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Moby Dylan forever

Maurizio Crippa

Altro che copia incolla, bisognerebbe creare un Fake Dylan Day per celebrare le false verità del Menestrello

Si dovrebbe istituire, al posto del noioso Bloomsday per estenuati joyciani, un Fake Dylan Day da celebrarsi ogni 13 ottobre, data del Nobel comminato. Un giorno che omaggi il multiforme ingegno del Menestrello. A sempiterno scorno di quelli che per mestiere, o peggio vocazione, fanno le pulci. Fossero pure quelli di Slate, i primi che (avrebbero) trovato prove che Mr. Robert Zimmerman alias Bob Dylan – o come in mille modi s’è fatto chiamare – ha fatto copia incolla, da un reader digest melvilliano, per le sue citazioni di Moby Dick nel suo discorso presentato all’Accademia di Svezia, l’unica cosa richiesta a chi vince il premio. In ritardo di otto mesi sul fatidico giorno. E’ un ritardatario seriale, oltre che un patentato bugiardo. La sua opera, e la sua biografia, sono piene di fake, di depistaggi che il Menestrello ha disseminato come abili accordi stonati per disperdere i fessi e i curiosi negli intenti del loro cuore (le citazioni bibliche gli piacciono, invece).

   

Eccone un breve elenco, a gloria e lode. A partire dai nomi con cui si è fatto chiamare: Sergei Petrov, Willow Scarlet, Thomas, Blind Boy Grunt, Robert Milkwood, Jack Fate, Jack Frost, Elston Gunn, Tedham Porterhouse, Lucky Wilbury/Boo Wilbury, Elmer Johnson. E tralasciando il falso incidente con la sua Triumph Tiger T100, roba da Edoardo Bennato. A partire dalle origini disperse nel vento, inventando a New York storie favolose di collaborazioni mai provate: “Ho suonato il pianoforte con Bobby Vee, se fossi rimasto con lui a quest’ora sarei milionario”. O a partire dalla nonchalance con cui, nel discorso in esame, mette sul piatto della bilancia Melville e Buddy Holly, come fonti d’ispirazione.

   

E’ anche ladro. “Sì, io sono un ladro di pensieri e non, prego, un ladro di anime” (“11 Outlined Epitaphs”, primi anni Sessanta). “Se i miei pensieri potessero essere visti probabilmente metterebbero la mia testa in una ghigliottina” (“It’s allright, ma (I’m only bleeding)”). Ma soprattutto bugiardo: “Se non potete portare buone nuove non portatene affatto”(“The wicked messenger”). Ha rubato, forse, citazioni a “Confessions of a Yakuza” per “Love and Theft”. Ha rubato senza ringraziare accordi blues e folk.

   

Poi gli è stato comminato il Nobel, mettendolo al pari di un Dario Fo. Il minimo era che la sua indole accidiosa avrebbe reagito come ha reagito, di copia incolla da un falso Moby Dick, piuttosto che stare a leggersi la traduzione di Fernanda Pivano. E li ha sempre presi per il culo, i critici e i giornalisti. I cantanti folk preferiti? “Rasputin… Mmmm… Charles de Grulle… The Staple Singers…” (1966). Sei sposato, e con chi? “Se rispondessi a questa domanda ti mentirei. E tu non vuoi che io sia un bugiardo” (1966). C’è una sola verità. Chi ha scritto Hurricane o Lay Lady Lay può permettersi di fare, dire copiare quello che vuole. E pure lettera e testamento. Bob Dylan non copia, fa quello che vuole. Non pensa di farla franca, non gli è mai importato. E chi minchieggia il contrario, è un corsivista del Corriere. Del resto uno che rispose, all’incauto che chiedeva quale ispirazione e messaggio avesse racchiuso in Blowin’ in the wind, che “forse volevo soltanto dire che la risposta soffia nel vento”, coniando la più geniale tautologia ermeneutica dell’intera storia della critica, può fare questo, e altro. May you stay forever fake.

   

(Grazie per la consulenza a Paolo “Cina” Mattei, dylaniato poeta).

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  • Maurizio Crippa
  • "Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

    E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"