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L’intelligenza artificiale è la nuova questione politica dell’Occidente
Lo spettro della guerra cognitiva e il principio di un umanesimo digitale. Le inattese convergenze sull’intelligenza artificiale tra la galassia tecno-filosofica della Silicon Valley e la Chiesa. Mentre l’Europa resta indietro, diffidente dell’America e ancorata a una semplice reazione regolatoria
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18 MAY 26
Ultimo aggiornamento: 08:36 AM

Dario Amodei, ceo di Anthropic (foto LaPresse)
Il 14 gennaio 2025, due settimane prima di morire, Papa Francesco ha apposto la propria firma su un documento intitolato Antiqua et Nova, dedicato all’intelligenza artificiale. Il 12 febbraio 2025, un mese più tardi, Alexander Karp, ceo di Palantir, è apparso in libreria con un volume intitolato The Technological Republic. Tre giorni prima, J. D. Vance aveva pronunciato a Parigi il discorso più aggressivo di un vicepresidente americano in Europa dai tempi di Cheney sull’Iraq. Tre eventi quasi contemporanei, tre tradizioni filosofiche apparentemente incompatibili, un solo oggetto: l’AI. Chi avesse osservato la sequenza con attenzione avrebbe colto, già allora, la cifra del nuovo decennio: l’intelligenza artificiale è la prima tecnologia della storia su cui Vaticano e Silicon Valley hanno deciso di parlare contemporaneamente, sapendo entrambi che non possono permettersi di tacere. Fingere che non si stiano studiando a vicenda è, a un anno di distanza, un esercizio di cecità volontaria. C’è, infatti, un equivoco culturale che attraversa il dibattito europeo sull’intelligenza artificiale: trattare la galassia tecno-filosofica della Silicon Valley contemporanea – Karp e Thiel a Palantir, Altman a OpenAI, Musk a xAI, Amodei ad Anthropic, e i loro relais politici da J.D. Vance in giù – come un blocco compatto, ideologicamente uniforme, riassumibile nella formula “tecno-oligarchia trumpiana”. E’ una semplificazione che sul piano polemico funziona, sul piano analitico no, e sul piano strategico è disastrosa, perché impedisce di vedere quello che a chi guarda dall’alto dovrebbe risultare evidente: dentro quella galassia c’è un dibattito serio, articolato, talvolta perfino drammatico, su questioni che la cultura europea ha smesso di porsi da almeno trent’anni.
Che cosa è una repubblica. Che cosa è la sovranità tecnologica. Che cosa significa difendere i valori liberali quando l’avversario li attacca con strumenti che non hanno equivalenti nella nostra tradizione. Demonizzare quel dibattito è facile. Capirlo è difficile. Lavorarci dentro, dialetticamente, è ciò che separa una politica dell’AI da una semplice reazione regolatoria. Proviamo a strutturarlo, con un minimo di rigore e con l’ambizione, certamente immodesta, di offrire una mappa concettuale che stia in piedi. La prima cosa da fare è disaggregare. Le posizioni in campo americano sono cinque, almeno, e tra loro non sono affatto sovrapponibili.
Prima tesi: il tecno-repubblicanesimo di Karp e Zamiska. The Technological Republic: Hard Power, Soft Belief, and the Future of the West, il libro di Karp e Zamiska, ha avuto l’errore tattico di essere accolto in Europa come manifesto neo-imperialista e l’errore strategico di essere stato letto da pochi. La tesi centrale è che la Silicon Valley abbia perso la rotta, abbandonando la collaborazione storica con il governo americano – quella che produsse, dal Manhattan Project al DARPA, l’egemonia tecnologica occidentale del Novecento – per dedicarsi a “photo-sharing apps and marketing algorithms”. E’ una critica al consumismo digitale prima ancora che una rivendicazione politica. Karp, va ricordato, ha un dottorato in teoria sociale alla Goethe Universität di Francoforte, è stato studente nella tradizione di Habermas, e scrive con il piglio di un ex allievo della Scuola di Francoforte che ha scelto di costruire software di intelligence anziché libri sulla razionalità comunicativa. Una traiettoria che, se non altro, merita rispetto epistemico. La sua tesi, per quanto irritante a sinistra, è argomentativa: l’Occidente ha bisogno di ricostruire un complesso software-industriale analogo al complesso militare-industriale di Eisenhower, perché senza quello non sopravvive alla competizione cognitiva con regimi che non hanno questi scrupoli.
