Per festeggiare i settant'anni di Stephen King, andate a Lucca Comics

Lo scrittore di "It" e i cosplayer al festival del fumetto, mentre ormai persino la critica accademica lo saluta come il Dickens contemporaneo

1 Novembre 2017 alle 06:14

Per festeggiare i settant'anni di Stephen King, andate a Lucca Comics

Foto di revjdevans via Flickr

C’è una scena, nel romanzo “IT” di Stephen King (il cui adattamento cinematografico in queste settimane sta battendo di gran lunga gli esordi a botteghino di qualunque horror precedente) che costituisce una sorta di chiave per accadere a tutta la sua poetica. E in Italia c’è persino un luogo dove le si può rendere un omaggio autentico. Nel loro ultimo disperato confronto con il mostro che assume le fattezze del paure di ciascuno “per salarne la carne” con il terrore, i ragazzini protagonisti scoprono che oggetti e dettagli insignificanti come una fionda o una filastrocca, ma pregni dei loro sogni e aspirazioni, possono far indietreggiare ululando quell’entità oscura e scaltra. Ed ecco che il pensiero dell’autore si fa largo in quello dei personaggi: questo miracolo è possibile perché per diecimila contadini medievali che creano i vampiri credendoli reali, ce ne può essere uno – probabilmente un bambino – che immaginerà il paletto necessario a ucciderli.

 

Il Re (mai cognome fu più profetico) ha da poco compiuto settant’anni, quaranta e più dei quali trascorsi a riversare sul mondo un fiume – “lei è una maledetta industria”, gli obbiettò una giornalista, a cui King ribatté serafico: “Uno scrittore che impiega venti anni per un romanzo non sta coltivando pensieri profondi. Si sta facendo le seghe” – di parole (nel suo “On writing” si trova persino una celebre dieta di scrittura giornaliera), e storie. Tutte imperniate sul cortocircuito tra nodi ancestrali e radicali del nostro immaginario, spesso smussati dal velo della familiarità e dell’abitudine, e le “occasioni” montaliane del nostro mondo contemporaneo. Così King ha fatto iniziare il suo primo romanzo (scritto in una roulotte incandescente) sulla magia e l’identità femminile con un tampax insanguinato. Così ha raccontato l’incubo peggiore di ogni scrittore, dopo non essere pubblicato: finire nelle mani di una fan ossessiva e violenta (al tempo stesso pubblico e critico, come scrisse il Morandini) da cui, per sopravvivere, bisogna tornare a essere la Sherazade delle “Mille e una Notte”. Così ha raccontato serial killer che si impossessano del corpo del bonario San Bernardo del vicino, o cosa succede quando si costruisce uno splendido hotel su un cimitero indiano. Anche la sua saga fantasy “La Torre Nera” non imita pedissequamente l’ammirato Tolkien, ma lo fonde con il grande orizzonte epico di ogni americano, il western di Ford e Sergio Leone. In “22-11-63” King ha fatto tornare indietro nel tempo un insegnante per tentare di impedire l’assassinio di Kennedy, eppure al contempo ha raccontato anche cosa si prova a essere un Lee Oswald “nel giusto”, quando in “La Zona Morta” il veggente protagonista stringe la mano a un torbido e arrogante candidato presidenziale e vede una guerra nucleare in arrivo. E non sono pochi quelli che vi hanno letto una effettiva profezia dell’era Trump. Già, Trump: per tutte le presidenziali e oltre King lo ha tempestato con una tenace battaglia a colpi di tweet (la traduzione dell’invito gentile a “a galleggiare solo” e non andare a vedere “It” non rende l’evidente sfumatura di quel “go float yourself”) tanto che il romanziere che aveva ricevuto la National Medal da Obama, è stato bloccato dal successivo inquilino alla Casa Bianca.

 

Tutto questo mentre egli per primo si attiene con certosina disciplina alla dieta di scrittura raccomandata, si cimenta con nuovi generi come il poliziesco hard-boiled e vede le sue storie più celebri in un profluvio di nuovi adattamenti cinematografici e serie tv (dove spesso le versioni migliori, basti pensare a Kubrick e Rob Reiner, sono proprio quelle meno inchiodate a un’imitazione pedissequa) e riconoscimenti ufficiali.

 

Ormai persino la critica accademica, che per anni aveva storto il naso davanti a quei libroni da drugstore, lo saluta come il Dickens contemporaneo, ben oltre l’indisputato titolo di signore della paura. E dire che King stesso non si è mai considerato un autore di genere. La sua “sinfonia dell’orrore”, l’epico “It”, doveva addirittura essere il suo ultimo horror (per questo, in un gioco meta-letterario, il pagliaccio Pennywise assume in sé tutti i volti dei “mostri” del cinema anni Cinquanta), ma così non è stato: dalla soffitta o dalla cantina della sua immaginazione ha continuato a estrarre incubi, e al contempo i sogni in grado di affrontarli, magari sulle gambe malferme dell’adolescenza. Ecco perché forse non c’è tributo migliore cui partecipare del passeggiare tra gli stand e i cosplayer del Lucca Comics di questi giorni, il grande festival del libro e del fumetto. Sono passati i tempi e gli anni in cui a bazzicarlo erano solo i nerd, gli sfigati da stereotipo, con le magliette e parlantina nervosa e enciclopedica, che si tratti di giocare di ruolo o discutere su Lovecraft o Neil Gaiman. Come ha mostrato bene Vanni Santoni nei suoi ultimi romanzi, quelle che un tempo costituivano delle sottoculture dileggiate sono entrate nel circolo sanguigno del discorso collettivo. I Podemos citano Daenerys Targaryen e la più bella del corso universitario sfoggia una maglietta con Hermione e Harry Potter. E i cosplayer appunto, gli appassionati un personaggio, un cartone, un fumetto, che si vestono con minuziosa aderenza al proprio amato Jon Snow o agli orchi di Tolkien, sono un immenso fiume, divertente e grottesco di pistoleri, pirati, guerriere. Talvolta a Lucca sono i bambini che osservano con incantata serietà tutti quegli adulti che si rimettono a giocare. Ma, anche, qui, il King di “It” era stato profeta: Derry, la cittadina di provincia con le sue meschinità e violenze, viene salvata proprio dalla banda dei “Losers”, dei Perdenti. Sia dunque lode e onore al Re, ma anche a tutti coloro che, ben prima e oltre che fosse mainstream, in barba al disprezzo dei vincenti in ogni campo, hanno avuto il coraggio di continuare a sognare i vampiri e i paletti con cui sconfiggerli.

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Commenti all'articolo

  • luigi.desa

    01 Novembre 2017 - 13:01

    Vero e sarebbe anche giusto mettere Stephen King il lizza per il Nobel. Lo hanno dato a Dario Fo come premio alla carriera di attivista di sinistra ,poi a un canzonettaro ( che adoro dal suo primo vagito in Italia primi anni 1960 'like the rolling stones' ) perchè non ad uno scrittore che vende a milioni e fa fare film. Allargandosi a dismisura la richiesta la domanda si involgarisce . E' la divulgazione la regina del successo . Qualunque prestigioso artista scienziato ha potuto godere fama solo con adeguata divulgazione anche spesso ben pagata. lds

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