
Siamo in un piccolo borgo sperduto sull’Appennino, circondato da folti boschi, all’epoca in cui gli italiani portano nomi come Aniceto, Eufrasia, Pietrino. La guerra pare finita appena ieri, l’occupazione tedesca è un ricordo vivo. Con la scusa di alzarsi presto per andare a caccia, Aniceto se la fa di nascosto con la Teresina, uno fra i tanti. In paese lo sanno tutti, anche Eufrasia che però finge di non accorgersi, felice in cuor suo di sottrarsi alle voglie di “quel rospo”. Anche i figli hanno capito, e covano rancore verso quella donna. Ma la vita è strana e i boschi dei dintorni riservano sorprese inimmaginabili, che sconvolgeranno i sentimenti e le vite stesse dei protagonisti. Eufrasia muore, Ada Maria e Pietrino sono costretti a crescere con l’amante del padre, che si rivela tutt’altro che matrigna, anzi consigliera preziosa. Ada Maria protegge il fratellino e si dà da fare, non sta mai ferma un momento. Ogni giorno si reca al lavoro nel profondo del bosco, straniandosi ammutolita nel ricordo dolce e doloroso della madre. Ascolta i suoni, i rumori, i versi della natura. Sente strani fruscii: sono passi o è il vento? Intravede un movimento fra gli alberi: è un animale o un uomo? Vive qualcuno in quel bosco, o è stata seguita? Sente una “presenza”: forse è lo spirito della madre, forse il Demonio. Anche in paese circolano voci strane. C’è chi giura di aver visto delle ombre aggirarsi nella notte, fra i vicoli intorno alle case. Le donne, superstiziose, lasciano qualche piatto con avanzi di cibo sul limitare del borgo, per le anime dei morti e per scansare il malocchio. Regolarmente quei piatti al mattino sono vuoti. Ma Ada Maria non è sciocca, è andata a scuola, sa bene che sono le volpi a cibarsi di quei pochi resti. Vede gli occhi dei volpini, puntini luminosi nel buio della notte. L’importante è rinforzare le protezioni dei pollai. La prosa lieve di Maria Rosaria Valentini crea un’atmosfera incantata, onirica, che solca di continuo i confini fra gli esseri senzienti e le cose inanimate. Ada Maria è quasi una betulla. Nel capanno, gli animali imbalsamati dal padre la fissano stupiti. Quando è sola sul monte, si arrampica ovunque “con zampe di capra”, e parla con l’eco: “Bella! gridava. Bella! dichiarava la sua stessa voce”. Una coppia di tronchi, addossati l’uno all’altro, sembrano volersi amare, o soffocare. A più riprese l’amore fa capolino, si mimetizza, resiste, fugge, infine dilaga. Gli uomini non sono in grado di contrastarlo e finalmente la felicità sembra a portata di mano. A meno che il destino non decida di concludere ciò che aveva lasciato in sospeso, prendendosi la sua crudele rivincita.



