Il teatro di Elio Germano ora è tra finzione e realtà (virtuale)

Eugenio Murrali

In programma a Roma “Segnale d’allarme. La mia battaglia VR”, uno dei primi esempi mondiali di Virtual Reality in cui il pubblico è protagonista

Un misurato pregiudizio verso la tecnologia è un buon amuleto. E l’idea di assistere a uno spettacolo di “teatro virtuale”, espressione che ha dell’ossimorico, incuriosisce quanto indispettisce anche gli spettatori e i critici progressisti, sempre che esistano. Una certa prevenzione del destinatario fa bene all’arte, costringe l’autore dell’opera a impegnarsi. Questo moderato pregiudizio è dunque lo spirito giusto per andare a vedere “Segnale d’allarme. La mia battaglia VR” di e con Elio Germano, fino al 16 febbraio al Teatro Argot Studio di Maurizio Panici. Piccola parentesi: questo spazio romano dal 1984 prova a guardare la realtà da una prospettiva laterale, cioè diversa. Ma partiamo dalle conclusioni. Quasi per paradosso, il film/spettacolo virtuale di Elio Germano, che condivide la regia con Omar Rashid, riesce a descrivere con efficacia la forza della parola, il potere della dialettica, le sirene della propaganda.

 

Quando lo spettatore entra nella piccola sala romana può avere un riflesso condizionato e buttarsi alla ricerca dei posti migliori, salvo poi rendersi conto della sciocchezza, perché non ci saranno attori in carne e ossa, ma tutto accadrà dentro quella specie di occhialone che insieme a una cuffia lo aspetta su una sedia. Una stanza spoglia, senza sipario, senza scenografia, trasmette una certa tristezza. Il prologo dello spettacolo non è affidato a una divinità della tragedia antica, né a un capocomico del teatro moderno, ma a un tecnico pieno di buona volontà, che tradisce tutta la sua comprensibile angoscia per il destino dei visori, ormai nelle mani non sempre rassicuranti degli spettatori. Le istruzioni sono precise, ripetitive, e per fortuna nel pubblico romano non manca mai il simpaticaccio che interrompendo l’affanno del tecno-dio prologante, sdrammatizza: “Aspe’, ce l’hai un Moment?”. “Adesso indossate i visori. Qualcuno passerà, vi toccherà la spalla per farvi capire che si rivolge a voi, avvierà l’apparecchio e tutti dovrete trovarvi di fronte agli occhi la scritta: ‘Leggere con attenzione’”. Quindi, al “tre” del nostro tecno-dio, tutti giriamo la testa verso destra, gesto minimo che dà il via alla riproduzione del film virtuale, cioè dello spettacolo registrato allo Spazio Tondelli di Riccione. “Immersivo” si dice in questi casi, ed è quasi vero, perché questo strumento un po’ magico è capace di offrire al nostro sguardo una visione a tutto tondo dentro una situazione altra e lontana. E mentre Elio Germano si presenta nell’insolita veste di mattatore spigliato, solista che arringa il pubblico, lo fa ragionare sulla politica, sul tema del lavoro, della competenza, del merito, sulla differenza tra “valere” e “piacere”, con l’obiettivo di creare un’empatia, almeno con parte del pubblico, nella sala dell’Argot si scatena un frullio di passi. Sono le maschere e gli altri assistenti tecnici che corrono a risolvere i problemi di chi non è riuscito a far partire la proiezione o ha il volume troppo alto o troppo basso.

 


Elio Germano durante “Segnale d’allarme. La mia battaglia VR” (foto: Theatron 2.0 Press Office)


 

Una volta assuefatti anche ai disturbi ambientali, ci si può riconcentrare sullo spettacolo. Non è che sia molto credibile la spavalderia da sobillatore di masse interpretata da Elio Germano: in un luogo diverso da un set cinematografico, si sente, ed è quello forse a creare empatia, lo sforzo di chi combatte intimamente con un altro tipo di natura, portata alla gentilezza, alla timidezza. Però poi Elio Germano ha tanto di quel talento che finisce per superare ogni proprio limite e a portarsi dietro gli spettatori. A questo punto inizia la trappola, che condurrà il pubblico dove non immaginerebbe e dove non è lecito specificare qui, per non rovinare la sorpresa. “È interessante che si sia obbligati a sviluppare il senso dello spettacolo da soli, senza appiglio”, spiega Elio Germano, comparso eccezionalmente alla fine della prima romana per un dibattito con gli spettatori. C’è un altro aspetto. Con il visore si può tranquillamente, senza preoccuparsi di essere visti, fissare lo sguardo su uno degli spettatori di Riccione, dal momento che le luci della sala erano accese e Germano passava buona parte del tempo a muoversi per la platea. Le reazioni del pubblico sono parte dello spettacolo, a volte più interessanti del testo stesso ― “Dal vivo è successa l’ira di Dio”, racconta l’attore ―, sebbene anche qui ci sia un tranello di fondo, finalizzato a riprodurre i meccanismi della propaganda, oggi presenti in molti studi televisivi.

 

A conti fatti, l’operazione ha il suo perché e questa mediazione del visore aggiunge aspetti interessanti alla fruizione dello spettacolo. Se poi la questione si sposta sul piano apocalittico, e cioè se i visori sostituiranno il teatro e tutti vedremo gli spettacoli in salotto, ovviamente la risposta è no. Su questo possiamo stare tranquilli. Sarebbe davvero ingenuo pensare che la tecnologia possa soppiantare il teatro dal vivo. Se i visori hanno un loro senso per questo spettacolo, che è un piccolo esperimento, non funzionerebbero per mille altri e a lungo andare perderebbero comunque tutto il potere di straniamento che hanno in questa fase pionieristica. Germano ha intenzione di ricorrere ancora a questa tecnologia, che già aveva sperimentato per i film "No Borders", sul tema dei migranti, e "The Italian Baba", ambientato in una grotta in India, ma ha osservato che l’ambito di maggiore applicabilità sarà quello documentaristico.

 

Come si diceva, alcuni non sono riusciti a far partire subito la proiezione, così hanno continuato a indossare i visori mentre noialtri eravamo tornati alla realtà: in quel momento, occhi fissi sui malcapitati, abbiamo come potuto vederci dal di fuori, mentre ridevamo o applaudivamo da soli, mentre ci abbeveravamo alla visione solitaria e futuristica. E no, non c’è proprio nulla di male, però un po’ matti sembravamo.

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