Tolstoj, l'Einaudi, la politica e la tragica fine. Storia di un giovane favoloso

Matteo Marchesini

Leone Ginzburg, “L’intellettuale antifascista” di Angelo D’Orsi

Nel primo terzo del Novecento, la capitale della cultura italiana sembra spostarsi più volte tra Firenze e Torino. Il secolo è appena iniziato quando sull’Arno, con la sua “Voce”, Prezzolini si compiace di far incontrare avanguardie filosofiche, estetiche e militanti che tra loro faticano a comprendersi. Nel dopoguerra, sul Po, Gramsci e Gobetti ne raccolgono il testimone in un’atmosfera politicamente più accesa ma esteticamente più conservatrice; finché lungo gli anni Trenta, mentre il fascismo impone alle ricerche il nihil de principe, un filo continua a legare Einaudi e “Solaria”. In Piemonte, si sa, della lezione idealistica primonovecentesca ha attecchito soprattutto il volontarismo etico. A rappresentarlo nella maniera più straordinaria, tra i giovani maturati a regime ormai vittorioso, è stato forse Leone Ginzburg (1909-1944), di cui Angelo D’Orsi ci offre oggi un sostanzioso ritratto intitolato L’intellettuale antifascista e pubblicato da Neri Pozza.

 

In realtà Ginzburg, questo “russo, italiano, ebreo” cresciuto tra Odessa, Berlino e Viareggio, covava in sé un tale ethos anche prima d’immergersi nell’ambiente torinese, se è vero che fin da fanciullo fondò giornali in cui richiamava i coetanei a un lavoro energico e disciplinato, e mostrava già quella stima per Mazzini che insieme all’istinto pedagogico non lo abbandonò mai. Ciò non toglie che un’influenza decisiva gli sia venuta dal liceo D’Azeglio, dove strinse amicizia con Norberto Bobbio e conobbe il “Profe” Augusto Monti, campione di una resistenza antifascista che permeava in misura eccezionale sia la scuola sia l’università cittadina.

 

“E’ un coso nero verde e rosso, / quando guarda non ti vede / quando cammina sembra che il piede / sia lì per cadere in un fosso, / è uno straniero molto strano / ma parla con me l’italiano”, recita una filastrocca di Franco Antonicelli sul Leone adolescente. Questo straniero è strano davvero, se presto diventa un fine chiosatore dei nostri classici, e se nella lingua della nuova patria, con precocità sbalorditiva, traduce Gogol’ e Tolstoj, Puškin e Turgenev, portando un rigore inedito nello studio della letteratura russa che aveva attratto Gramsci, i coniugi Gobetti e Zino Zini. L’esordio da editor riguarderà proprio i capolavori di quella letteratura, proposti attraverso la Slavia di Alfredo Polledro. Ma è alla Frassinelli che poco dopo il russo forma con l’americano Cesare Pavese lo “straordinario duo” grazie al quale, nel 1933, Giulio Einaudi avvia la sua impresa, affiancando alla casa editrice, secondo l’esempio prezzoliniano e gobettiano, la stampa della rivista “La Cultura”. Qui Ginzburg dimostra di avere assimilato un altro carattere tipico della cultura torinese. All’eredità di Croce unisce infatti la solida tradizione storico-filologica di Santorre Debenedetti, che gli ispira la collana di classici italiani annotati per cui Bobbio curerà La Città del Sole di Campanella e Gianfranco Contini le Rime di Dante.

 

