(foto di Ansa)

Inherent Vice

Bob Dylan torna in libreria e racconta l'arte di scrivere canzoni

Alberto Fraccacreta

Il musicista è sempre stato profondamente religioso. Di origini ebraiche, vicino al cristianesimo revivalista, le sue canzoni sono permeate di messaggi e suggestioni spiritualistiche. La musica come meditazione sulla vita nel libro in uscita a novembre

Bob Dylan è stato cristiano per circa tre anni. “Cristiano rinato” per la precisione, cioè aderente ai movimenti revivalisti della fede attivi nel sud della California (il folksinger vive infatti in una bella villa a Malibù). È accaduto nel 1978, anno della pubblicazione del magnifico Street Legal con la “fantasia ebraico-cristiana” di Changing of the Guards, contornata di versetti da Ezechiele e dal Vangelo di Matteo, e con la struggente, “innodica” Is Your Love in Vain?. Da lì Bob ha cominciato a frequentare corsi di esegesi biblica, ha parlato in pubblico di Gesù, ha inciso album spiritualistici come Slow Train Coming (1979) e Saved (1980), ha scritto canzoni apocalittiche come Gotta Serve Somebody e Jokerman. Ma in realtà Dylan religioso lo è sempre stato. Leggere l’imponente volume Lyrics (Feltrinelli) – con la traduzione e il prezioso commento di Alessandro Carrera – per credere. Tutte le sue canzoni sono letteralmente invase da citazioni, più o meno scoperte, dell’Antico e Nuovo Testamento. 

 

Un bel libro di Renato Giovannoli, La Bibbia di Bob Dylan (Àncora), sottolinea anzi che le Sacre Scritture sono “la chiave principale per decifrare il mistero Dylan”. Le origini ebraiche del vate di Duluth sono note a chiunque. Meno famosi sono i servizi prestati in sinagoghe a New York e ad Atlanta, dove ha persino letto la Torah. E la visita al Muro del Pianto, con la kippah sul capo. La sua famiglia faceva parte della comunità ebraica di Hibbing in Minnesota, e nel ’54 il giovane Robert (Zimmerman, all’anagrafe) raggiunse l’età del Bar Mitzvah, la maturità di fronte alla Legge.

 

Ma qual è la vera fede di Bob Dylan? Be’, amico mio, la risposta soffia nel vento: le canzoni stesse, il repertorio musicale americano. “Io credo nelle canzoni” è una frase un po’ balzana (come quando disse: “Sono un artista del trapezio”) pronunciata in un’intervista apparsa su Newsweek nel 1997. Eppure è così. L’assoluta fedeltà a questa concezione è stata confermata dallo sterminato singolo Murder Most Foul, che ha preceduto l’uscita di Rough and Rowdy Ways (2020), dedicato all’assassinio di John Fitzgerald Kennedy. A circa metà del brano comincia una carrellata di cantanti e relativi successi, quasi che fossero la “scorta” che accompagna il carro funebre del presidente: da Etta James a Charlie Parker, da Miles Davis a John Lee Hooker, fino ai Queen con Another Ones Bites Dust. È una specie di pantheon della musica che porta con sé una promessa di salvezza.

 

Cosa dovremmo aspettarci allora dai sessanta saggi contenuti in The Philosophy of Modern Song, in uscita per Simon & Schuster (352 pp., $ 45.00) a novembre? Si tratta del primo libro di Dylan dai tempi dell’autobiografia Chronicles: Volume One (2004) e soprattutto dal conferimento del Premio Nobel per la Letteratura nel 2016. Dylan aveva scritto in gioventù anche un romanzo beat, Tarantula, composto tra il ’65 e il ’66 ma mandato alle stampe solo nel ’71. Era un “boccalibro”, ossia un flusso di coscienza verbale, sul modello di William S. Burroughs, che andava recitato ad alta voce per acquisire un significato autonomo. I personaggi principali dell’opera sono nientemeno che Aretha Franklin, Maria di West Side Story e il comico Lenny Bruce.

 

Con The Philosophy of Modern Song ci spostiamo dalla narrativa a “un corso di perfezionamento sull’arte della scrittura di canzoni”. Dylan – dalla turrita saggezza dei suoi ottant’anni – “analizza quella che chiama la trappola delle rime facili, spiega come l’aggiunta di una singola sillaba possa sminuire una canzone e spiega anche come il bluegrass si relazioni all’heavy metal”. Lo stile è misterioso, cangiante e spesso umoristico. Sulla scrivania da oltre un decennio, questi studi “mentre parlano apparentemente di musica, sono in realtà meditazioni e riflessioni sulla condizione umana”.  E torniamo al punto d’inizio. Il Bob religioso, esistenziale. “Sono stato salvato dal sangue dell’Agnello” cantava sul far degli anni Ottanta con voce lievemente raffreddata, ingolfata di sigarette. “Ti voglio proprio ringraziare, Signore. Grazie, Signore”.

 


Questa è la sesta puntata della rubrica Inherent Vice. Come prescrive il diritto marittimo, il “vizio intrinseco” è tutto ciò che non è possibile evitare. Potrebbe essere anche una visione specifica, una chiave di accesso della letteratura americana, a cui questa rubrica è dedicata

Di più su questi argomenti: