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Jovanotti e l'esplorare senza mai fare i turisti
Lorenzo torna ai Quartieri spagnoli per raccontare le sue Poesie da viaggio. Il viaggio può avvenire in giro per il mondo o in un monastero, purché “ammetta le possibilità dell’imprevisto, della fatica e dei momenti di noia”
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18 MAY 26

Jovanotti dice di non conoscere Napoli e soprattutto “di non volerla spiegare ai napoletani come fanno in tanti” (foto Ansa)
“Ogni viaggio è un modo di esplorare non solo luoghi sconosciuti, ma anche parti di noi che non sono ancora emerse alla nostra coscienza”.
Luisa Pinnelli, La Divina Guaritrice: dal buio verso la luce
Succede a Jovanotti di ritrovare Napoli riflessa dentro Buenos Aires, dove può perdersi tra le stradine della Boca senza che qualcuno lo fermi subito per domandargli un selfie. Tra gli incanti dei viaggi c’è anche quello di ritrovare in un luogo qualcosa di un altro, come quando rinvieni il giro armonico di un vecchio brano dentro una nuova canzone. E’ la capacità di mettere in rima le cose che trasforma la prosa dell’esistenza in poesia della vita e che ha spinto Lorenzo Cherubini a presentare a Napoli, unica tappa prima del Salone del Libro di Torino, l’antologia "Poesie da viaggio", curata con Nicola Crocetti e pubblicata, per Crocetti Editore, il 5 maggio scorso – manzoniana combinazione.
Da Omero a Gozzano, da Kavafis a Leopardi, da Milarepa a Tondelli, decine di poeti di ogni dove e di ogni tempo accomunati dal tema del viaggio: quello che attraversa i mari, che esplora grotte e foreste, oppure l’intima avventura per cui nell’apparenza assente di una rêverie ci si porta verso l’infinito, oltre la siepe che “da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude”; o ancora c’è il viaggio scoccato dal rimbalzo improvviso di una remota memoria; c’è quello vissuto solamente dentro il sogno, in qualche posto che “di giorno non ricordo dove sia” (Robert Louis Stevenson); c’è il mistico trasferimento nell’aldilà dantesco, l’ascesa del taoista, la discesa nella reminiscenza di una mattinata lieve quando sulla strada per la scuola si vagheggiava “tutta la meraviglia del mondo” (versi di Giuseppe Conte, non il politico ma il poeta ligure).
Un bouquet di poesie che Jovanotti ha raccontato nel cortile del monastero cinquecentesco dove opera dal 2013 la Fondazione Foqus presieduta da Rachele Furfaro, un progetto di “rigenerazione urbana” nei Quartieri Spagnoli, luogo così centrale ma così periferico di Napoli dove una coraggiosa iniziativa privata offre servizi didattici a un migliaio di bambini, dall’asilo nido alla scuola secondaria di primo grado (a tasso zero di evasione), svolge attività per ragazzi e adulti con disabilità cognitive, ospita corsi di formazione, botteghe di mestiere e apprendistati dalla musicoterapia al fashion design, con una biblioteca, le palestre, il bar, lo spazio conferenze.
E’ a due passi da qui il “largo Maradona” con il murale del pibe de oro, l’altarino turistico diventato il posto più famoso di Napoli, appena chiuso per lavori di riqualificazione che lasceranno per una quarantina di giorni sciami di visitatori privi di foto in loco con spritz. Quando arriva al Foqus, qualcuno regala a Jovanotti una maglietta tessuta a mano mica del Napoli, ma la camiseta albiceleste della nazionale argentina, perciò quando poi cita Buenos Aires il paragone tra le due città suona come una rima e a tutti sembra naturale che tra le Poesie da viaggio ce ne sia una di Enrique Santos Discépolo, un genio del tango bonaerense ma figlio di un musicista partenopeo il quale scelse, a quanto pare per faccende di cuore, di rifarsi la vita sul Río de la Plata. Cresciuto, Enrique Santos dedicò quei versi al Caffè dove aveva imparato a campare, “sui tuoi tavoli che non fanno domande”, tra ciarle filosofiche, un pugno di amici, partite a dadi e speranze amorose.
