Il giornalista neutrale non è un giornalista

Così un premio Pulitzer del New York Times smonta alla grande le fake tesi sul giornalismo obiettivo

1 Novembre 2017 alle 06:16

Il giornalista neutrale non è un giornalista

foto di samchills via Flickr

Da qualche mese a questa parte, una buona fetta del mondo del giornalismo ha cominciato a occuparsi con grande intensità del tema delle fake news, creando una sorta di contrapposizione ideale tra ciò che si trova sulla rete e ciò che non si trova sulla rete e lasciando spesso intendere che la questione della post verità sia del tutto svincolata dalle piattaforme dei media tradizionali e sia legata esclusivamente alle notizie false veicolate dai famigerati cattivissimi social network.

 

Fino a oggi il dibattito sulle fake news ha seguito grosso modo questo spartito, ovverosia i giornali buoni che sfidano la rete cattiva, e non è mai entrato in modo dettagliato nel cuore di un altro problema, che non si può non affrontare per definire con chiarezza quali devono essere le giuste precauzioni che ogni giornalista dovrebbe adottare per combattere i professionisti della bufala.

 

La questione è semplice ed elementare e suona più o meno così: che cosa vuol dire oggi essere un giornalista obiettivo?

 

Il tema si trova al centro di un libro uscito due giorni fa negli Stati Uniti (“Just a Journalist”) firmato da una storica giornalista del New York Times (Linda Greenhouse) che dopo aver seguito per una vita da cronista la Corte suprema americana (1978-2008) e dopo aver dato un contributo alle pagine dei commenti dello stesso giornale ha scelto di gettare un importante sasso nello stagno del giornalismo attaccando uno dei grandi dogmi della stampa anglosassone (e non solo di essa): la necessità per un giornalista di essere obiettivo, neutrale.

 

Il dibattito innescato dal libro di Linda Greenhouse (premio Pulitzer nel 1998) è significativo perché arriva da una giornalista (di sinistra) che lavora da anni per un quotidiano che ha fatto del mito della neutralità un suo tratto distintivo (“Chi lavora per il Nyt – si legge a pagina 19 del codice etico del giornale – non deve far nulla che possa far sollevare domande circa la sua neutralità personale”) e perché arriva sotto forma di sfogo contro tutti quei colleghi ipocriti desiderosi di avallare una post verità di cui nessuno oggi ha il coraggio di parlare: il dovere di un giornalista di essere neutrale.

 

Linda Greenhouse – che nel libro ricorda con soddisfazione di aver espresso opinioni personali contro l’approccio di George W. Bush su Guantanamo mentre lavorava sulla Corte suprema e rivela di aver finanziato per molto tempo Planned Parenthood negli stessi anni in cui descriveva l’evoluzione legislativa del mondo pro choice americano – non dice solo che il giornalismo neutrale è una fesseria, perché ognuno di noi in fondo è come un fotografo che inquadra il mondo dalla sua personale prospettiva e non si può certo pensare di fare una foto oggettiva non viziata dal proprio punto di vista. Ma fa qualcosa di più: rivendica la necessità per un giornalista di esercitare il suo ruolo senza fingere di essere neutrale e afferma che un buon giornalista per essere credibile deve dire da che parte sta.

 

“Il mantra dell’obiettività – scrive Greenhouse – spesso inibisce i giornalisti a separare un fatto reale da una finzione e a svolgere fino in fondo il proprio dovere per aiutare i cittadini a essere davvero informati. Il contrario di obiettività non è faziosità, o non dovrebbe esserlo. Piuttosto è il giudizio, il duro lavoro di dividere le questioni false da quelle vere – e di eliminare o quanto meno segnalare quelle false”. La sintesi del ragionamento di Greenhouse ci porta a una conclusione sulla quale varrebbe la pena riflettere, non solo in America e non solo per chi lavora nei giornali: e se la stagione delle post verità fosse lì a dirci che il modo più efficace di combattere le fake news sia smetterla di far finta che il giornalista sia come una tabula rasa e senza pensiero? E se, in altre parole, l’unico modo per essere obiettivi fino in fondo fosse quello di spiegare ai propri lettori, o ai propri telespettatori, qual è la nostra inquadratura? Nell’epoca delle post verità, forse, l’unico modo per parlare senza farsi ridere dietro di fake news è quello di fare i conti con la più grande bufala della nostra epoca: la fake neutrality.

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Commenti all'articolo

  • carlo.fusaro

    01 Novembre 2017 - 17:05

    Caro direttore, il tuo articolo si presta ad equivoci e merita una precisazione, specie per chi crede di conoscere te e la ciurma del 'Foglio'. Che l'obiettività giornalistica sia un mito (fake neutrality) è un fatto sul quale siamo tutti, tutti!, d'accordo da un almeno cinquant'anni. Ma una cosa è la fake neutrality, altra cosa, in nome del "ciascuno di noi ha le sue idee e non può fingerle di non averle", soprattutto da noi, da noi in Italia (leggo giornali di almeno cinque o sei paesi: Belgio, Francia, Germania, Uk, Usa), averlo trasformato nella più indecorosa e crassa incontrollata faziosità. In quel meccanismo per cui se io dico a un giornale "Fusaro è un ladro", nessuno si sogna, prima di pubblicare tale dichiarazione, di chiedere un commento a Fusaro. Il classico sforzo, insomma, di presentare il maggior numero di asserite verità possibili: a mio avviso doveroso. Non scherziamo: l'obiettività è un mito, ma l'onesta ricerca dell'imparzialità è per il giornalista un dovere!

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  • Cako66

    Cako66

    01 Novembre 2017 - 14:02

    Ma queste cose non le diceva K.Popper diversi anni fa parlando della televisione?

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  • albertoxmura

    01 Novembre 2017 - 12:12

    L'obiettività assoluta è un mito se si pretende di praticarla. Non è più un mito se è intesa come un ideale regolativo, un focus imaginarius al quale tendere nella misura in cui si è capaci di farlo. L'impossibilità di raggiungere l'assoluta obiettività on deve essere un pretesto per praticare un giornalismo volutamente distorsivo e fazioso. Un altro mito è quella dell'inquadratura, la tesi che la realtà sia sempre interpretata con lenti colorate delle quali è impossibile, anche solo parzialmente, liberarsi. Ciò renderebbe vana ogni discussione tra persone che abbiano inquadrature differenti. In realtà, anche qui, si dovrebbe cercare sempre di esplicitare, per quanto è possibile, i propri presupposti ed essere aperti alla loro discussione critica. Non c'è nulla che non possa essere esaminato criticamente. Non c'è nessuna "inquadratura" che debba essere presupposta esente dall'esame critico.

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  • mauro

    01 Novembre 2017 - 12:12

    Il giornalista di solito spaccia per verità la sua verità, basta quindi che lo ammetta. Solo che già adesso facciamo la tara su ciò che scrivono i giornali, una volta accettato ufficialmente che si tratta di opinioni personali senza pretesa di verità, come faranno le élites democratiche a controllare le masse?

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