L'uomo solo in lotta contro lo stato infido: così si difendono democrazia e giustizia

Alfonso Berardinelli

Onestà, etica ed epica dell’America spiegate con Harrison Ford

Se si considera l’intero Ventesimo secolo dall’inizio alla fine, la produzione culturale in cui gli Stati Uniti hanno superato tutti è quella cinematografica (mettendo da parte la pubblicità, nella quale economia e cultura diventano indistinguibili). Ho detto “produzione” culturale non a caso: l’efficienza e l’abbondanza produttiva in ogni campo, anche nel cinema, è stata la loro carta vincente. E dato che si trattava di cultura di massa per una nuova massa di consumatori (e poi di elettori) era necessario sperimentare e perfezionare miti e forme replicabili in modo da sembrare sempre nuovi. L’ipnosi del consumatore non doveva mancare, mentre si costruiva e si diffondeva nel mondo quel famoso “mito dell’America” nel quale i nati dopo il 1940 o il 1930 sono cresciuti fin dall’infanzia. 

 

Dev’essere proprio una regressione all’infanzia quella in cui sono ricaduto qualche sera fa. Ero fisicamente un po’ stanco e sconsolato senza una ragione precisa, come forse succede alla stessa ora a qualche miliardo di individui. Perciò, accendendo il televisore non ce l’ho fatta a farmi carico di quella quota di talk-show politici sempre più lunghi e sempre più uguali, in cui una dozzina di conduttori, giornalisti e politici ricompaiono sempre, da un canale a un altro, come le figure dei Tarocchi. Perciò mi sono aggrappato alla prima alternativa che mi è capitata: un film poliziesco con Harrison Ford.

 

Nella sua faccia, benché in questo caso coperta da una insolita barba, devo aver subito riconosciuto l’attore per ragazzi, uno dei protagonisti di “Guerre stellari”. Chi guarda le varie puntate di quel capolavoro di Lucas è un ragazzo per sempre e torna ragazzo ogni volta che le rivede. E’ per questo che non ho resistito: un film con Harrison Ford protagonista, in più sofferente e con la barba, andava visto. Tra film e interruzioni pubblicitarie la cosa è andata avanti fino a mezzanotte, sempre peggiorando. E’ all’inizio la tragedia di un imputato che si intuisce subito innocente (un tale attore è sempre innocente) ma che da un giudice sbrigativo fino alla brutalità viene condannato per aver assassinato con particolare crudeltà sua moglie: ecco, questo scenario iniziale del film, con il viso barbuto del protagonista paralizzato da un doppio dolore, lascia subito il posto al solito poliziesco d’azione: inverosimile, spettacolare, ipercinetico. Un treno però investe il pulmino dei carcerati e deraglia, si apre la caccia agli evasi, con auto della polizia, elicotteri, fughe nel bosco, c’è una diga, poi un fiume, un capo della polizia che definisce se stesso “bello e implacabile”. Eccetera. Dopo un po’ qualsiasi adulto dotato di ragione dovrebbe smettere di guardare. Harrison Ford, che era sembrato un medico sensibile, quasi un intellettuale, si trasforma in un infrangibile eroe capace di ogni tipo di acrobatiche prove, senza farsi male, senza morire, come sarebbe successo presto a ogni essere umano.

 

A questo punto mia moglie, mentre continua a tessere non so quale maglia, dice: “Questi americani sono proprio dei cafoni. In un giallo europeo queste cose assurde non si vedono”. 

 

E’ vero. Ma evidentemente gli Stati Uniti hanno sempre avuto fame, sete e bisogno sociale di tenersi insieme con un mito. E in quel filmetto esagerato (una delle innumerevoli varianti) c’era tutto. Un’ingiustizia giudiziaria, la condanna di un innocente aiutato però da una miracolosa fortuna che gli permette di evadere senza neppure averlo voluto. Ed ecco l’individuo solo, che deve fare tutto con le sue sole forze. Allora si trasforma in un superman, in un superdotato: muscoli, resistenza fisica, astuzia eccezionale, coraggio non minore, tenacia, fortuna. Infatti ha tutto e tutti contro: i giudici, i poliziotti e i veri assassini di sua moglie (insospettabili fino alla fine). La giustizia e la sicurezza sono in mano a istituzioni e uomini inumani e disonesti. Il cittadino innocente è solo nella difesa dei suoi diritti. Deve sfuggire alle auto e agli elicotteri della polizia. Deve essere più furbo e coraggioso di tutti. Naturalmente la macchina spettacolare e sensazionale marcia a pieno regime.

 

Il film sarebbe comico, se non fosse che è in gioco l’onore americano, il mito della Nazione delle nazioni, in cui deve riconoscersi e specchiarsi al suo meglio l’intero mondo. Ma l’etica e l’epica sono quelle dell’individuo. Dello stato in se stesso non c’è da fidarsi. La gente delle istituzioni è quasi tanto infida come sarebbe in un regime totalitario. Alla radice del mito c’è sempre un Robinson solitario sulle cui spalle si regge l’intero edificio sociale. La legge non sarebbe niente senza la forza di un individuo onesto. Di questo noi italiani non possiamo certo ridere. Dagli americani possiamo ancora imparare qualcosa: che senza cittadini che lottano per difendersi, la democrazia e la giustizia non sono mai garantite.

 

Quel film si chiama “Il fuggitivo”. Se vi capita, cambiate tranquillamente canale, oppure studiatelo a fondo. Con un’avvertenza: prima o poi, e magari a sorpresa, anche in politica vince la cultura di massa, con l’arrivo di energumeni di diverso tipo, buoni o cattivi.

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