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Prima le parole. E anche dopo

Il lessico, le nuvole, l'enigmistica, Milano, Jannacci, Beppe Sala, Giuseppe Conte, Fiorello, i giornali. E un piccolo grande amore: la lingua italiana. Conversazione con Stefano Bartezzaghi

21 Giugno 2020 alle 21:23

Prima le parole. E anche dopo.

Stefano Bartezzaghi

L’ultima parola sulle parole si chiede a lui, che sulla foto profilo di Whatsapp, omaggio di un amico, ha una scritta: “The man who changed the world”, con una crocetta sulla L.

 

Stefano Bartezzaghi, semiologo, enigmista, scrittore, cambia le parole, le ribalta, le anagramma, le spezza, le sveste, riveste, maschera, smaschera. È la Cassazione della lingua italiana, che secondo lui è “una specie di minerale che si è formato durante eventi geologici irripetibili”, la migliore delle lingue possibili, o almeno quella che lui ama di più, perché è la più maneggevole, quella perfetta per l’enigmistica, la sua scuola prima della scuola, insieme alle figurine Panini. Piero Bartezzaghi, il papà di SB, è stato uno dei più importanti enigmisti italiani: a casa sua i cruciverba non erano companatico, ma pane. Chi durante la quarantena non ha panificato o suonato pentole sul terrazzo, ha fatto moltissimi cruciverba, il calcio da seduti che fa impazzire tutti, a qualsiasi età (la sezione crossword del New York Times conta più di mezzo milione di abbonati).

 

Lei una volta ha anagrammato Maria Elena Boschi: irosa, le banche mai. Il destino è nel nome, dice qualcuno. Mi anagramma Il Foglio?

“Filologi”.

(Mi risponde in venti secondi, non faccio in tempo a chiedergli se se lo sia preparato, che aggiunge: “E Figliolo, anche”)

 

Che mondo sarebbe se tra le parole e le cose che indicano ci fosse una corrispondenza perfetta, insomma se la parola rosso fosse rossa del rosso della mela che nomina?

“Un mondo in cui non avremmo niente da dirci. Una parola è fatta di qualcosa che c’è e di qualcosa che manca, ed è di quello che noi parliamo. La lingua non serve ad apporre etichette, non è un fatto di nomenclatura, anche se molti di noi, compresi alcuni linguisti, lo pensano: la lingua parla delle trasformazioni delle cose, ed è per questo che non è perfetta, e che gli errori, i refusi sono sempre rivelatori”.

 

Sa che nella sua biografia su Wikipedia c’è un refuso?

“Non so chi l’abbia scritta ma ne sono lieto”.

 

Non le sembra una nemesi?

“Tutt’altro”.

 

La facevo più intransigente.

“E perché dovrei? L’errore è l’inizio della trasformazione. L’evoluzione va avanti anche su errori di trascrizione, sempre carichi di significato, a volte persino chiarificatori”.

 

Come mai, invece, là fuori, una parola fuori posto, di troppo, goffa, sbagliata, diventa sempre una buona ragione per guerreggiare?

“La radice polemica della comunicazione ha preso il sopravvento, come nei talk show. Credevamo che saremmo andati sempre di più verso una comunicazione liliale e invece ci ritroviamo a passare continuamente da uno scenario a un ring”.

Devo farle una domanda obbligatoria, a questo punto. Quasi un cliché. Anzi, proprio un cliché.

“Le parole sono sempre cliché, luoghi comuni che usiamo per capirci. Anche la piazza è un luogo comune, un posto dove ci incontriamo. Nulla che sia originale non vorrebbe diventare luogo comune: il massimo del successo è perdere la maiuscola nel cognome”.

Allora le faccio la mia domanda ovvia a cuor leggero. Che ruolo hanno avuto i social, se lo hanno avuto, nel renderci così suscettibili, continuamente in allerta, facili all’offesa, quando non proprio al trauma?

“Su Twitter o su Facebook ogni affermazione è soggettivata, è sempre ‘Stefano dice questo’, e l’effetto conseguente è il fatidico ‘questo lo dice lei’. Anche i dati acquisiti, impersonali, diventano personali, e personalizzabili. Così, non c’è modo di dire che l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro senza che qualcuno si senta in diritto o dovere di obiettare”.

