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Ciò che solo gli umani hanno. Intervista a Noam Chomsky

Sessanta anni di linguistica generativa. Il linguaggio comune e le critiche all’AI

15 Maggio 2019 alle 11:03

Ciò che solo gli umani hanno

Noam Chomsky è nato a Filadelfia nel 1928, è il fondatore riconosciuto della grammatica generativa. Docente emerito del MIT, ora svolge ricerca presso l’Università dell’Arizona (foto LaPresse)

"La facoltà umana di linguaggio. Una proprietà unica della nostra specie, condivisa da tutte le popolazioni umane, priva di vere analogie in altri animali. Una proprietà al centro della creatività umana, del patrimonio culturale e dell’organizzazione sociale".

 

E’ dei giorni scorsi la notizia del conferimento a Noam Chomsky del prestigioso “Frontiers of Knowledge Award”. Per la prima volta questo premio internazionale va a un settore delle scienze umane. La motivazione ufficiale così recita: “Per i suoi ineguagliati contributi allo studio del linguaggio umano”. Dopo lunghi e fruttuosi decenni di ricerche e insegnamento al Massachusetts Institute of Technology attualmente, stabilmente, Chomsky occupa una cattedra di linguistica all’Università dell’Arizona. Nel dicembre scorso, per festeggiare il suo novantesimo compleanno, questa Università ha organizzato un convegno internazionale di linguistica, radunando intorno a Noam molti dei suoi ex allievi, oggi rinomati studiosi. Lo incontro, quindi, a Tucson Arizona, per un’intervista in esclusiva per il Foglio. Gli chiedo innanzitutto un commento sul ricevimento del premio (che sarà consegnato a Bilbao il prossimo 18 Giugno).

 

Come la rivoluzione scientifica al tempo di Galileo: si iniziò a indagare la natura e molte furono le sorprese. Così accadde per la linguistica

“Ovviamente è molto lusinghiero ricevere questo premio – risponde – ma la soddisfazione più profonda è che il settore da noi costruito lungo sessant’anni, la grammatica generativa, ha raggiunto un tale livello di riconoscimento”. Serve, per i non linguisti, una breve ricostruzione della storia della grammatica generativa, e della sua influenza sulla scienza cognitiva in generale, oggi divenuta così importante. “La scienza cognitiva non esisteva ancora alla metà del Ventesimo secolo e la linguistica era un campo molto ristretto, con obiettivi assai limitati e con l’assunto che ci fosse poco da imparare. L’insigne linguista teorico Martin Joos pensava di aver colto l’essenza del quadro generale con la tesi da lui chiamata ‘boasiana’ (ricavata dai lavori del grande linguista e antropologo Franz Boas). La tesi allora dominante era che le lingue possono differire le une dalle altre in modo del tutto arbitrario e ciascuna va studiata separatamente, senza preconcetti, con scarse e poco interessanti proprietà generali. Con rare eccezioni, la linguistica teorica era concepita come il condensato di un manuale di procedure atte a convertire un corpus di dati linguistici in una forma organizzata. Molti studiosi pensavano che si fosse arrivati a uno stadio terminale. Nella psicologia, le tendenze dominanti erano comportamentiste e in contesti accademici di prestigio, come a Harvard, le tesi comportamentiste erano addirittura radicali. Per esempio, secondo il noto psicologo Burrhus Frederick Skinner e il famoso filosofo Willard Quine. Ma non solo loro”. E poi, che cosa cambio? E come? Noam Chomsky disegna un parallelismo con la grande rivoluzione scientifica dell’epoca galileiana: “Nuovi sviluppi cominciarono a prendere forma alla metà degli anni Cinquanta. In qualche modo, almeno implicitamente, ci si ricollegava alla rivoluzione scientifica del secolo Diciassettesimo, quando Galileo e i suoi contemporanei ammisero di essere perplessi [puzzled] su quanto fino ad allora era stato considerato semplicemente ‘naturale’: la caduta dei gravi, la percezione delle forme, il moto dei pianeti e ben altro. Quando questi fenomeni cominciarono ad essere seriamente indagati, nuove perplessità emersero ovunque, e molte furono le sorprese. Ebbene, qualcosa di molto simile successe alla metà degli anni Cinquanta nello studio del linguaggio e della mente. Appena si fecero i primi sforzi per costruire una grammatica generativa – cioè un modello esplicito di come nella mente del parlante vengono rappresentate le strutture fondamentali del linguaggio e si genera uno spettro infinito di espressioni e come queste vengono interpretate – subito ci si rese conto di quanto poco si capiva. Rompicapi e sorprese emersero un po’ ovunque. Quando questa impresa scientifica prese a svilupparsi, sempre più chiaramente ci si rese conto che l’apparente varietà delle lingue era superficiale e fuorviante. A un livello più profondo, tutte le lingue sono modellate su uno stesso stampo. In stretta interazione con queste indagini, si sviluppò la scienza cognitiva. Da questa stretta interazione scaturirono idee totalmente nuove sull’acquisizione del linguaggio nei bambini e su come il linguaggio viene usato dai parlanti. Negli ultimi anni, anche nuove idee sono emerse sull’evoluzione biologica del linguaggio”.

