Il complotto da Vinci

Luciana Grosso

A che punto è la spy story del Salvator Mundi, il Leonardo sparito che tinge d’arte il Russiagate

Milano. Che c’entra Leonardo Da Vinci con il Russiagate? Poco e niente, a prima vista. Eppure, poiché le vie delle teorie del complotto sono infinite, da qualche settimana ne circola una che mette insieme il quadro più misterioso e discusso di Leonardo, il Salvator Mundi con il magmatico intrigo dei rapporti tra Trump e Putin. Per quanto la storia sia molto complicata (e già da più parti tacciata di essere una bufala da paranoici) proveremo a metterne in fila i pezzi.

 

Il primo pezzo è, ovviamente, il quadro. Il Salvator Mundi è un’opera la cui attribuzione a Leonardo è molto controversa e piuttosto recente. Benché oggi sia comunemente accettato che l’opera sia stata dipinta dal Maestro di Vinci, esiste una consistente fetta di storici dell’arte che ritiene si tratti solo dell’opera di un allievo lombardo (forse Boltraffio o Bernardino Luini).

 

Il secondo pezzo è il valore del quadro, cresciuto a dismisura nel giro di una manciata di anni e poi, addirittura, in una manciata di minuti, durante una concitatissima vendita all’asta. Nel corso dei 500 anni della sua esistenza (su cui ha scritto un libro bellissimo e avvincente Pierluigi Panza) il quadro è passato di mano molte volte, tenuto male e conservato peggio, fino a quando, nel XX secolo, è stato attribuito a un allievo di Leonardo e battuto all’asta, nel 1958, per sole 45 sterline. Molti anni e molte vicissitudini dopo fu comprato, nel 2005 e per 10 mila dollari, da un consorzio americano sotto le cui cure fu restaurato e attribuito a Leonardo. Un colpo di scena che ne fece salire verticalmente la quotazione, tanto che nel 2013 la tela fu venduta all’oligarca russo Dmitrij Rybolovlev per 90 milioni. Passano altri anni e altre storie e, nel 2017, Rybolovlev, forse stufo di avere un Leonardo appeso in casa, chiama Christie’s e chiede che mettano in vendita il quadro.

 

Il terzo pezzo della storia è l’asta vera e propria: diciannove minuti di fuoco nel corso de quali il prezzo del quadro è passato da 90 a 450 milioni di dollari. Il record dei record (quello precedente era di 300 milioni per il Nafea daa ipoipo di Paul Gauguin). A far salire l’offerta, raccontano i cronisti di quella manciata di minuti da pazzi, erano stati due acquirenti anonimi che rilanciavano al telefono e che, un paio di settimane più tardi il New York Times svelò essere il principe ereditario saudita Mohammad bin Salman e (pare, forse, non si sa) un rappresentante della Corte degli Emirati Arabi.

 

Fino a qui, però, abbiamo navigato nelle placide acque dei fatti. Occorre, da questo punto in poi, avventurarsi per i marosi delle teorie. A farci da guida è il sito narrativ.org, piattaforma molto curata, anche se forse un po’ paranoica, tutta dedicata al Russiagate. Secondo il sito, il Salvator Mundi e la sua incredibile vendita sarebbero stati la plateale copertura di una gigantesca transazione legata all’inquinamento della campagna presidenziale del 2016. La teoria prende le mosse da un fatto concreto, e cioè che Rybolovlev, il vecchio proprietario russo del Salvator Mundi, compare tra i numerosi indagati da Robert Mueller per aver comprato una villa di Trump, pagandola circa 50 milioni più di quanto valesse, e per aver incontrato due volte il candidato repubblicano nel corso della campagna del 2016 (ma i due interessati negano). Oltre a questo, secondo New York Times, nell’agosto del 2016, sembra ci sia stato un incontro alla Trump Tower tra Donald Trump Jr., George Nader, emissario del principe saudita Mohamed Bin Salman e del leader emiratino Mohammed bin Zayed, e Joel Zamel, fondatore israeliano di Psy-Group, specializzato nella creazione di contenuti social capaci di colpire l’opinione pubblica. Cosa si siano detti i tre non si sa, ma il New York Times sostiene che l’emissario dei due governi arabi e il capo della più abile agenzia creatrice di contenuti virali del mondo si siano offerti di aiutare la campagna di Trump. Donald Jr. dice di aver rifiutato e, fino ad oggi, non ci sono prove che dimostrino che questo aiuto sia mai stato davvero dato.

 

Certo, sostiene nativ.org, se Psy avesse davvero lavorato per Trump (e per i suoi alleati esterni in Russia, Arabia ed Emirati) in qualche modo avrebbe pur dovuto essere pagata. E questo modo potrebbe essere stato trovato nel quadro di Leonardo, sotto gli occhi di mezzo mondo. Le due case reali potrebbero aver giocato al telefono portando il prezzo del Salvator Mundi a 450 milioni di dollari, con una plusvalenza di 300 milioni di dollari, che sono stati versati a Rybolovlev, proprietario di una banca a Cipro dove, guarda tu, ha sede e conti la Psy-Group.

 

E il quadro, in tutto questo, che fine ha fatto? Dov’è il quadro che nel 2005 valeva 10 mila dollari e che, dodici anni dopo, è stato venduto per 450 milioni? Non si sa. Se ne sono perse le tracce. La sua esposizione nelle sale del Louvre di Abu Dhabi, prevista per lo scorso settembre, è stata prima cancellata e poi rimandata sine die. L’opzione più verosimile è che sia in un forziere in Svizzera, ma nessuno lo conferma. Certo, se fosse vero, se tutta la storia fosse vera, sarebbe un finale degno per un quadro che, per secoli, è rimasto nascosto nelle pieghe della storia.

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