Hotel Chopin

La recensione del libro di Francesco M. Cataluccio edito da Sellerio, 156 pp., 15 euro

20 MAG 26
Immagine di Hotel Chopin
"Una poltiglia di sacchetti di plastica gialli spacciati per biodegradabili; una cinquantina di preservativi; quattro binocoli di precisione libici; i volumi delle opere complete di Alberto Arbasino; sette computer francesi senza memoria…”. Questi sono solo alcuni degli oggetti trovati nel ventre di una balena che inghiotte Ulas, che faceva, per il narratore, il trafficante di colori proibiti. Lui, che non si era stupito dell’invasione perché in fondo, “la politica di Putin non è una sorpresa: è coerente con un modello storico di imperialismo russo. Per mezzo millennio, la politica estera russa è stata caratterizzata da ambizioni che hanno superato le capacità del paese. A partire dal regno di Ivan il Terribile nel XVI secolo, la Russia è riuscita a espandersi a un ritmo medio di quaranta miglia quadrate al giorno per centinaia di anni, fino a coprire un sesto della massa terrestre”. Narrando la storia di Ulas, e del narratore, si racconta in Hotel Chopin la storia dell’Europa non-occidentale, ma anche la vita del narratore, così affascinato da questi luoghi di soprusi, vagabondaggi e storie e fun facts. Il nome Chopin, che appare più volte su mappe e taccuini dello spacciatore di colori, porta il narratore nella Varsavia della giovinezza, tra cuori trafugati e pianoforti. Sale in macchina, a Venezia, e parte per una road trip. Ma al viaggio si aggiunge, ospite inatteso, un felino parlante con un nome da divinità egizio-greca, figlio del gatto di ETA Hoffman. Il micione regala al racconto un tono surreale.
“Sembrava di stare in un cimitero del Tempo” dentro l’Hotel Chopin, edificio modernista-berlinese che ha ancora sulla facciata i segni dei proiettili della seconda guerra. Qui ogni sera alle 7 suonano gli studenti del conservatorio, ovviamente Chopin. Ed è qui che i profughi ucraini “che sanno suonare uno strumento” vengono accolti. Un albergo che è una “arca di Noè” di musicanti e concertisti, dove “persino i bambini suonavano invece di giocare”. L’hotel, attraverso le persone in fuga dai bombardamenti, diventa un contenitore di storie e di vite, come la celebrazione del direttore d’orchestra ucciso dai militari russi perché si era rifiutato di dirigere un concerto in onore dell’esercito occupante.
Cultore delle letterature slave e polacca, da Gombrowicz a Szymborska, qui Cataluccio si diverte, costruendo un’onirica ballata celebrativa della Mitteleuropa e dell’Ucraina che resiste. E, calandoci nel contemporaneo, ci spiega anche che se gran parte degli europei si sono fidati della favola di Fukuyama, sulla fine della storia, nell’est questo non è accaduto. Gli occidentali credevano “che i confini avrebbero retto, che certe soglie non sarebbero state superate; gli europei dell’est sapevano invece, per esperienza, che tutto era possibile”.
   
Francesco M. Cataluccio
Hotel Chopin
Sellerio, 156 pp., 15 euro