Ossessionati dal futuro, abbiamo messo da parte i libri

Riuscirà la grande tradizione che dorme nella letteratura a non essere cancellata da un pubblico attuale che vuole solo specchiare sé stesso? Come tornare alla devozione della lettura

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16 MAY 26
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Foto Pixabay

In una fiera o mostra-mercato si festeggiano i libri, soprattutto alcuni, per venderli bene. Ma i libri più venduti e festeggiati sono i migliori? In mancanza della critica, vendere molto è tutto. Eppure non è che un giudizio di acquirenti prima di essere stati lettori. Se a comprare un libro sono molti, questa informazione e notizia quantitativa sostituisce la valutazione. Si compra il già comprato. Il singolo lettore, nella sua ansiosa e smarrita solitudine, troverà il conforto di sentirsi in compagnia di una maggioranza. In società nelle quali tutto è di massa, anche gli individui con le loro caratteristiche sono di massa. Eppure la lettura è soprattutto un atto singolare, anarchico e solitario.
Un interessante libro di Lina Bolzoni, sull’arte di leggere nell’Europa moderna da Petrarca a Proust, si intitolava Una meravigliosa solitudine: cioè la solitaria lettura di libri, il silenzio appartato di leggerli come una forma di monologica meditazione. Un monologo, però, come dialogo con autori assenti. Nei casi di cui parla la professoressa Bolzoni i lettori sono lettori speciali: sono a loro volta scrittori. Si scrive, infatti, perché prima si è letto. Ma oggi c’è più disposizione a scrivere che a leggere. O comunque si cerca di imparare più l’arte di scrivere che l’arte di leggere. Leggere, invece, è una vera arte che nasce dall’umiltà di lasciare la parola, la parola scritta, a qualcun altro. E’ un’arte che sembra passiva e invece è attiva e creativa. La creatività è ormai un mito. Si rifiuta l’autorità del libro rifiutando di ammutolire e di ascoltare. Se il lettore non impara a essere “passivamente creativo” leggendo bene, il libro non viene fatto vivere da chi lo legge. In mancanza di una vera arte del leggere, è come se gli spartiti musicali non venissero eseguiti, o eseguiti malissimo da chi non sa interpretarli.
Oggi abbiamo un problema nei nostri rapporti con il passato. Ci interessa il futuro, che è vuoto e non esiste, mentre il passato trabocca di atti, fatti, prodotti, voci e memorie. Il futuro, per non essere vuoto e desolato, deve saper ereditare, accogliere il passato, meriti e valori, colpe, sofferenze e fallimenti. Riuscirà la grande tradizione che dorme nei libri a non essere cancellata da un pubblico attuale che vuole solo specchiare sé stesso?
La scuola dovrebbe creare nuovi lettori liberi e indipendenti. Il vero e migliore studente è anche un autodidatta che sente il bisogno di prendere iniziative personali di ricerca. Il vero lettore è un individuo che esce da sé stesso per andare incontro a un altro sé stesso. C’è bisogno, in questo, sia di evasione che di impegno. E’ vero che la storia di don Chisciotte e di madame Bovary ci insegnano che la lettura appassionata dei libri può portare a una forma di mimetica follia e aliena dalla realtà. Ma la realtà può alienarci anche più pericolosamente paralizzando la nostra capacità di immaginare un modo diverso di vivere.
Sociologo e filosofo morale, Ivan Illich ha scritto: “L’accesso universale al libro è stato il nocciolo della religione laica dell’occidente. Oggi, in occidente, la realtà sociale ha ormai messo da parte quella fede nel libro come ha messo da parte il cristianesimo; e le istituzioni educative, da quando non è più il libro la ragione ultima della loro esistenza, hanno trovato uno schermo. I nuovi media e la comunicazione hanno surrettiziamente preso il posto della pagina, della letteratura e della lettura”. E poi: “Secondo Steiner, l’èra del libro presupponeva uno spazio privato e il riconoscimento del diritto a momenti di silenzio, nonché l’esistenza di spazi di risonanza come i giornali, le accademie e i salotti, dove di libri si parlava. (…) Anch’io, come Steiner, sogno che al di fuori del sistema educativo ci possa essere una sorta di case della lettura. Perché possa fiorire un nuovo ascetismo della lettura”.
Ascetismo è una parola desueta e impegnativa: ma qui si tratta laicamente di una disciplina che considera il rapporto con il libro e la lettura una via alla sapienza, una forma particolare di meditazione e immedesimazione, favorite dalla presenza fisica di un testo che si presenta come oggetto-libro, un oggetto magnetico dotato di aura che esige attenzione nell’atto di leggere.
Il Novecento si è concluso con due critici saggisti come George Steiner e Harold Bloom, impegnati entrambi a valorizzare una lettura intensificata. Nel suo saggio Una lettura ben fatta Steiner parte da due quadri: il filosofo che legge di Chardin (1734) e Baudelaire che legge di Courbet (1855), entrambi sintomi di una “rivoluzione nei valori”. Benché i due lettori si trovino evidentemente in casa propria, il loro abbigliamento è di “foggia formale”, “segno di una cerimonia quasi araldica”. La lettura è rappresentata come un atto speciale in cui si compie qualcosa di premeditato e a suo modo solenne, rituale.
Quest’epoca è finita, eppure ci indica qualcosa da non trascurare: “I nostri modi di leggere sono vaghi e irriverenti (…) la memoria era il centro della questione, del modo classico di leggere. Se una lettura ben fatta diventa un artificio obsoleto si creerà un vuoto nelle nostre vite”.
Simile e diversa la strada indicata da Harold Bloom per valorizzare la lettura e restituire al libro la sua aura. Si tratta della autorità attribuita a un canone di classici, la cui lettura va considerata un atto di fede. Ma per fare della lettura di un libro un’esperienza reale è necessaria l’autorità del libro, un’autorità riconosciuta. Questo presuppone un’aristocrazia di autori e opere nonché un’élite di lettori capaci di trasmetterla. Senza una devozione della lettura anche una civiltà millenaria può morire.