Seconda tesi: l’accelerazionismo trumpiano di Vance. Quando il vicepresidente americano sale sul palco dell’AI Action Summit di Parigi, l’11 febbraio 2025, esegue una mossa retorica precisa: prende il dispositivo concettuale di Karp e lo svuota della sua dimensione critica. “L’AI future will not be won by hand-wringing about safety. It will be won by building” non è una citazione da The Technological Republic: è la sua riduzione muscolare. Vance abbandona il soft belief (la dimensione valoriale che in Karp è centrale) e tiene solo lo hard power. Rifiuta la regolazione europea, oppone l’opportunità alla sicurezza, e ammonisce gli alleati sul rischio di “incatenarsi a un padrone autoritario”. E’ un Karp senza Habermas, un engineering mindset senza l’inquietudine francofortese. E’, in altre parole, l’errore che la Silicon Valley più seria sta cercando di evitare: confondere la critica al consumismo digitale con la liberazione del capitalismo digitale dai vincoli democratici.
Terza tesi: il tecno-utopismo di Altman. A settembre 2024, Sam Altman pubblica The Intelligence Age, un breve manifesto che annuncia l’ingresso dell’umanità in un’era nuova in cui il deep learning, scalato sufficientemente, risolverà i problemi che la specie non è mai riuscita a risolvere. Dichiarazione di fede tecno-illuminista, dove l’intelligenza artificiale è descritta come continuazione naturale dell’evoluzione cognitiva. Ad aprile 2026, OpenAI pubblica un documento più articolato, Industrial Policy for the Intelligence Age, che propone “broad-based prosperity, risk mitigation, and democratic access to AI”. Molto nobile, sulla carta. Tuttavia, come hanno documentato in modo pungente i ricercatori di Tech Policy Press, OpenAI ha simultaneamente fatto lobbying contro la legge californiana che avrebbe imposto piani di sicurezza ai modelli avanzati e ha contribuito a indebolire il General-Purpose AI Code of Practice dell’Unione Europea. La distanza tra retorica democratica e prassi corporativa è il punto dolente di questa posizione, ed è la ragione per cui non si può prendere il manifesto altmaniano per oro colato senza esercitare quella critica delle ideologie che, per ironia, è proprio quello che Karp avrebbe imparato a Francoforte.
Quarta tesi: il democraticismo cauto di Amodei. Dario Amodei, ceo di Anthropic e cofirmatario, con la sorella Daniela, di una linea di sviluppo dell’AI dichiaratamente safety-first, pubblica nell’ottobre 2024 il saggio Machines of Loving Grace: sono quindicimila parole che vale la pena leggere integralmente prima di esprimere qualunque giudizio sulla Silicon Valley. La tesi è netta: “non vedo alcuna ragione strutturale per cui l’AI dovrebbe favorire preferenzialmente la democrazia e la pace”. E’ un’ammissione che nessuno dei suoi colleghi avrebbe avuto il coraggio di formulare con questa chiarezza, e che meriterebbe da sola un seminario di filosofia politica. Amodei riconosce che l’AI può potenziare la propaganda e la sorveglianza – i due strumenti classici dell’autocrate – e che pertanto le democrazie devono giocare attivamente per ottenere un vantaggio strutturale, non potendo confidare nell’inerzia tecnologica. E’ una posizione che separa Amodei dal determinismo ottimista che ha dominato il pensiero californiano dagli anni Novanta: l’idea, di derivazione vagamente clintoniana, che internet avrebbe automaticamente esportato la democrazia (ricordiamo tutti la “primavera araba” e le illusioni che ne seguirono). Amodei demolisce esplicitamente quella narrazione: “internet ha probabilmente avvantaggiato l’autoritarismo, non la democrazia”. E’ una correzione storica importante, e sorprendente per un ceo americano del settore. La sua proposta operativa è quella che lui chiama entente strategy: una coalizione di democrazie che si assicuri il primato nell’AI tramite controllo della filiera dei chip, scaling rapido, e