 

Chomsky è ben consapevole che molti fanno riferimento a questo settore di studi come “alla linguistica chomskyana”, un’espressione che lui decisamente contesta. E me lo ripete. “Il successo della grammatica generativa è, ovviamente, frutto di uno sforzo collettivo, con molti studiosi di grande levatura in ogni parte del mondo, compresa l’Italia. Questo è un fatto importante. Alla metà del Ventesimo secolo il campo era non solo ristretto e gli obiettivi limitati, come ho detto sopra, ma era anche molto circoscritto geograficamente. Adesso, però, la grammatica generativa si è allargata a tutto il mondo”. Come si può riassumere questo notevole sviluppo? “I tipi di problemi e le domande oggi aperti alla ricerca fatta dagli studiosi e dai loro studenti non avrebbero potuto essere formulati, e nemmeno immaginati, ancora qualche anno fa”, risponde: “Mentre alla fine degli anni Cinquanta era ancora possibile a un singolo studioso possedere una discreta conoscenza dell’intero campo, oggi è difficile perfino tenere il passo con i continui progressi di un angolo della disciplina. Però, allo stesso tempo, sono emerse idee e ipotesi unificanti a un più alto livello, con più elevate astrazioni, capaci di fornire accurate intuizioni sulla facoltà umana di linguaggio. Una proprietà unica della nostra specie, condivisa da tutte le popolazioni umane, priva di vere analogie in altri animali. Una proprietà al centro della creatività umana, del patrimonio culturale e dell’organizzazione sociale”.

 

“Una proprietà unica della nostra specie, condivisa da tutte le popolazioni umane, priva di vere analogie in altri animali”

Non e’ un mistero che Noam Chomsky sia decisamente critico dei ritrovati attuali, quelli che imitano i processi linguistici con la forza bruta di enormi collezioni di dati, per esempio tutte le frasi pubblicate in decine di anni sul New York Times e simili, impiegando statistiche e algoritmi. Gli chiedo di essere esplicito. “Ogni caso dovrebbe essere considerato separatamente, ma vi sono alcune domande generali che vanno fatte”, è la sua premessa. Per esempio? “Innanzitutto, chiederci se lo scopo è fare scienza o costruire qualcosa che ha scopi ingegneristici. Cioè fare qualcosa che è utile in pratica, oppure imparare qualcosa sul mondo, in questo caso sul linguaggio e la cognizione. Il traduttore di Google, per esempio, è utile, ma non ci impariamo niente sul processo reale, mentale, del tradurre, né su linguaggio e cognizione in genere. Se lo scopo è fare scienza, dobbiamo domandarci: 1) il risultato è troppo modesto? 2) Oppure eccessivo? 3) Come funziona? 4) Di che si tratta, complessivamente? Consideriamo, per esempio, un programma P che tenta di determinare la struttura delle frasi, poniamo, in inglese. Cioè, un analizzatore sintattico, un parser. Chiediamoci: 1) quanto bene approssima il successo di un parlante umano su un corpus di frasi? Questa è in genere l’unica domanda che viene formulata e il successo si misura sul livello di approssimazione. Ma, sotto il profilo scientifico, dobbiamo anche chiederci qual è la risposta alla domanda seguente: 2) Come opererebbe questo programma su una lingua inventata, una che violasse i principi basilari delle lingue umane? Tipicamente, P se la caverebbe ugualmente bene, e questo ci dice che gli scopi della scienza vengono ignorati. Non ne ricaviamo niente sul fenomeno del linguaggio umano nel mondo reale. Possiamo, quindi, concludere che: 3) i metodi sono tipicamente e interamente differenti, dunque, scientificamente, è un fallimento”. Un’analisi molto complessa. Può essere più preciso? “Più sottile è il punto seguente: 4) Possiamo considerare ogni frase del corpus in questione come il risultato di un esperimento, rivolto a cercare una risposta positiva alla domanda se una certa frase è grammaticalmente corretta in inglese. Poi domandare: che senso ha approssimare i risultati di un enorme numero di tali esperimenti costruiti a casaccio? Per le scienze, non ha alcun senso. Nessuno suggerirebbe di intraprendere un simile progetto sperimentale. Alle scienze interessano gli esperimenti critici (spesso solo ideati in teoria), disegnati per rivelare qualcosa di importante sugli enti indagati, esperimenti guidati da una teoria. Non e’ facile trovare programmi artificiali, programmi di computer, che soddisfino le finalità della scienza. Le domande cruciali che abbiamo appena visto qui sopra sono formulate molto raramente, o addirittura mai. Eppure sono il fulcro dell’impresa scientifica”. E’, il suo, un giudizio interamente negativo? “Gli sforzi effettuati nel settore del calcolo automatico, del cosiddetto deep learning, dei big data, dell’intelligenza artificiale, possono avere un qualche valore per scopi differenti. Scopi pratici, ingegneristici e commerciali, sviluppare dei software più affinati e macchine più efficienti. Alan Turing, che inaugurò il campo dell’intelligenza artificiale con il suo famoso lavoro del 1950 sul pensiero nelle macchine aveva scopi simili. Compiti importanti, ma da tenere separati da quelli rivolti a capire il mondo, cioè dai traguardi che si prefiggono le scienze”. Chomsky è anche ben consapevole delle vecchie e nuove critiche alla grammatica generativa, fatte da studiosi entro e fuori dalla linguistica. Alla sua venerabile età di 90 anni, come vede il futuro della disciplina? Prontamente e succintamente risponde: “E’ quanto mai incoraggiante che ancora ci siano misteri ovunque, e nuove sfide scientifiche, indice che le prospettive di fronte a noi sono luminose e stimolanti”. Lasciatemi aggiungere che, nell’arco di oltre sessant’anni, Chomsky e altri insigni generativisti hanno puntualmente e persuasivamente controbattuto le numerose critiche via via espresse. Tanto che sempre nuove e diverse critiche sono emerse, data la dimostrata infondatezza delle precedenti. Insomma, la grammatica generativa procede bene, alla velocità dei novanta.

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