Eppure siamo tutti convinti che si possa distinguere tra descrizione e interpretazione.

“Una descrizione è un’interpretazione. L’inizio dei Promessi Sposi sembra una descrizione ma è un’interpretazione. Dopotutto, descriviamo sempre da un punto di vista diverso”.

E' una delle cose che gli storici hanno sottolineato in questi giorni, quando s’è discusso della scelta di HBO di sospendere la trasmissione di “Via col vento”, considerato ormai un film razzista.

“Precisamente. Due giorni fa ho partecipato a un convegno sul processo telematico e si è parlato a lungo di come durante i processi gli avvocati narrino la propria versione ai giudici, e di come questo presenti un problema di oggettività, che nel processo a distanza sarebbe grandemente aumentato. Il mito anglosassone della descrizione oggettiva dei fatti è, appunto, un mito”.

Ho letto che negli Stati Uniti si discute di come le pene rischino di diventare più severe perché nel processo telematico viene a mancare l’empatia. Non sarà un’ossessione questa dell’empatia?

“A me sembra uno dei molti tentativi di fornire una base teorica almeno orecchiata all’idea che le parole sono inutili e che dobbiamo cominciare a usare al posto loro, per intenderci, i sentimenti. Molto prima che questo processo diventasse evidente com’è ora, Eco spiegò la differenza tra simpatia ed empatia in una sua Bustina di Minerva: la simpatia la provi quando prendi le parti di qualcuno; l’empatiaè quel fenomeno per cui se vedi un uomo piegato sotto un grosso peso, senti quel peso anche tu”.

I suoi studenti la accusano mai di essere poco empatico?

“Ne ho troppi per arrivare a conoscerli e maltrattarli”.

Ed è un peccato (non arrivare a conoscerli, dico)?

“Eccome. Ho iniziato a insegnare in università quando la riforma era già stata varata, e tutto era molto cambiato rispetto a quando studiavo io: allora, anche se era tutto più approssimativo e vecchio, credo che s'imparasse di più. Ora la conoscenza non desta quasi nessuna curiosità negli studenti: li accende quasi soltanto ciò di cui possono fare un uso pratico, immediato. Una cosa che mi sforzo di fare, visto che insegno Semiotica in un corso di Relazioni pubbliche e comunicazione d’impresa e mi rendo conto che la mia materia risulta piuttosto astrusa e magari anche aleatoria, è dare sempre, per ogni lezione, uno strumento che per i ragazzi sia utile, spendibile negli ambiti di più stretto interesse per loro”.

Con la didattica online com’è andata?

“Gli esami scritti al computer mi hanno liberato dal tragico onere di decodificare la grafia di settecento persone diverse. Ho avuto molto più tempo per concentrarmi su come e cosa scrivono i miei studenti e, di conseguenza, su quello che riesco a trasmettere loro. Gli esami devono essere sempre, per un professore, una verifica del suo lavoro”.

Bartezzaghi insegna alla IULM di Milano, città nella quale è nato e cresciuto, e che fa da sfondo a uno dei suoi libri più belli, “M. Una metronovela” (Einaudi), dove a un certo punto si dichiara devoto a Sant’Ambrogio “per il suo ammirevole silenzio: un silenzio che di parole non è vuoto ma colmo”. Il libro uscì nel 2015, lui lo scrisse mentre la città si riempiva dei cantieri che le hanno cambiato il profilo, l’orizzonte, persino la luce. Gli chiedo se quella Milano poco verbosa e molto operosa gli manchi, se sia soltanto nascosta o del tutto sparita come quello che lui chiama “il milanesco”, e che definisce un modo di parlare nel quale “l’arguzia è il modo privilegiato per risolvere i conflitti”.

