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Perché la mostra di Palazzo Strozzi è stata un record

Il successo di Verrocchio a Firenze. Appunti per l’Italia che si vuol bene

Maurizio Crippa

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crippa@ilfoglio.it

16 Luglio 2019 alle 06:00

Milano. Ero andato in marzo a Firenze per il debutto di “Verrocchio - Il maestro di Leonardo”. Avevo avuto la fortuna di scriverne, una delle mostre italiane più belle dell’anno leonardesco. Intelligentemente, non su Leonardo. Sono tornato a Palazzo Strozzi qualche giorno fa, per il piacere di rivederla prima del closing, domenica scorsa. C’era la coda alla biglietteria, nello splendido cortile rinascimentale, e ho scoperto che oltre che una mostra raffinata è stata anche un successo di visitatori, 140 mila in pochi mesi, in una città che non manca di cose da visitare, un numero che sta al passo con i 190 mila di Strozzi, lo scorso anno, per Marina Abramovic, mostra record in Italia per un’artista contemporanea. Ma se vale la pena scriverne non è certo per le classifiche dei blockbuster, che interessano gli addetti. Vale la pena invece provare qualche osservazione che riguarda, in filigrana, alcuni temi molto dibattuti, spesso malamente in tempo di populismo dei beni culturali, in un paese che dovrebbe fare del suo patrimonio artistico un punto di forza.

  

“Verrocchio” non è stata una mostra da pubblico facile, ma una mostra pensata, di alto valore scientifico, curata, cosa non frequente, da due specialisti accademici: Francesco Caglioti e Andrea De Marchi. “Ed è stata subito riconosciuta a livello internazionale per la sua qualità – ci dice Arturo Galansino, direttore della Fondazione di Palazzo Strozzi – e per il contributo importante che ha saputo fornire non soltanto alla valorizzazione di un artista chiave del Rinascimento a lungo rimasto un po’ in ombra, ma anche per la rilettura complessiva di un fondamentale periodo della storia dell’arte”. Non soltanto un mettere in fila opere, ma una mostra intesa per svolgere quel ruolo culturale, e di istruzione, che dovrebbe essere una caratteristica dei musei pubblici e che in Italia è invece spesso disatteso. Ma Strozzi, va segnalato, non è un museo, è una fondazione pubblico-privata (con un importante ruolo di sostenitori e sponsor privati) che dimostra che laddove lo stato non arriva, l’autonomia di lavoro e di scelte culturali può fare, e bene, la differenza. In un momento in cui la politica sceglie di andare verso un’ottusa ri-nazionalizzazione di tutto ciò che pertiene alla valorizzazione del patrimonio artistico, è un bel segnale.

 

“Verrocchio” è stata realizzata con prestiti di altissima qualità dall’Italia e dall’estero (una parte andrà da settembre a formare la mostra gemella alla National Gallery di Washington). Ma non è un museo, Palazzo Strozzi: “Non abbiamo nulla da dare in cambio – spiega Galansino – ma la fiducia e la disponibilità di istituzioni internazionali a mandare a Firenze le loro opere è la dimostrazione della qualità del lavoro e del fatto che i prestiti, con tutte le cautele e le scelte del caso, sono un valore quando non si tratta solo di fare esposizioni, ma di produrre un valore culturale”. Un’altra osservazione interessante riguarda il successo sui social, non così frequente per una mostra di arte antica. Oltre 200 mila accessi al sito di Strozzi, mentre il Museo del Bargello, gioiello un po’ trascurato in una città ricca come Firenze e che era sede di un’altra sezione della mostra, non solo ha incrementato i visitatori nel periodo ma ha raddoppiato i follower su Instagram e raggiunto oltre 200 mila utenti. Per dire. Un’ultima nota riguarda Firenze, città per alcuni destinata a vivere del suo solo passato artistico e anzi, secondo qualcuno, minacciata nella sua stessa esistenza dal turismo di massa. Dopo i successi di “visitatori unici” giunti a Firenze per Abramovic e Ai Weiwei, a settembre Strozzi ospiterà la prima retrospettiva di una grande artista russa del ’900, Natalia Goncharova. “Facciamo cultura del presente”, insiste Galansino: “Firenze è ricchissima, ma ha una potenzialità enorme per essere protagonista anche di un turismo d’arte non massificato, non del passato, ma attrattivo per il suo valore contemporaneo”. E’ una scommessa che indica una strada, a volerla cogliere, per tutte le città d’arte e per un paese ammalato di passato.

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa

Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini

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