Liberarsi del dogma del liberalismo: sì, ma per che cosa?

Il legno dell'umanità è storto, il liberalismo non può rigare dritto. Si vuole qualcos'altro, e il libro di Mattia Ferraresi è un documento prezioso per intenderlo. Anche se cos'altro si voglia è sempre più oscuro

18 Febbraio 2018 alle 06:15

Liberarsi del dogma del liberalismo: sì, ma per che cosa?

Eugène Delacroix, "La libertà che guida il popolo" (1830)

Nella corsa affollata a liberarsi del dogma del liberalismo Mattia Ferraresi con il suo nuovo bel libro (Il secolo greve, Marsilio) è in buona posizione, perché non è un liberale. Come me, come alcuni nel recente passato e in antico, pensa che la società aperta, globale, individualista, secolarizzata non ha un fondamento in altro che in sé stessa e nei suoi miti, dunque è fragile. Per dimostrarlo ha scritto un saggio, un saggio di inusitata bravura e leggibilità, partendo dal suo osservatorio fogliante, Brooklyn. Trump è un imbroglione, ma il sistema che ha scardinato si era imbrogliato da solo, e per ragioni forti (come direbbe Sganarello o Leporello). Ferraresi critica gli indici monodimensionali, così li chiama, che registrano ricchezza e prosperità e pacificazione della società moderna. Il Pil e la disoccupazione, anche quando ai minimi del pieno impiego, non spiegano abbastanza. L’elegia dei diseredati che non si vedono, che si dimenticano, ha una sua penetrazione, una sua verità. Come il grido di quanti hanno paura. Guardano al passato, si fanno trascinare da miti edenici talvolta anche grotteschi, ma efficaci. D’accordo. 

 

C’è poi la famosa storia della fine della storia, che secondo lui non si regge. Ferraresi il suo racconto lo affina su buone letture, su studio e concentrazione, con una formazione filosofica e sociologica che si vede robusta, e sopra tutto con un pregiudizio che illumina la ricerca. Capisce da militante cristiano il senso della solitudine contemporanea, della derelizione di tanti, e anche delle manie oppiacee che marciscono sotto la pelle dello sviluppo ineguale. Argomenta da maestro, da giovane maestro, allinea questioni e dati con sapienza, idee chiare e distinte control’imbroglio delle polemiche e degli schemi, fa comprendere quanto e come l’affare della buona vita e del sogno sia diventato un incubo sottile, e forse lo è sempre stato di là dalle cortine fumogene dell’ideologia. Non si può chiedere umanamente e intellettualmente di più. Dunqueancora d’accordo. Su molti dettagli si può discutere, specialmente quando si passa dalla vita americana e dalla sua favolistica alla storia europea. Ma all’ingrosso il prezzo è giusto. Da Trump a Platone, ripercorrendo i perché di una democrazia liberale nata strana e cresciuta malata nei millenni, il nostro acuto millennial fa la cosa giusta, un lavoro di scavo che chi abbia voglia di vedere sotto la crosta dovrebbe prendere per buono, innanzitutto leggendolo. Nel suo libro non ci sono le genericità di un Piketty, le amabili sbruffonerie di un Varoufakis, le distopie di un Chomsky, le eleganti autocritiche di quanti anche nella City di Londra sembrano essersi accorti di recente che libertà ed eguaglianza non sono e non sono mai state sorelle, e ne soffrono. 

 

Manca a Ferraresi, come a molta della letteratura post liberale corrente, una sola vaga idea di quale possa essere un’alternativa, il reinnesco della storia. Mettiamola così. Il legno dell’umanità è storto, il liberalismo non può rigare dritto. Ma i regimi dell’impostura e della tirannide, anche dolce, anche dissimulata nella democratura, si allineano oggi sulla linea retta della demagogia, e non sono preferibili. Il liberalismo può essere rivoluzionario o conservatore, radicale o moderato, innovatore o tradizionalista, lento o rock, ma sta alla radice dell’umanità come la sipuò concepire con decenza e virtù. Il suo vuoto è un pieno, non solo di cose da consumare, non solo di oppiacei da ingurgitare magari tritati, non solo di ineguaglianze e di sacche di povertà, non solo di dati e tecnologie arruffate per quanto onnipotenti, è un pieno di speranza, non è compiuto, non è ridotto come sembrerebbe a sé stesso e basta, è una specie di cammino catecumenale, una religione, una fede sempre in attesa di battesimo. Che qualcos’altro lo si voglia, lo si persegua, è diventato chiaro, sempre più chiaro, negli ultimi anni, e il libro di Mattia è un documento prezioso per intenderlo, ma che cos’altro si voglia è sempre più oscuro.

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Commenti all'articolo

  • Giovanni

    19 Febbraio 2018 - 08:08

    Va di moda di questi tempi, fra i maîtres à penser, indossare l'abito nero e gli occhiali scuri. Alcuni di loro credono veramente all'imminente disastro, la maggior parte invece si atteggiano, come faceva Totò. Dove la vedono la crisi del liberismo? L'Europa sta andando alla grande, idem per Stati Uniti, Cina, India, e tutta una serie di paesi asiatici che non se l'erano mai passata così bene da secoli. Persino L'Italia, in genere la lumaca d'Europa ha iniziato a correre. Abbiamo un passato contrassegnato da secoli di guerre feroci, fame, pestilenze che i nostri antenati tuttavia sono riusciti a superare e noi invece siamo qui a tremare per qualche migliaio di poveri populisti mentalmente disadattati oppure per la situazione obiettivamente grave in medio Oriente e tuttavia costante da almeno un secolo. Ma per favore... Come si dice nel Candido "...mentre tanti parlano noi andiamo a lavorare..."

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  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    18 Febbraio 2018 - 13:01

    Il semplice è il massimo della complessità. E’ semplice capire che il 90% degli uomini si soddisfa e si realizza, con alcune sfumature diverse, nei primi due livelli della piramide d Maslow. Non c’è mai stata epoca che li abbia universalizzati. E’ onesto pensiero ammettere, che di riffa o di raffa, l’epoca presente, sia quella che li ha più diffusi. Il terzo livello, bisogni sociali, postula il ridimensionamento, la gestione e il controllo degli ineliminabili egoismi umani. Non ci riuscirà mai nessuno. Sarebbe come se i pesci rinunciassero all’acqua in cui vivono. Giusta, logica la domanda al valido Mattia Ferraresi: “Sì, per cosa?” Il Mattia risponde: “Il 10%, per dare un senso ai loro pensieri, non può che girarci intorno. Ciascuno a modo suo” Giusto, necessario: la giostra deve girare. Anche se rimarrà sempre ancorata al terreno. Nei secoli abbiamo avuto tutti i giostrai possibili. La giostra ha girato più o meno velocemente: nient’altro. Igitur, leggiamo e rileggiamo.

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