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"I miserabili" di Mackintosh mette il teatro al bivio: innovazione o tradizione?

Per l'ultimo spettacolo del musical tratto dal capolavoro di Victor Hugo, il regista innova la scenografia al punto da scatenare petizioni online

13 Luglio 2019 alle 06:16

"I miserabili" di Mackintosh mette il teatro al bivio: innovazione o tradizione?

Una scena dei Miserabili di Mackintosh (foto: Pagina Facebook: Les Miserables - Musical)

Sulla regina Elisabetta e sul musical a Londra non si scherza. Soprattutto sul musical. Il New York Times ha raccontato di recente “una tragedia del West End”, la polemica che divampa intorno a Les Misérables, musical tratto dal capolavoro di Victor Hugo e capace di mietere applausi tra milioni di spettatori da dicembre 1985. Cameron Mackintosh, il suo produttore, ha annunciato a gennaio scorso che oggi, 13 luglio, la versione originale del musical più longevo di Londra andrà per l’ultima volta in scena al Queen’s Theatre, la sua sede “naturale”. Quando il 18 dicembre tornerà sul palco, dopo la ristrutturazione del teatro, Les Misérables non si servirà più della storica scenografia con il girevole che istantaneamente porta lo spettatore, immerso nelle atmosfere del XIX secolo, dalla campagna francese alle fogne di Parigi. La scenografia rotante sarà eliminata e si farà uso di proiezioni per sottolineare i passaggi. Non si tratta di un esperimento nuovo perché, in realtà, al Queen’s Theatre di Londra andrà in scena la versione diretta da Laurence Connor e James Powell, che già dal 2009 è in tournée mondiale. Una petizione online ha raccolto più di 3.200 firme per chiedere il mantenimento del musical originale.

 

Alessandro Longobardi, direttore artistico del Teatro Brancaccio e della Sala Umberto di Roma, ha le idee chiare sul dibattito in corso: “Non sono note le motivazioni ufficiali. Nel sistema produttivo anglosassone la remunerazione del cast creativo può prevedere anche una royalty che assimiliamo a un diritto d’autore. Si potrebbe presumere che cambiando le scelte artistiche vengano meno le royalty dovute”. Longobardi condivide la posizione di Napier, lo scenografo della prima edizione dei Misérables, secondo cui non c’è nulla di male a dare una nuova vita a un musical, “ma se avete intenzione di reinventarlo – è l’opinione di Napier riportata dal NYT – allora reinventatelo. Buttatevi, provateci per davvero”.

 

Longobardi comprende le ragioni pragmatiche che possono essere dietro la scelta di Mackintosh. In Italia, per esempio, il produttore londinese ha avallato il passaggio a Roma di Mary Poppins, anche se la scena dovrà essere ridimensionata rispetto a quella milanese. Secondo Longobardi, anche in questo caso, chi abbia visto l’originale potrebbe rimanere deluso, mentre non è detto che i nuovi spettatori non apprezzino. Però il direttore artistico osserva anche: “Non oso immaginare cosa succederebbe se sostituissi il girevole utilizzato nella mia produzione di "Aggiungi un posto a tavola" con delle proiezioni. Gli autori mi potrebbero ritirare immediatamente i diritti d’autore e il regista con lo scenografo e tutto il pubblico che dal 1974 ha imparato ad apprezzare questo capolavoro della commedia musicale italiana, protesterebbero con la produzione. La sacralità della tradizione va rispettata e poi squadra che vince non si cambia”.

 

Non è dello stesso avviso Saverio Marconi, attore e regista di fama internazionale che ha fatto la storia del musical in Italia: “Se Mackintosh avesse dovuto dar retta ai giudizi della critica quando è uscito Les Misérables avrebbe chiuso il giorno dopo. Forse oggi il pubblico non è più adatto a vedere uno spettacolo di quel genere. Perché non proiettiamo in continuazione nelle sale cinematografiche 'Il gattopardo'? È meraviglioso, ma forse il pubblico giovane non lo apprezzerebbe. Quindi il discorso di Mackintosh non fa una piega. Lui si rivolge a un altro pubblico, non al pubblico che lo ha già visto”.

 

Marconi è inoltre convinto che la bellezza sia nello spettacolo in sé, non solo nella messa in scena: “La genialità è di chi lo ha scritto, di chi lo ha tradotto da romanzo a musical, degli autori. Qui sta la genialità che non morirà”. Il noto attore ha visto la versione tour dei Misérables: “C’erano proiezioni, ma anche molta scenografia. A me è piaciuta. Non che non fosse bellissima la versione con il girevole, ma lo spettacolo, per natura, finisce ogni sera, e non è mai lo stesso. Chi fa il regista a teatro scrive nell’acqua”. Allargando il discorso, Marconi si pone una domanda che ci fa riflettere sullo stato del musical in Italia: “Perché Les Misérables da noi non è mai venuto? È stato in tutto il mondo, perché non è stato tradotto in italiano? Qui il musical è in un momento positivo, ma non è ancora scoppiato, c’è riluttanza verso un genere considerato frivolo, cosa che non è. Esistono spettacoli semplici, è vero, ma anche spettacoli bellissimi”.

 

Il casus belli apre interrogativi sul rapporto fra tradizione e innovazione, sul tema del teatro di repertorio, così come un successo trentennale fa riflettere sulla questione della tenitura degli spettacoli. Torna in aiuto Longobardi: “Il repertorio è fondamentale, va difeso per dare senso alla ricerca e all’innovazione. In Italia non abbiamo chiaro questo punto. In Francia, ad esempio, c’è la Comédie Française, che tutela seriamente il repertorio classico”. Se il repertorio non nasce e non si sviluppa è anche perché la tenitura degli spettacoli, con alcune eccezioni, è spesso ridicola. “C’è troppa offerta – commenta Longobardi – e, unita alla breve tenitura (1/2 recite nei Comuni italiani, mentre a Roma, Napoli e Milano si può arrivare alle 3/4 settimane), genera un aumento dei costi di produzione che, confrontati con gli incassi medi, procura spesso perdite economiche e il peggioramento della qualità. Tra l’altro il breve periodo riduce l’effetto del passaparola e spesso impone alle produzioni di ricorrere ai nomi di cassetta per acquisire una rapida visibilità e facilitare la promozione dello spettacolo a discapito di ottimi ma anonimi attori”.

 

Secondo Longobardi per modificare questo stato di cose le produzioni dovrebbero aumentare il budget della comunicazione e i teatri cambiare il modello basato sugli abbonati, come dovrebbero essere diverse la politica dei prezzi e la norma che regola il Fus, almeno nei grandi Comuni e ovunque ci sia un bacino di utenza ampio e ben collegato al teatro. “Ricordo – conclude Longobardi – che nel Regno Unito il booking teatrale ha battuto quello del calcio. Abbiamo tanta strada da fare”. Tanta, non c’è dubbio.

Eugenio Murrali

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