Straordinario che la poesia, una “gatta cenerentola” dell’editoria italiana, possa diventare best seller più dei gialli seriali quando a proporla è Jovanotti: così è stato per la prima antologia compilata con Crocetti, Poesie da spiaggia del 2022. Così sarà, facile prevederlo, anche per la seconda. Pure la precedente fu presentata alla Fondazione Foqus, poi a luglio Jovanotti tornò vicino a Napoli per il Jova Beach Party di Castel Volturno, come tornerà il 5 settembre prossimo all’Ippodromo di Agnano per un evento che lui annuncia così: “Suoneremo dalle 15,30 a mezzanotte. Venite tutti, che facimm’’o burdello”. A ragion veduta il raffinato Crocetti, traduttore, editore, venerando nume tutelare della poesia (nato a Patrasso in Grecia come Matilde Serao) sostiene che Lorenzo è “un cavallo di Troia”: perché questi libri di versi finiscono negli zainetti del suo pubblico come fossero lattine di birra o Coca-Cola e ciascuno troverà per sé, sfogliando e recitando, almeno una poesia che imparerà e ricorderà. “Come ogni playlist, come ogni jam session, questa è un’antologia incompleta e arbitraria” avverte Jovanotti, ma è pure vero che a differenza di un thriller o di un noir questa silloge non si consuma una volta letta: le sue pagine ricrescono con l’uso come code strappate a una lucertola, il volume si rigenera perché la lettura autentica di una poesia sta tutta nelle riletture, nel periodico ritorno a un testo che più piace e più vuol essere ripetuto: “Succede lo stesso per le canzoni che ami, vuoi sempre riascoltarle e ricantarle ancora”. Succede per i posti di cui t’innamori e che suscitano la nostalgia di rivederli: Jovanotti non ha più dimenticato il concerto del 13 giugno 1994 con Eros Ramazzotti e Pino Daniele, davanti a ottantamila persone nello stadio che allora si chiamava San Paolo. Ci tornò quattro anni dopo, con Pino e Raiz; poi nel 2015 e nel 2018 con Ramazzotti e James Senese per ricordare Pino che non c’era più e per cantare Napoli capitale “tra monnezza e bellezza, tra il mare e le stelle, le scale arabe e il blues, l’americano e il dialetto”.
Lorenzo è stato, nel corso degli anni, in una scuola di Scampia, all’Università Federico II, al carcere minorile di Nisida con il presidente Mattarella e tuttavia si schermisce, dice di non conoscere Napoli e soprattutto “di non volerla spiegare ai napoletani come fanno in tanti”. Però per propiziare il viaggio delle due antologie ha scelto i Quartieri Spagnoli e ci ritornerà se ne pubblicherà una terza, non fosse che per dire anche lui “ricomincio da tre”. Confida di sentirsi “sempre un po’ sopraffatto da questa città mondo perché esprime un’identità talmente forte e varia che ne faccio l’esperienza con delicatezza, la respiro con affetto, la guardo come un mistero che continua a ispirare libri, film e tanta musica. Roberto Murolo e Sergio Bruni per me sono classici intoccabili come Puccini, Pino Daniele mi manca come l’aria, ma oggi in un bar sentivo rimandare di continuo Samurai Jay: la musica napoletana riesce a fare propri tutti i linguaggi e a restituirli ogni volta trasformati”.
Ha comprato l’ultimo saggio dell’antropologo Marino Niola, s’è informato sulla sartoria napoletana “che rendeva Mastroianni così elegante”; ha studiato la storia della canzone scritta da Roberto De Simone, quando torna a casa ascolta una raccolta di Massimo Ranieri e Gloria Christian che interpreta Lazzarella, un brano che gli piace ma non lo canterebbe: la pronuncia del napoletano classico gli risulta più ostica dell’idioma ibridato con l’inglese del Yes I Know My Way di Daniele. Dice che ha provato con Luna Rossa, ma non viene bene. Il fatto è che il successo, a Lorenzo Cherubini, invece di gonfiare l’ego ha incrementato il pudore (a differenza di parecchi colleghi imperterriti massacratori di “ossòle mio”). Gli sembrava una impudenza anche mettere mano alle poesie, benché ne leggesse tantissime: cominciò con i futuristi, che “utilizzavano una lingua sonora, la spalmavano sulla pagina quasi come fosse un quadro e già dagli occhi ne avevi un’idea ritmica: il suono prima del senso, il movimento e poi la narrazione”. Fu l’abbrivio ideale per un ragazzo irrequieto, che non era mai riuscito a stare fermo nei banchi di classe e fino a quel momento aveva consumato soltanto fumetti di ogni tipo, da Zagor a Braccio di Ferro, ma di cui aveva intuito un brillante futuro la professoressa d’italiano al liceo scientifico, Luisa Pinnelli, autrice di raffinati studi sulla Commedia di Dante e titolare di una frase che è rimasta impressa a Lorenzo e più o meno suona così: “O la letteratura ti aiuta a vivere o non serve a niente”.