Nel decennio einaudiano, però, i progetti editoriali sono ostacolati dal regime: prima il carcere, tra il ’34 e il ’36, poi il confino in Abruzzo a ridosso della guerra. E’ un prezzo messo in conto, perché dopo l’incontro a Parigi con Carlo Rosselli Ginzburg ha aderito a Giustizia e Libertà, e per quanto è possibile ha iniziato a svolgere anche un’attività cospirativa “in pieno sole”, ad esempio rifiutando il giuramento fascista e accettando così l’estromissione dalla libera docenza appena conquistata. Altri giovani del suo milieu, messi alle strette da minacce giudiziarie e lusinghe professionali, prendono intanto la tessera del Pnf; ma lui invita alla pietà, anzi ricorda il dovere di “soccorrerli” affinché mantengano almeno una forma d’integrità intima. Non si può non pensare ai suoi grandi amici, Bobbio e Pavese, che vennero a un compromesso con la dittatura, lo scrittore arrendendosi alla propria volubilità di eterno adolescente, e lo studioso scivolando nella doppiezza fiutata da Leone fin dal liceo. L’intransigenza politica ginzburghiana, tanto più ammirevole in un ragazzo che in pochi anni acquista la cittadinanza e la perde, convive sul piano della ricerca intellettuale con un’indiscriminata e altrettanto ammirevole disposizione al dialogo, che ancora come in Gobetti non esclude i fascisti. Solo che rispetto al 1925 gli spazi di dibattito civile sono pressoché scomparsi. Qui sta la tragedia di Ginzburg, che si dibatte tra un lavoro culturale continuamente interrotto dalle urgenze politiche e un lavoro politico continuamente stroncato dalla dittatura. Perciò, a differenza del saggista della Rivoluzione liberale, la cui opera dà l’impressione “di un progetto pienamente realizzato”, lascia appena “un abbozzo, un progetto (…) una trama leggera e rada, che dev’essere riempita dalle tracce lasciate dall’opera non scritta, dai ricordi sull’uomo, sulla sua figura morale e intellettuale, sul vuoto che lasciò attorno a sé”. Queste parole di Bobbio si specchiano nel giudizio di Monti, che pure, confrontando i due “scolari maestri”, osservava come Piero in soli venticinque anni avesse dato “misura del suo ingegno”, mentre all’azione di Leone fosse mancato il tempo, così che i documenti che di lui ci restano, “pur così notevoli (…) sono appena un’ombra della sua personalità”. E forse più doloroso ancora è il fatto che nel disegno della sua breve vita, finita nel braccio tedesco di Regina Coeli, sembra impossibile distinguere le impronte della sorte da quelle del carattere.

 

Il limite visto dal “Profe”, secondo cui Ginzburg, capace di primeggiare in molte materie, avrebbe rischiato di esitare troppo nell’imboccare una direzione precisa, si sarebbe rivelato determinante anche senza le circostanze tragiche che ha dovuto affrontare? D’Orsi lo chiama un “suscitatore”: più che realizzare qualcosa in proprio, il “russo” sa “lanciare reti, scoprire talenti, mettere insieme le persone, aggregare idee, aiutarle a circolare”. Fin da ragazzo, Leone riunisce intorno a sé gruppi di studio e legge voracemente giornali di ogni tipo, tanto che i compagni lo soprannominano “Agenzia Tass”. Osserva, discute, annota con foga. E’ difficile distinguere il suo interesse per le persone dalla sua ansia d’informarsi. Ha il culto degli amici, che sprona con schiettezza aspra quanto affettuosa, e a cui non perdona i cali di tensione. Sembra non riposare mai. Ascolta tutti, compresi i bambini, con una disponibilità apparentemente illimitata, e a tutti fa le pulci, compresi i professori che dovranno giudicarlo. Un altro giovane favoloso, Giaime Pintor, incontrandolo a una riunione einaudiana poco prima della morte di entrambi, coglie subito quel suo atteggiamento misto di curiosità e severità.

 

Si potrebbe dire che la vocazione di Ginzburg è politica in senso lato. Probabilmente esiste un rapporto tra questa vocazione e l’amore per il teatro, che insieme alla musica entusiasmerà anche il secondo marito di Natalia, Gabriele Baldini, come Ginzburg versatile, pedante e a tal punto vitale che nessuna pagina può contenerlo. “Leone, la sua passione vera era la politica” conferma nel Lessico famigliare la sua moglie bambina, rimasta invece sapientemente sorda a quelle grandi sirene e cocciutamente fedele al suo destino di narratrice monocorde. Purtroppo, “l’intellettuale antifascista” non ebbe il tempo di praticarla liberamente. Però ha lasciato il suo segno indelebile su una casa editrice che ha avuto a lungo il ruolo di un’istituzione pubblica.

 

“Leone è stato davvero il mio Benedetto Croce”, ha dichiarato una volta Giulio Einaudi. E chissà come sarebbe stata diversa la storia einaudiana, con Ginzburg vivo nel dopoguerra. Chissà come avrebbe contrastato, con la sua acribia e la sua sincerità, i machiavellismi ideologici e le derive industriali. Per non parlare della mutazione che è venuta dopo, e che ci fa apparire così alieno il fervore con cui, anche dai luoghi più inospitali, l’editor interveniva a correggere la minima imperfezione grafica. Me lo immagino mentre sfoglia questa sua biografia, che ha molti meriti ma è scritta in un italiano un po’ malinconicamente approssimato; ma me lo immagino anche, va da sé, mentre tira qualche riga impaziente su questa mia recensione frettolosa.

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