Emanuele Merlino alla presentazione del fumetto "Foiba Rossa. Norma Cossetto, storia di un’italiana" (foto LaPresse)

La caccia all'italiano riempì le foibe anche nella vecchia rossa Istria

Maurizio Stefanini

“Red Land”: la storia dimenticata di Norma Cossetto

Roma. All’inizio degli anni Duemila, una donna anziana interpretata da Geraldine Chaplin arriva al Magazzino 18 del Porto Vecchio di Trieste, dove sono conservate le masserizie e gli oggetti degli esuli di Istria e Dalmazia. “Io credevo che col tempo avrei dimenticato tutto. Invece quel che ho visto da bambina è cresciuto con me”, dice alla ragazzina che la accompagna. E il flashback innesca “Red Land-Rosso Istria”, il film dell’argentino Maximilano Hernando Bruno uscito in sala il 15 novembre. Un vero e proprio kolossal, con effetti spettacolari. Eppure, ricorda Bruno, “siamo stati i primi a raccontare questa storia al cinema”. Il dramma delle foibe attraverso la storia emblematica di Norma Cossetto, una studentessa nata il 17 maggio 1920 a Santa Domenica di Visinada (oggi la croata Vižinada) e uccisa in modo particolarmente brutale il 5 ottobre del 1943. “Red Land”, perché “Istria Rossa” era il titolo della tesi di laurea che Norma Cossetto stava preparando all’Università di Padova, con relatore il geografo Arrigo Lorenzi. Rossa per la bauxite. Scopo del lavoro, dimostrare l’italianità della regione attraverso una minuziosa ricerca delle fonte di archivio. Per questo se ne andava in bicicletta per cittadine e paesi, visitando municipi e canoniche a sfogliare vecchie carte e registri. “Era una persona piena di vita e di speranza”, ha spiegato Selene Gandini, la giovane attrice che la interpreta: “Una donna che nelle foto donava sorrisi meravigliosi”. Per entrare nel personaggio, racconta, prima di interpretarlo per tre giorni è stata a Visinada, soffermandosi sui luoghi e davanti alla tomba. “Ho respirato anch’io quella terra rossa”.

 

Ma ecco l’8 settembre. Considerata una propagandista del nazionalismo italiano e in più figlia di un dirigente fascista locale, Norma Cossetto il 26 settembre è prelevata da un gruppo di partigiani comunisti e sottoposta a una via crucis atroce. Legata a un tavolo, violentata da venti dei suoi carcerieri e tenuta senza bere, prima di essere gettata in una foiba assieme ad altre ventisei persone le furono recisi i seni e le fu infilato un pezzo di legno nei genitali.

 

“Una storia complessa, che ha richiesto molti personaggi per renderne le molte sfumature”, spiega il regista. “Cominciò come una caccia al fascista. Divenne una caccia all’italiano. Un vortice di morte”. Un professore, interpretato da Franco Nero, cerca invano di smontare l’odio con le parole. “Chi sono dunque queste persone? Fascisti? Comunisti? No. Sono solo delle povere vittime. Fantocci prigionieri della propria ignoranza. Carne da macello sottomessa al volere dei propri governanti. Asini che governano pecore. Sono solo degli esseri umani. Siamo tutti noi”. Mentre nel resto d’Italia i tedeschi occupanti stavano diventando oppressori e carnefici, in quel contesto particolare gli uomini della Wehrmacht sono invece i giustizieri. Furono loro infatti a catturare i colpevoli, a far rivelare loro il luogo della sepoltura e obbligarli a una veglia funebre di quei corpi in decomposizione, per poi fucilarli. Tre di loro, fra l’altro, ormai impazziti. A Norma Cossetto la laurea honoris causa in Lettere alla memoria fu conferita soprattutto per l’insistenza di Concetto Marchesi, grande latinista e stalinista tutto di un pezzo. Unico dei membri del Pci alla Costituente cui Togliatti concesse di non votare per l’inserimento dei Patti Lateranensi nella Costituzione, Marchesi esaltò la repressione ungherese del 1956 e fu autore di un celebre attacco contro la destalinizzazione di Kruscev. Era però rettore dell’Università di Padova nel momento in cui Norma Cossetto fu uccisa. Come testimoniò la sorella Licia Cossetto, a chi aveva obiettato che la laurea non andava conferita perché non era stata partigiana, Marchesi aveva risposto che era caduta per l’italianità dell’Istria, che lui la conosceva molto bene e che dunque meritava più di chiunque altro quel riconoscimento. Nel 2005 Ciampi le avrebbe poi dato la medaglia d’oro al valor civile alla memoria.

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