l’uso militare strategico (“the stick”) combinato con distribuzione dei benefici (“the carrot”) per spostare gli equilibri globali. Il successivo The Adolescence of Technology (2025) approfondisce questa linea aggiungendo un’inquietudine che è diventata il marchio teorico di Amodei: il rischio non è solo che gli autocrati usino l’AI contro le democrazie, ma che le democrazie stesse, in nome dell’efficienza, scivolino verso forme di tecno-autoritarismo interno. Il “country of geniuses in a datacenter”, formula amodeiana che è ormai entrata nel lessico comune, è un’utopia condizionale: vale solo se le geometrie istituzionali reggono il colpo della concentrazione di potere computazionale. E’, di tutte le posizioni in campo, quella più riconoscibilmente kantiana nella forma e churchilliana nella sostanza. Non a caso, anche, la più rispettata negli ambienti accademici occidentali, e l’unica, va detto, che si è preoccupata di farsi commentare criticamente, sollecitando dibattiti pubblici come quello del Leverhulme Centre for the Future of Intelligence di Cambridge, che ha prodotto una lettura severa ma costruttiva del saggio.
Quinta tesi: il libertarismo gnostico di Musk. Elon Musk, infine, occupa una casella anomala: xAI e Grok sono presentati come “maximum truth-seeking AI” che mira a “comprendere la natura dell’universo”, in esplicito antagonismo con OpenAI. E’ la posizione meno strutturata teoricamente delle cinque, e quella più facilmente riducibile a tic individuali. Vale la pena registrarla come fatto, non come teoria: nella mappa della tecno-filosofia americana contemporanea, Musk rappresenta il polo dove la critica all’AI “woke” (Altman) e la rivendicazione della verità “based” (Vance) si fondono in un prodotto commerciale che, con 200 milioni di dollari di contratto col Pentagono, diventa anche infrastruttura militare. Il suo contributo intellettuale al dibattito è inferiore al suo contributo tecnologico e finanziario, ma il secondo è troppo grande per essere ignorato.
Il convitato di pietra: la guerra cognitiva
Tutte e cinque queste tesi, con tutta la loro divergenza interna, condividono un avversario comune: la weaponizzazione dell’AI da parte di regimi autoritari. Il concetto di guerra cognitiva è stato formalizzato dalla Nato Allied Command Transformation a partire dal 2022 e descrive il targeting sistematico della percezione, della fiducia e della capacità decisionale collettiva tramite combinazione di disinformazione, deepfake, operazioni psicologiche e manipolazione algoritmica. E’ il quinto dominio operativo, dopo terra, mare, aria, spazio e cyber. Ed è un dominio in cui le democrazie sono strutturalmente in svantaggio: i valori liberali (libertà di stampa, dissenso, pluralismo) creano un’asimmetria operativa di cui i regimi autoritari approfittano metodicamente. Numerose ricerche, dal National Institute for Defense Studies giapponese, alla National Defense University e al National Institute of Health americano, insieme allo studio Frontiers in Artificial Intelligence sul caso ucraino, hanno mostrato come l’AI generativa stia trasformando esponenzialmente la capacità di produrre disinformazione personalizzata: deepfake video a costo marginale prossimo a zero, campagne narrative che si adattano in tempo reale al target psicografico, eufemismi e framing che riconfigurano l’aggressione in vittimizzazione. Su questo, la convergenza tra le diverse tesi americane è impressionante. Karp scrive il libro perché vede i regimi autoritari conquistare terreno. Amodei costruisce l’entente strategy perché vede le autocrazie prendere spazio. Vance fa il discorso di Parigi perché vede la Cina alzare il livello di minaccia. Persino Altman, il più tecno-utopista del gruppo, ha smesso da tempo di parlare di “AI per tutti” senza specificare che il “tutti” non include la Repubblica Popolare e la Federazione russa.