“Ricordo bene i cantieri dell’Expo, gli scheletri dei grattacieli che venivano su, e ricordo di aver notato, a un certo punto, che tutte le strutture erano numerate e che quei numeri, di notte, erano illuminati: mi era parso che volessero parlarmi, per questo mi decisi a scrivere il libro, per rispondere a questa magniloquenza improvvisa. Milano ha vissuto a lungo della sua piattezza e del suo silenzio, poi ha preso a esibirsi con un’arroganza che prima non dico che non avesse, ma che di certo tacitava. Ci sono tornato la settimana scorsa, perché ho trascorso la quarantena a Roma, e mi sono sentito meno milanese, come quando in famiglia succede qualcosa di tremendo mentre tu sei in viaggio. D’altra parte, non condividendo gli entusiasmi della milanesità prorompente degli ultimi anni, se quello che è successo smorzerà un po’ la cresta non mi dispiacerà. Milano mi piace quando si dà da fare, non quando fa di tutto per entrare nel giro grosso, come Robert Redford ne La Stangata”.

Di Sala cosa pensa?

“L’accanimento su di lui era inevitabile: il nostro è un tempo in cui chi ha successo, non appena inciampa, viene sbranato. Nondimeno, mi stupisce che ci si sia accorti soltanto adesso che Sala non è un manager politico che gioca a fare il piacione: è un piacione. L’emergenza è stata la prima occasione che ha avuto per dimostrare che è un amministratore abile, per confermarsi il successore idoneo di una amministrazione che gli ha consegnato una città molto ben avviata, sulla quale lui ha costruito molta parte della sua fortuna. Invece si è smarrito. Ha sbagliato tutto, a cominciare dalla comunicazione”.

Conte ha fatto meglio?

“Di certo con Conte siamo tornati al politico che dà nome alle cose. Ha un aspetto giuridico, avvocatesco, va a pescare la parola che svolga una certa funzione e che però lascia molti equivoci, penso a 'congiunti' o 'assembramento'. Eppure, ha fatto sempre discorsi che sono risultati consistenti, anche quando non dicevano, di fatto, niente. Un sistema di creazione del consenso che vale da trent’anni”.

Conte è riuscito a essere rassicurante usando parole che capivamo poco perché erano vaghe, imprecise, oppure perché ci spaventavano. Che relazione c’è tra il linguaggio e la paura?

“La paura è un linguaggio a sua volta. Quando discussi con un tale che mi accusava di essere troppo cerebrale e gli dissi che parlava alla pancia, mi rispose che quello che io chiamavo pancia, lui lo chiamava cuore. È l’esemplificazione perfetta di quell’abuso di empatia che dicevamo prima. Noto poi che gli psicologi tengono molto alla distinzione fra paura e angoscia, dicono che la paura ha un oggetto preciso mentre l’angoscia no. Io invece penso che il timore ha un oggetto: proprio linguisticamente, almeno in italiano, si dice ‘io temo il buio’, non ‘io temo’. Mentre puoi dire ‘ho paura’, senza dire di cosa quindi anche la paura può essere determinata. Stamattina ho riascoltato “Quelli che” di Jannacci: ‘Quelli che votano a destra perché hanno paura dei ladri’. Questo verso spiega bene come della paura ci si possa servire per far calare una cortina sulle differenze. E non c’è niente di più sbagliato perché la cultura consiste nel trovare differenze, non importa se risulta gesuitico, e di sicuro è la cosa che facciamo in semiotica, che è una disciplina che nasce sul concetto di differenza”.

Del fluid cosa pensa?

“Il fluid va da un polo all’altro, non dice che siamo tutti uguali, ma che siamo tutti diversi, e a me sta bene”.

Perché tutti odiano i giornali?

“Io li leggo ancora”.

Suona un po’ minaccioso quel “ancora”.

“No, giuro!”.

Li scriviamo male?

“Ai tempi di Karaoke, Fiorello disse di piacere alle persone perché faceva i loro stessi errori di grammatica”. 

 

 

 

Simonetta Sciandivasci

Nata a Tricarico nel 1985 e cresciuta tra Matera e Ferrandina, ora vive a Roma, senza patente. Libri, uno: La Domenica Lasciami Sola (Baldini&Castoldi, 2014). Scrive su Il Foglio, Linkiesta, Rolling Stone, La Verità. È redattrice di Nuovi Argomenti.
Tanto vale vivere.

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