Ai ragazzi che affollano il cortile del monastero, ma pure ai meno giovani dai più sbiaditi ricordi scolastici, Jovanotti raccomanda di riaprire Pascoli di cui sta leggendo una biografia (“era modernissimo ma ce l’hanno sciupato”); e mentre si susseguono le polemiche su I promessi sposi nei programmi didattici lui cita appassionatamente il suo passaggio preferito de La Pentecoste: “Come la luce rapida/ piove di cosa in cosa,/ e i color vari suscita/ dovunque si riposa…”. “Perché penso che sia la grande metafora del divino: che la diversità e gli infiniti colori del mondo, delle idee, delle visioni siano in fondo la manifestazione di un’unica luce. Lo trovo molto bello e soprattutto, di questi tempi, anche molto ottimistico”. Nell’incessante girotondo di Cosa ne sarà di noi cantava che “il poeta scappa la morte l’insegue/ La morte scappa l’amore l’insegue”. Prima o poi l’acchiapperà. L’ottimismo è pensarla così.
Il direttore del Foqus, Renato Quaglia, ha regalato a Jovanotti la chiave della Fondazione (“è la seconda che ho dopo quella della casa a Cortona”); i ragazzi hanno fabbricato una cioccolata fondente e al latte con la mappa dei Quartieri Spagnoli, che venderanno a settembre mentre #JovaNapoli farà “burdello” all’Ippodromo di Agnano; il sindaco Manfredi gli telefona e promette che ci sarà anche lui. Dura poco, ma non sa di gita turistica questa visita a Napoli: quelle poesie sono una consegna allo spirito del viaggio, che avvenga in giro per il mondo o negli spazi di un monastero riabilitato, “purché l’idea di ciò che troverai ammetta le possibilità dell’imprevisto, della fatica e persino dei momenti di noia; purché ogni viaggio contempli anche l’ipotesi di imbatterti in qualche dio, come accade nell’epica greca, e capirai soltanto dopo di avere incontrato Efesto o Atena perché magari si presenta con le sembianze di un passante, di un controllore, di un barista. Quando ti volti è già svanito. Quel che importa è non consegnarsi allo spirito del turista, che cerca di mangiare ciò che mangia a casa, di vedere ciò che hanno visto gli altri e di fotografare ciò che già altri hanno fotografato. Viaggiare è un’altra cosa: io pedalo in bicicletta ma ci sono mille modi per farlo, persino al computer. Era la caratteristica più entusiasmante di internet prima dell’algoritmo, un luogo ideale per la serendipity, dove cercavi qualcosa e ne trovavi un’altra, concepito dai fricchettoni della Silicon Valley perché le persone liberassero e incrociassero le proprie conoscenze”.
Alla fine però non è solo questione di luoghi: si viaggia pure nella geografia del tempo, che più passa più snobba i ricordi di ieri e corteggia quelli lontani, come “la passeggiata alta sul mare” nelle mattine di scuola del poeta Conte. “L’infanzia”, osserva Lorenzo, “quando ti avvicini ai sessant’anni diventa una presenza aggressiva della tua vita”: la sua se la ricorda correndo, come il piccolo Andrea Balestri che faceva Pinocchio nella trasposizione televisiva di Comencini, “la cosa più bella che abbia mai fatto la Rai, e quanto mi gratificava l’idea di un coetaneo che correva sempre come me. Se ci ripenso mi tornano subito quelle scene: Andrea che corre. Fu un’epifania”. Un’altra sarebbe stata quella del primo concerto di cui comprò il biglietto: era il 1981, sul palco del PalaEur Pino Daniele con Vai Mo’. Conobbe allora Napoli senza immaginare che un giorno di quel cantautore sarebbe diventato amico e avrebbero suonato assieme. La terza epifania, dice, l’ha avuta quando ha visto È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino: “Nella scena finale, con Fabietto Schisa sul treno in partenza. Indovinai la canzone che l’avrebbe accompagnato con i titoli di coda. Poteva essere soltanto Napule è”.