La domanda non è se l’Occidente debba difendersi nella guerra cognitiva: la domanda è come, e dietro a quel “come” si nasconde un’enciclopedia di scelte filosofiche, etiche e strategiche che noi europei abbiamo il difetto di affrontare con strumenti regolatori anziché con strumenti culturali.
E qui – finalmente – entra la Chiesa. Antiqua et Nova, la nota della Dicastero per la Dottrina della Fede approvata da Papa Francesco poche settimane prima della sua morte, è il documento magisteriale più sofisticato finora prodotto sull’AI. Va letto con attenzione, perché contiene almeno tre mosse concettuali che dovrebbero fare riflettere chiunque pensi che il Vaticano sia un attore reattivo. Primo: l’AI è uno strumento, non un sostituto del pensiero, e attribuirle caratteristiche umane è “fuorviante” – affermazione che è simultaneamente teologica e tecnica, e che combacia con le posizioni più rigorose della letteratura sull’AI alignment. Secondo: “il valore di una persona non dipende dalle sue capacità cognitive o tecnologiche, ma dalla sua dignità intrinseca” – una frase che è la negazione esatta del funzionalismo di Altman e che, sulla questione dell’embrione, dell’incosciente e dell’anziano, recupera la tradizione personalista francese del Novecento. Terzo, e qui è il punto sottile: i neuro-rights vengono indicati come “punto di convergenza” possibile, il che apre uno spazio inedito di dialogo tra Magistero e bioetica laica. Il documento, per chi sa leggerlo senza paraocchi confessionali, presenta un argomento che è simultaneamente conservatore nella forma e progressista nella sostanza: i prodotti tecnologici “riflettono la visione del mondo dei loro sviluppatori, proprietari, utilizzatori e regolatori, e hanno il potere di modellare il mondo e impegnare le coscienze sul piano dei valori”. Tradotto in linguaggio non ecclesiastico: l’AI non è neutrale, mai, e pretendere il contrario è già una mossa ideologica. E’ esattamente la critica all’ideologia della neutralità tecnica che Habermas avrebbe fatto, che la Scuola di Francoforte ha fatto per cinquant’anni, e che, paradosso dei paradossi, ha trovato nel Magistero romano la sua formulazione magisteriale più chiara. Karp, dottorando a Francoforte, sarebbe in grado di apprezzarla. Leone XIV, eletto nel maggio 2025, eredita questo dispositivo. Il Papa-matematico di Villanova, formato in un dipartimento americano già pienamente attraversato dalle teorie dei giochi, non gioca contro la Silicon Valley. Gioca con la Silicon Valley intelligente contro la sua versione più rozza, sciovinista e idolatrica. E’ un’ipotesi che richiede dimostrazione, ma che ha basi solide: il rifiuto, espresso pubblicamente, del paradigma “datocentrico” del thielismo non è un rifiuto della tecnologia, è un rifiuto di un uso specifico della tecnologia. Esattamente la distinzione che fa Amodei quando ammette che l’AI può servire l’autocrate quanto il democratico, e che spetta a noi scegliere da che parte stia.
