“Dio non è morto”, ma l’identitarismo corrompe ogni fede

La religione è tutt’altro che tramontata: cresce in Africa, resiste in Occidente e rientra nella politica globale. Ma insieme al ritorno del sacro avanzano nazionalismi religiosi e nuove sacralizzazioni del potere. Il libro di Matteo Matzuzzi


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Foto LaPresse

“Dio non è morto. Perché il futuro non sarà secolare”: questo il titolo del libro che Matteo Matzuzzi ha recentemente pubblicato da Mondadori. Una buona notizia, verrebbe da dire. Dopo tanto parlare di “morte di Dio”, evocando magari Nietzsche, ma senza la minima traccia del suo vigore e della sua disperazione, fa sempre piacere che qualcuno ci dica che forse ci siamo sbagliati, che sì, questo Dio non è che goda sempre di ottima salute, ma non è nemmeno il caso di affrettarne il funerale. Veniamo invitati insomma a una salutare prudenza, a non perdere mai di vista le ambivalenze che, un po’ in tutto il mondo, contraddistinguono la religione e il discorso su Dio. A questo proposito il libro mette a disposizione una notevole quantità di dati empirici sulle pratiche religiose nei diversi continenti, ma nel contempo si guarda bene dal misurare la vitalità di questa o quella fede in base soltanto al numero dei praticanti.
“La religiosità – scrive Matzuzzi – cresce nel chiasso delle città, dove si trovano sempre più eremiti urbani che cercano, trovandoli, spazi di silenzio da dedicare al rapporto con Dio, nel chiuso delle proprie abitazioni e stanzette. Cresce nei paesi di nuova o recente evangelizzazione, dove – come accade in Africa – né la persecuzione né la distanza chilometrica che separa il villaggio dalla chiesa più vicina frenano i cristiani dal partecipare ai sacramenti. E Dio torna anche al centro della politica”. Se fino a ieri sembrava che quest’ultimo fenomeno interessasse soltanto l’islam, oggi le cose stanno prendendo decisamente un’altra piega. Il Patriarca di tutte le Russie benedice Vladimir Putin e la sua “operazione speciale” in Ucraina, negli Stati Uniti e in Israele sembra addirittura che sia proprio la religione a predisporre nuovi fronti di combattimento politico. Ma questo non è certamente ciò che molti studiosi e leader religiosi auspicavano all’inizio del terzo Millennio, quando denunciavano la volontà della cultura allora dominante di confinare la religione nell’ambito della sfera privata. Allora preoccupava soprattutto il fondamentalismo islamico, la bieca indifferenza di una certa cultura di sinistra, nonché la guerra di religione che avrebbe voluto scatenare una parte della cultura di destra. Dopo l’attentato alle Torri Gemelle di New York e i successivi attentati alle città europee, sembrava che lo scontro di civiltà si stesse materializzando sotto i nostri occhi. In realtà eravamo di fronte a un vero e proprio cambio d’epoca, che in occidente era contrassegnato, tra gli altri aspetti, da quello che Jürgen Habermas definì il “deragliamento della secolarizzazione”.
Muovendo da questo deragliamento, il libro di Matteo Matzuzzi ha il grande merito di mostrare qualcosa che solitamente molti studiosi trascurano, e cioè la persistenza della religione nel mondo, al di là delle diagnosi che si fanno sul suo presunto, inesorabile tramonto. D’altra parte, se è vero che la natura umana è irriducibile alle condizioni materiali e sociali della sua esistenza, se è vero che trascendiamo continuamente noi stessi, non è poi così sorprendente che sia difficile togliere di mezzo la religione. Il problema semmai è di quale religione si tratti. E qui si apre il mondo variegato, complesso, contrassegnato da una sorprendente vitalità delle diverse religioni, del quale ci racconta Matteo Matzuzzi. Pur essendo in crisi in Europa e in America settentrionale, il cristianesimo continua a crescere soprattutto in Africa e in certe zone dell’Asia; l’islam si diffonde prepotentemente nell’Africa settentrionale, in Asia e nelle città europee; l’induismo in India è quasi una religione di stato; pare che a seguito delle aperture di Deng Xiaoping persino in Cina si registri oggi una diffusa crescita dei diversi culti religiosi. Dio non è morto, dunque. Ma quel che più sorprende e in certi casi preoccupa è l’uso politico che se ne fa alle più diverse latitudini. I capitoli che Matzuzzi dedica all’America, a Israele e alla Cina sono assolutamente da leggere, anche se ci raccontano una storia antica: quella del potere politico che cerca in tutti i modi di servirsi della religione per conseguire i suoi scopi. Sorprende poco, in effetti, la volontà del governo cinese di “sinizzare” le diverse religioni, di metterle cioè al sevizio del modello socialista, anche ricorrendo alla persecuzione. Molto di più sorprende invece il “nazionalismo cristiano” che sta prendendo piede all’interno degli Stati Uniti e dell’Amministrazione Trump, un movimento di pensiero reazionario per il quale la democrazia americana va considerata ormai come un esperimento fallito da sostituire con forme di governo autoritarie cristianamente ispirate. Sorprende altresì l’idea che Israele definisca se stesso “lo stato nazione del popolo ebraico nel quale esso realizza il proprio naturale, culturale, religioso e storico diritto di autodeterminazione”, riservato “unicamente alla popolazione ebraica”. Un uso identitario della religione che avrà come effetto nefasto una sempre più marcata sacralizzazione della politica.
So bene ovviamente che, da sempre, la religione è una formidabile fonte d’identità. Occorre anche riconoscere, però, che questa sua importante funzione per la vita degli individui e della società dovrebbe scaturire dalla fede in Dio, non dal bisogno d’identità o di comunità. Quando questo accade, quando la religione viene usata per produrre effetti sociali, politici o economici di qualsiasi tipo, avvertiamo, non a caso, che la religione si appesantisce di incombenze troppo mondane trasformando i leader religiosi in leader politici e viceversa. Per questo sono convinto che la nostra Europa, religiosamente e politicamente sempre più asfittica, alla quale Matzuzzi dedica l’ultimo capitolo del suo libro, forse il più bello, potrebbe svolgere ancora un ruolo prezioso. Se è vero infatti che le chiese cristiane sono ormai scomparse dal dibattito pubblico europeo e che, come dice Matzuzzi, “il tempo trionfante della cristianità è finito e non tornerà”; è pur vero che chiesa cattolica ed Europa, se lo vogliono, hanno ancora in mano l’unica carta culturale spendibile in un mondo sempre più dilaniato da particolarismi politico-religiosi: l’universalismo. Finché ci sarà qualcuno che si inginocchia con fede davanti al Santissimo Sacramento, nessuno potrà dire che l’universale, inviolabile dignità e libertà di ogni uomo si siano eclissate del tutto. E questo, tra l’altro, potrebbe anche spiegare “perché il futuro non sarà secolare”.