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Vivere da cristiani: come trovare la quadra in Zalone e Pif
Era da tempo che due artisti italiani, per di più non legati al mondo cattolico, non uscivano con due film esplicitamente e interamente dedicati alla questione del credere e del vivere da cattolici
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11 APR 26

Foto LaPresse
A volte la Chiesa cattolica dà la sensazione di brancolare nel buio. (E chi non lo fa?) Alla Chiesa, del resto, il Signore non ha chiesto di ripetere la verità, ma di capirla sempre di nuovo facendo proprie le domande che nascono dalla storia e di viverla in quella stessa storia. Da sempre la Chiesa sa che la sua forma istituzionale può aiutare o rallentare questo doppio sforzo. Sicché essa può andare fuori strada in due modi opposti: difendendo a ogni costo e in ogni dettaglio la struttura ereditata da una qualche epoca precedente oppure provando a darsi una struttura ideale. I tradizionalisti fanno finta di non sapere che la Chiesa tridentina fu anch’essa una invenzione. I progressisti rischiano di cedere alla tentazione infantile di un riformismo astratto (pericolo a volte corso da un “sinodo sulla sinodalità”) che sempre al fascino dei modelli istituzionali in voga in quel dato momento. Intanto occultare con migliaia di battesimi centinaia di migliaia abbandoni serve solo a far finta che “tutto va bene così”.
Il messaggio del Vaticano II e di Paolo VI – messaggio tradizionale e innovatore per davvero – sta invece nell’invito a cogliere i “segni dei tempi”, ovvero a discernere la particolarissima e assolutamente contingente domanda che viene dal tempo che si sta vivendo, diversa dalla domanda di ieri e da quella di domani. Solo corrispondendo a questa domanda la Chiesa può essere quello che deve essere restando fedele alla tradizione e riformandosi davvero.
Ma dove luccicano i segni dei tempi? Da dove viene la domanda di questo tempo? Dove si nasconde il bandolo della matassa? Qui sta il difficile. Non esistono ricette per domande del genere. Si legge nel vangelo di Marco (24, 21-25): “Vi sarà allora una tribolazione grande (…). Se qualcuno vi dirà: il Cristo è qui, o: è là, non ci credete. (…) Ecco, io ve l’ho predetto”. Lo Spirito santo è “immarcabile”; per discernerlo occorre vigilare in tutte le direzioni. A volte è arrivato dall’alto, a volte dal basso; a volte da dentro, a volte da fuori. Aveva avvertito che non avrebbe avvertito.
Non saprei dire quanto tempo era che due artisti italiani, per di più non legati al mondo cattolico, non uscivano con due film esplicitamente e interamente dedicati alla questione del credere e del vivere da cristiani. A poche settimane l’uno dall’altro (già questo dovrebbe far riflettere) nelle sale sono arrivati Buen camino di Checco Zalone e Che Dio perdona a tutti di Pif. Chi di competenza si chieda se da due così può venire qualcosa meritevole di discernimento. Ci pensi bene, però, prima di escluderlo a priori.
Se per pudore o per supponenza non ci ritraiamo di fronte ai film di Zalone e Pif, il bandolo della matassa sembra nitido. Esso compare come incrocio di due domande. Una la pone il film di Zalone: ci può essere vita spirituale, vita interiore, facendo a meno di segni esteriori e di incontri? Si può dare vita spirituale senza religione e si può prestar fede a una religione incapace di vita spirituale e interiore? L’altra domanda la pone il film di Pif: come mettere insieme verità e misericordia? Come tenere insieme fedeltà alla verità e fedeltà alla libertà altrui?
Quando vediamo crescere quelli che pregano e diminuire quelli che vanno a messa, stiamo sbattendo sulla domanda di Zalone. Quando misuriamo la crisi della libertà religiosa e il fascino facile del fanatismo (pacifismo incluso) che dilaga tra i cristiani, siamo alle prese con il problema centrale nel film di Pif.
Un’ultima nota. Nell’uno e nell’altro film la gioia del cibo e il suo nesso con l’amore hanno un ruolo non trascurabile. Questo dice nulla ai cristiani?