L’errore europeo, la lezione americana
Va aperta una parentesi autocritica sul fronte europeo, perché senza di essa la mappa del dibattito resta incompleta. L’AI Act, approvato nel 2024 e in fase di implementazione progressiva, è il primo tentativo organico al mondo di regolare l’AI per via legislativa, con un sistema di classificazione del rischio articolato e sanzioni significative. Sull’intento normativo non si discute. Sul metodo, invece, la critica va fatta – e va fatta da chi crede nelle istituzioni europee, non da chi le vuole disgregare. La Commissione ha scelto un paradigma risk-based che presuppone la possibilità di mappare ex ante i rischi di tecnologie ancora in evoluzione: una pretesa epistemologicamente fragile, che ricalca il difetto storico della regolazione europea: confondere la gestione del rischio con la sua eliminazione preventiva, e finire per congelare l’innovazione in nome della prudenza. Mario Draghi, nel suo rapporto del settembre 2024 sulla competitività europea, lo ha detto con asciuttezza istituzionale: l’Europa rischia di diventare un mercato di consumo per tecnologie altrui, perché ha costruito un ambiente regolatorio in cui non si fa AI, si importa AI. E’ il problema strutturale del continente, ed è anche la ragione per cui Vance, a Parigi, ha avuto buon gioco nel polemizzare con Bruxelles: dietro la sua retorica deregolatoria c’era un argomento parzialmente fondato che noi europei facciamo fatica ad ammettere. Il punto, ovviamente, non è abbandonare la regolazione: è ripensarla. Una buona regolamentazione dell’AI dovrebbe essere meno ossessionata dalla classificazione del rischio individuale e più concentrata sulle condizioni sistemiche della competizione: sovranità computazionale, controllo della filiera dei semiconduttori, capacità industriali di calcolo, diritti d’autore sui dati di addestramento, formazione di una generazione di ingegneri europei capaci di competere sul piano del frontier research. E’ una regolazione abilitante, non paralizzante; è una regolazione che si misura con la dimensione strategica del problema, non solo con quella consumeristica. E qui il modello migliore da studiare non è americano ma asiatico: Taiwan, Israele e Corea del Sud hanno costruito quadri regolatori che proteggono i diritti senza bloccare la frontiera. Sono paesi piccoli, esposti, che hanno capito prima e meglio di noi cosa significa essere democrazie tecnologiche in una guerra cognitiva. L’Europa farebbe bene a guardarli, anziché reiterare il riflesso continentale di credersi modello solo perché ha più paragrafi.
Convergenze metodologiche, divergenze sui mezzi
Se si accetta questa cartografia, una constatazione si impone: la distanza tra il personalismo agostiniano di Leone XIV e il democraticismo cauto di Amodei è, sui fini, molto inferiore a quella che separa entrambi dal trumpismo di Vance o dal libertarismo di Musk. Tutti e quattro i pensatori, su sponde diverse e con metodi inconciliabili, condividono almeno tre assunti:
Primo: che la persona umana non sia un dato da estrarre, ma una funzione obiettivo da preservare. Karp, in The Technological Republic, lo formula in termini repubblicani: la cittadinanza come categoria irriducibile alla profilazione algoritmica. Amodei lo formula in termini liberali: i diritti come vincolo al carrot and stick dell’entente strategy. Antiqua et Nova lo formula in termini ontologici: la dignità come irriducibile al funzionalismo. Sono tre lessici diversi che dicono, nella sostanza, la stessa cosa.
Secondo: che la guerra cognitiva sia un fatto, non una metafora. La disinformazione coordinata di Mosca contro l’Ucraina, gli interventi cinesi nel dominio narrativo, le campagne sincronizzate con summit Nato ed elezioni occidentali sono empiria, non paranoia. Su questo punto, il Vaticano e Palantir dicono cose sorprendentemente simili: la nota Antiqua et Nova avverte esplicitamente del rischio di “weaponization of AI”, e Karp ha costruito un’azienda da decine di miliardi proprio sull’assunto che il dominio cognitivo richieda strumenti di analisi dei dati allineati con i valori democratici.
Terzo: che la neutralità tecnologica sia un’illusione. Antiqua et Nova lo dice con la solennità del magistero: “i prodotti tecnologici riflettono la visione del mondo dei loro sviluppatori e proprietari”. Amodei lo dice con il piglio dell’ingegnere: i modelli vanno allineati, l’allineamento è un atto politico, e chi pretende neutralità sta solo nascondendo il proprio orientamento. Su questo, perfino Musk, quando sostiene che Grok dovrebbe essere “non-woke”, sta implicitamente ammettendo che ogni AI ha una direzione politica integrata. Solo che lui, a differenza degli altri, lo dice ad alta voce.
Le divergenze, certo, sono profonde e non vanno minimizzate. Sui mezzi, l’abisso è oceanico. La Chiesa raccomanda il discernimento personale; Amodei raccomanda la coalizione internazionale; Karp raccomanda la partnership pubblico-privato; Vance raccomanda la deregulation; Altman raccomanda il capping del profitto; Musk raccomanda la libertà assoluta del prompt. Sono mezzi tra loro incommensurabili. Ma sono mezzi che, in una società matura, possono coesistere. Una coalizione cognitiva occidentale non richiede unanimità di metodo: richiede convergenza di obiettivo. E l’obiettivo, sotto l’inflazione retorica, è uno: che l’umano non sia ridotto a dato, e che le democrazie non siano abbattute dall’interno tramite manipolazione algoritmica della percezione collettiva.
