, a far loro passar la voglia di scrivere calunnie. Come accade nel romanzo, mutatis mutandis, a Ian Rokotov, che traffica con le valute e i cui otto anni di pena vengono trasformati, su insistenza di un gruppo di metalmeccanici, dapprima in quindici e poi, applicando retroattivamente la legge, nella pena capitale, su indicazione del capo del governo stesso. E’ vero che “anche Chruscev in persona ha bevuto la Pepsi” (e ha permesso che si tenesse a Mosca nel parco di Sokol’niki una grande esposizione “degli yankee”) ma ha pur sempre “messo Nixon al suo posto […]: – Avete anche una macchina che vi infila il cibo in bocca e lo spinge giù?”. 

 
Mentre cioè l’Urss combatte per tenere in piedi la sua ideologia, il mondo va avanti e arrivano la televisione e la lavatrice, che oggi quasi ci sembrano obsolete. E l’Urss combatte ancora: “Il cittadino pensa ai fatti suoi, protetto. Fa la spesa, protetto. Va al cinema fischiettando, con la coscienza tranquilla, protetto. Nell’ombra il sistema immunitario [di cui fanno parte gli “uffici competenti”] vigila su di lui”.

 
Anche Julian Barnes ne Il rumore del tempo ha voluto raccontare le conseguenze del regime sull’opera (e la vita) di un artista. Lì era Sostakovic, e i fatti risalivano al 1936, qui a farlo è il figlio dell’artista, forse anche per ragioni di memoria ma non solo, e proprio da quel Paese che per primo accolse e tradusse le opere del padre. C’è qualcosa di insospettabile nell’opera di genio, di sottilmente pervasivo. Ecco perché gli “uffici competenti” e il regime devono tenerne conto, quando noi spesso ce ne dimentichiamo: “[Al compagno di cella] a forza di declamare poesie, Sinjavskij ha trasmesso il virus del ritmo. La nuvola in calzoni ha aperto nel delinquente comune porte insospettate. Che cosa è mai questo prodigio?”. La letteratura.