Fiume 1919: pernacchie e antipolitica velleitaria

La Costituzione fiumana era una carta iperdemocratica e plebiscitaria, sincretistica e poetica. D'Annunzio anticipò “Chaplin e Che Guevara, la guerra di Spagna e il Sessantotto"

8 Aprile 2018 alle 06:09

Fiume 1919:  pernacchie e antipolitica velleitaria

"La Reggenza del Carnaro è una democrazia diretta che ha per base il lavoro produttivo…”: così recita la costituzione scritta da Alceste De Ambris e Gabriele D’Annunzio nell’autunno dell’occupazione fiumana. E’ una carta iperdemocratica e plebiscitaria, sincretistica e poetica: parità tra i sessi e i culti, autonomie, corporazioni rimesse all’ultima capricciosa parola del Vate, progetto di un immenso teatro a programmazione gratuita, e persino descrizione minuziosa del perfetto legionario (“esperto… nel raggomitolarsi per restar dentro al più stretto nascondiglio in agguato”). “Reggenza italiana del Carnaro”: un endecasillabo, si compiaceva l’Imaginifico mentre spargeva a piene mani etichette esotiche sulla prosaica realtà d’Italia: “Vittoria mutilata”, “Rinascente”… “Ufficio Colpi di Mano” battezzò il gruppo che sganciava vagoni dell’esercito per far razzia di vettovaglie, e i suoi membri “uscocchi”, dal nome dei cattolici che nei Balcani del ’500 si battevano da corsari contro i turchi.

 

In questo festival del diciannovismo, durato dal settembre 1919 al sanguinoso Natale del ’20 e destinato a offrire un ricco arsenale simbolico al fascismo, si mescolarono tutti gli equivoci vitalistici dell’Europa postbellica. L’arte per l’arte diventò azione per l’azione, canto del cigno dell’avanguardia avventuriera: dopo i giochi fatti a Rapallo, Keller volò sulla Camera lasciandoci cadere sopra un pitale.

 

Oggi Pier Luigi Vercesi riepiloga quella stagione in “Fiume. L’avventura che cambiò l’Italia” (Neri Pozza). Nel “teatro naturale” del suo comune-signoria, osserva Vercesi, D’Annunzio anticipò “Chaplin e Che Guevara, la guerra di Spagna e il Sessantotto, il movimento dei paesi non allineati e il rifiuto di un ordine mondiale pensato a Washington”. A Fiume convenne una gioventù ribalda e guascona, spesso bruciata poi dall’inadattabilità al regime. Tra il mare, i caffè e i colli s’incontravano nazionalisti, goliardi, futuristi, aristocratici, travestiti, cappuccini sovietici, aviatori spericolati con aquile appollaiate sulla spalla, scrittori, arditi, giapponesi, Toscanini, Marconi, Marinetti. Gli omosessuali giravano per mano “a coppie, come la legione tebana”, secondo un detto del comandante registrato dal giovane Comisso, che nel “Porto dell’amore” ridusse la vicenda a un catalogo di pure impressioni inventando il grado zero del dannunzianesimo. Nella città travolta dalle speculazioni valutarie, dove la ricchezza più sontuosa convive con la povertà più stracciona, questi hippie ante litteram indossano divise carnevalesche, organizzano riti pagani e burle temerarie, intitolano una rivista allo yoga, spacciano cocaina, e lasciano dilagare un lazzaretto venereo. Ma allo stesso tempo riconoscono per primi l’Unione sovietica, e istituiscono una contro-società delle nazioni anticolonialista. Questa velleitaria “antipolitica”, una pernacchia al piagnucoloso Orlando di Parigi e alla ragionevolezza di Nitti, troverà reali sbocchi politici solo in Mussolini, che significativamente rimane qui dietro le quinte, all’inizio sostenendo D’Annunzio e poi defilandosi quando capisce che per rilanciare il proprio movimento deve trescare col potere costituito.

 

Ma ancora più interessante è il modo in cui questo potere fronteggia i legionari prima del ritorno di Giolitti. Badoglio non vuole sentirsi un Cialdini che spara a Garibaldi, e per il sottosegretario Sforza lo stato deve mostrare solo “ostilità apparenti” come Cavour davanti ai Mille. Memorabile la resa del generale Pittaluga, che dovrebbe impedire ai disertori la marcia su Fiume. Basta una sceneggiata del Vate (“‘Ebbene, prima che sugli altri, faccia far fuoco su di me’, e gli mostrò il distintivo dei mutilati e il nastrino azzurro della medaglia d’oro”) perché ceda e gli appronti una scorta trionfale. “Un generale, cui è affidato il comando di una zona importante, minacciato da un tenente colonnello ribelle alla testa di mille uomini, dopo aver fatto finta di resistere per alcuni istanti, stringe la mano del capo ribelle e lo incoraggia nella sua impresa”, annotò un cappellano militare scozzese con evidente disprezzo per le ridicolaggini latine. Istituzioni come gusci vuoti, sentimentalismo mafioso, retorica potenzialmente omicida: la compiuta trasformazione della politica in happening, e la simultaneità delle comunicazioni, oggi riportano tutto questo su scale molto più vaste. Il problema è: fallito il diciannovismo che sfancula la “sovranità mutilata” da Bruxelles, che cosa ci aspetta?

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