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“Le tre sorelle” e le soluzioni che la Russia non dà sulla violenza domestica

La storia delle Khachaturian e le condanne della Cedu

13 Luglio 2019 alle 06:00

“Le tre sorelle” e le soluzioni che la Russia non dà sulla violenza domestica

(Foto Pixabay)

La speranza è che se ne occupino gli altri, che qualcuno al di fuori dei confini russi sia disposto a farsi carico della questione delle violenze domestiche e delle ripetute denunce inascoltate. Qualcuno fuori c’è, ed è la Corte europea dei diritti dell’uomo, che ha stabilito che “l’incapacità della Russia di affrontare questo problema è sistemica e che le autorità, rimanendo passive, non fornendo protezione e non avendo la necessaria legislazione, stanno violando gli stessi diritti delle vittime”. Le donne russe che hanno iniziato a rivolgersi alla Cedu sono sempre di più e il New York Times ieri ha raccontato la storia di Valeria Volodina e Maria Gracheva, che dopo aver chiesto ripetutamente l’intervento della polizia e dopo aver rischiato la propria vita, si sono rivolte alla Corte europea dei diritti dell’uomo, alla quale non hanno chiesto soltanto la protezione dai loro persecutori, ma anche dalle autorità. Maria Gracheva aveva provato in ogni modo a farsi ascoltare ma non ottenne nulla fino al momento cui suo marito con un’ascia le tagliò tutte e due le mani e fu condannato a 14 anni di carcere. Valeria Volodina invece ha raccontato alla Corte di essere stata sbeffeggiata dalla polizia che le aveva detto, dopo le denunce, che avendo scelto un compagno dell’Azerbaigian non poteva aspettarsi nulla di diverso.

 

Ma c’è un caso su tutti, un caso di cronaca che ora è diventato anche uno spettacolo teatrale che ha ripreso il titolo da una delle pièce più conosciute del teatro russo: “Le tre sorelle”. Lo spettacolo non ha nulla a che vedere con l’originale di Anton Chekhov, non racconta la storia di Olga, di Masha e Irina, non parla della provincia russa e dei suoi dolori. I dolori ci sono eccome, ma le tre sorelle questa volta si chiamano Krestina, Angelina e Maria, non sono figlie di un generale defunto ma sono figlie di un rappresentante importante della comunità armena in Russia e dopo aver subìto violenze e aver cercato l’aiuto della polizia, stanche e stremate, tutte e tre insieme, hanno deciso di uccidere il padre nel sonno. Hanno 19, 18 e 17 anni, sono nate una dopo l’altra, non hanno cercato nemmeno di coprire l’omicidio. Sono state arrestate immediatamente, ora sono agli arresti domiciliari e attendono il processo. Il caso, le tre ragazze, le tre sorelle, l’omicidio e le violenze, hanno suscitato l’interesse della società e anche della stampa.

 

Ci sono state manifestazioni, raccolte firme e poi lo spettacolo in cui le attrici che rappresentano Krestina, Angelina e Masha leggono i documenti delle indagini, le testimonianze, i messaggi che le ragazze si scambiavano con gli amici per chiedere aiuto e raccontare quello che subivano: il padre le aveva rese schiave, le torturava, abusava di loro. Il dibattito che si è animato attorno alla storia delle tre sorelle è insolito, in loro sostegno sono state organizzate manifestazioni e firmate petizioni, segno che la questione della violenza domestica in Russia sta diventando via via più significativa, lo dicono anche i numeri, anche le statistiche ufficiali: le vittime sono 16 milioni l’anno. Non serve scomodare il #metoo, che in Russia non ha avuto consensi, se non qualche discussione in ambiti accademici, qualche timida insinuazione, tutto è finito in fretta senza neppure incominciare. La questione in Russia va al di là del movimento che ha trovato sfogo sui social e ha avuto i suoi capri espiatori, è legata alla legge e da quando la violenza domestica è stata depenalizzata, sta diventando sempre più urgente.

 

La storia delle tre sorelle è l’ultimo risvolto di una condizione estrema, hanno ucciso loro padre con quello che avevano, tanta rabbia e molta paura, ora Mosca chiede al governo di interrogarsi su quello che è accaduto, di riflettere sulle leggi e di cambiare quella del 2017. Per ora, ha fatto sapere l’agenzia Tass, è stata soltanto aperta un’inchiesta per violenza sessuale contro Mikhail Khachaturian, il padre ucciso. 

Micol Flammini

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