La copertina italiana di "I giorni dell'abbandono" di Elena Ferrante

Fenomenologia di un anonimo

Mariarosa Mancuso
Da J. D. Salinger a David Cornwell fino a Elena Ferrante. Con un dubbio: ma se una scrittrice è così convinta che l’aura mediatica faccia male alla scrittura, perché muove tutte le pedine giuste per costruirsela, quell’aura?

Se uno si nasconde, scatena la curiosità. Guardate che bella carriera ha costruito J. D. Salinger su “Il giovane Holden” (1951), più una manciata di racconti uscita dieci anni dopo. Gli è bastato dire “non rilascio interviste, non fatemi fotografie” per scatenare appostamenti durati fino al 2010. Morto lo scrittore, il gioco era troppo bello per finire. Si favoleggiava che nella sua casa di Cornish, New Hampshire, ci fossero romanzi pronti per uscire (scriveva tutti i giorni, mica avrà fatto come Jack Torrance in “Shining”, pagine e pagine con la frase “Il mattino ha l’oro in bocca”). Da pubblicarsi tra il 2015 e il 2020, finora nessuno ha visto niente. Più generoso quanto a romanzi – ma altrettanto sfuggente – il collega Thomas Pynchon sta in una puntata dei “Simpson” con la testa dentro un sacchetto di carta del supermercato, due buchi all’altezza degli occhi.

 

Se Elena Ferrante rimane nascosta, e ha un successo che dai vicoli napoletani schizza fino al comodino di Hillary Clinton, ovvio che scatena i detective. Detective letterari come Marco Santagata, italianista e scrittore con un’idea singolare sull’arte del romanzo: se un personaggio fa la tal cosa, allora deve averla fatta anche la scrittrice (da qui l’indagine, che conduce alla Normale di Pisa e a Marcella Marmo, che ha smentito). Detective poliziotteschi come Claudio Gatti, che seguono le tracce del denaro incassato e investito in appartamenti di pregio.

 

C’era un’altra pista, trascurata dai detective che non leggono la Paris Review. L’intervista del 2015 a Elena Ferrante – risponde a domande poste dai suoi editori Sandro e Sandra Ferri, più la figlia Eva per rendere il tutto meno canonico – è illustrata come usa fare la rivista fondata nel 1953 dall’americano a Parigi George Plimpton. Celebre per le interviste – quasi tutte più brillanti, gli scrittori davvero bravi non si prendono così terribilmente sul serio – aggiunge una pagina manoscritta. Nel caso di Gay Talese, un cartoncino da camicia con scritte multicolori. Nel caso di Elena Ferrante, appunti scritti a mano. Da confrontare, a questo punto, con la lista della spesa di Anita Raja.

 

Se Elena Ferrante – o qualsiasi altro portatore di pseudonimo – si nasconde, e però sente il bisogno di ricordarcelo ogni minuto, oltre alla curiosità viene il sospetto che si tratti di una strategia. Gli pseudonimi veri sono adottati da persone che non vogliono o non possono comparire. Come David Cornwell: lavorava nei servizi segreti inglesi, per questo firmò il primo romanzo come John le Carré. Come Jane Austen: non stava bene che una donna leggesse romanzi, figuriamoci scriverli, il suo primo romanzo recava in copertina la scritta “By a Lady” (solo i famigliari stretti conoscevano il segreto). Come Stephen King: produceva troppi romanzi, l’editore non voleva saturare il mercato, aprì una “seconda linea” firmandosi Richard Bachman. Un titolo almeno, “L’occhio del male” – storia di un uomo che per una maledizione comincia a dimagrire – va messo tra i King migliori di sempre. Come Louisa May Alcott di “Piccole donne”: per non rovinarsi l’immagine scriveva racconti neri con lo pseudonimo maschile di A. M. Barnard. Il segreto si è conservato per quattro secoli, record finora imbattuto.

 

Sono gli pseudonimi innocenti, per distinguerli dagli pseudonimi “dimostrativi”. Quando Doris Lessing volle denunciare le difficoltà di uno sconosciuto alle prese con un romanzo da pubblicare, mandò al suo editore un manoscritto firmato Jane Somers. Fu respinto, e pubblicato solo dopo la confessione, come volevasi dimostrare. Quando J. K. Rowling si stufò di essere la mamma del maghetto Harry Potter, e decise che voleva essere giudicata solo per la sua bravura, adottò lo pseudonimo di Robert Galbraith (come le belle che vogliono essere apprezzate solo per il cervello). Svelato appena la contribuente più ricca d’Inghilterra – batte perfino la Regina Elisabetta, non male per la ragazza madre che scriveva al bar per scroccare il riscaldamento – intuì il flop commerciale. Le vendite risalirono appena fece cucù da dietro lo pseudonimo, da 1.500 copie in tre mesi a 7 milioni in un giorno.

 

Se davvero “il romanzo importa più dello scrittore” (diceva Giorgio Manganelli, quando giocava allo strutturalista smontando “Pinocchio”: “L’autore non è un’ipotesi necessaria”) non c’è bisogno di ripeterlo di continuo. Ricordando al mondo che l’autore ha fatto un passo indietro: “Guardate come sono bravo a scomparire, non ve ne siete accorti?”. Se una scrittrice davvero vuole essere un nome e basta, non sente il bisogno di far sapere al suo pubblico che l’intervista della Paris Review si è fatta mangiando vongole e bevendo tisane. Neanche partecipa al Premio Strega, a furor di popolo e di Roberto Saviano: chi berrà dalla bottiglia il liquore giallo, in caso di vittoria? Se una scrittrice è convinta che l’aura mediatica faccia male alla scrittura, non si capisce perché muova tutte le pedine giuste per costruirsela, quell’aura. Chapeau, tutte le mosse sono da professionista dell’immagine, compresa la concessione di “La frantumaglia”, che si riassume così: “Siccome i lettori di poco spirito smaniano per qualche dato biografico, eccone qualcuno, ma forse me li sono appena inventati”.

 

Ai falsari d’arte succede di autodenunciarsi, quando non vengono smascherati (è troppa la voglia di far sapere “I Modigliani finti li ho scolpiti io”). Elena Ferrante potrebbe cogliere l’occasione per svelarsi – deve essere terribile non poter festeggiare il successo, e se uno scrittore davvero è schivo il manoscritto rimane nel cassetto. “Richard Bachman è morto di cancro allo pseudonimo”, disse Stephen King quando levò di mezzo il suo doppio letterario. Non si pretende tanto spirito. Ma sarebbe un bel modo per chiudere la faccenda.

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