La cultura europea, e quella italiana in particolare, ha quindi davanti a sé due scelte. La prima è continuare a leggere il dibattito americano come ha fatto finora: con la lente del riflesso anti-trumpista, equiparando The Technological Republic a un manifesto Maga, Machines of Loving Grace a un manuale di tecno-imperialismo, e Antiqua et Nova a una difesa d’ufficio dello status quo. E’ una scelta facile, soddisfacente sul piano emotivo, e perdente sul piano strategico, perché lascia il monopolio del dibattito serio agli americani, e ci consegna alla regolamentazione difensiva come unico strumento. La seconda scelta è più difficile, e richiede di fare un lavoro che a noi italiani – popolo abituato a Machiavelli e a Tommaso d’Aquino, a Vico e a Sturzo – dovrebbe venire naturale: tenere insieme il rigore analitico e la sensibilità etica, leggere Karp accanto a Maritain, Amodei accanto a Sturzo, Antiqua et Nova accanto a The Adolescence of Technology. Costruire, in altre parole, una cultura italiana ed europea dell’AI che sia capace di parlare in modo critico ma non ostile con la Silicon Valley più seria, riconoscendone le intuizioni autentiche e contestandone le derive autoritarie. Non difendersi dall’America, ma difendersi insieme alla parte migliore dell’America dalle minacce comuni. Leone XIV, con il suo curriculum agostiniano-matematico, ha già scelto questa seconda strada. L’attesa enciclica, che abbiamo simbolicamente intitolato Rerum Artificialium (quando arriverà, e tutto lascia pensare che arrivi), non sarà un anatema contro la tecnologia, sarà la magna carta di un umanesimo digitale capace di interrogare contemporaneamente Karp, Amodei e Thiel senza demonizzarne nessuno e senza assolverne alcuno. Sarà un testo che, se sapremo leggerlo, ci offrirà la cornice concettuale per fare quello che la regolazione europea non sa fare: trasformare il principio di precauzione in principio di partecipazione, la difesa dei valori in proposta di valore, la critica della tecnocrazia in alleanza con la parte sana della tecno-politica.
C’è un ultimo dato da registrare, ed è il più curioso. Nel luglio 2025 il Department of Defense statunitense ha firmato contratti da 200 milioni di dollari ciascuno con xAI, Anthropic, Google e OpenAI: un’allocazione simmetrica che è essa stessa un’ammissione politica; nessuna delle linee tecno-filosofiche prevale, tutte contribuiscono alla difesa. Questo è il modello che dovremmo imparare a leggere, e non per imitarlo pedissequamente, ma per coglierne la lezione strutturale: nella guerra cognitiva del XXI secolo, una democrazia che vuole sopravvivere non sceglie un solo paradigma: sceglie il pluralismo dei paradigmi tenuti insieme da una funzione obiettivo condivisa. Esattamente, mutatis mutandis, ciò che la Chiesa ha sempre saputo fare quando ha funzionato bene: tenere insieme tomisti e francescani, gesuiti e domenicani, in nome di una verità più grande di tutte le scuole. Per questo, quando Rubio e Leone si parlano, è bene ricordarsi che la conversazione vera non è quella tra Washington e il Vaticano. E’ quella, più sottile e più decisiva, tra due tradizioni di pensiero occidentale che hanno passato vent’anni a credersi nemiche e che, sulla soglia della guerra cognitiva, scopriranno, se sapranno leggersi, di avere lo stesso avversario e, in fondo, lo stesso fine. Diversi mezzi, diverse liturgie, diverse cattedrali: il datacenter di Karp e la basilica di San Pietro. Ma il nemico è lo stesso. E la Storia, quando vuole essere maliziosa, mette le alleanze più sorprendenti negli angoli più impensati.