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Il foglio protocollo

Il liceo Virgilio a Roma e l'errore di cavalcare l'emozione per raccontare

La prima bussola dell'etica è il discernimento e consiste nel distinguere le diverse gradazioni di male

29 Novembre 2017 alle 11:36

Il liceo Virgilio a Roma e l'errore di cavalcare l'emozione per raccontare

Foto LaPresse

Breve ma avventurosa premessa autobiografica: lo scorso 8 giugno, mentre suonava la campanella che segnava la fine dell’anno scolastico, io e alcuni colleghi stavamo bevendo un caffè al bar del liceo in cui insegno quando abbiamo visto parecchi studenti correre forsennati. Ci ha incuriosito il dettaglio che al suono liberatorio non corressero verso l’esterno bensì verso l’interno dell’istituto, quindi siamo andati all’ingresso a controllare e abbiamo assistito a una scena violenta. Gli alunni di una scuola limitrofa, che chiudeva le lezioni nello stesso istante, avevano festeggiato assalendo il mio liceo in massa e, dalle scene confuse che potevo osservare per fortuna in salvo, ricordo un vetro rotto, un cartello stradale lanciato come arma, un insegnante a terra contuso, forse bombe carta, forse fumogeni, non ricordo. Di lì a poco ne parlarono i tg nazionali dell’ora di pranzo, costringendomi a rispondere a telefonate e messaggi molto più allarmati di quanto io non fossi; non perché gli eventi fossero trascurabili, ma in quanto lo sguardo esterno del notiziario bastava a inserire le incongrue colluttazioni in un contesto di disordine mondiale che dall’interno del liceo non si percepiva, perché non c’era. Vista da fuori, la rissa scolastica in grande stile cui i miei studenti e colleghi erano stati sottoposti era un capitolo del calendario di disgrazie sgranato con regolarità dai telegiornali; vista da dentro, era un evento grave e imperdonabile ma circoscritto alla contingenza.

 

Come insegnante sono inesperto ma, se devo muovere un elogio alla gestione degli eventi di giugno, riconosco che si è fatto bene a non cavalcare l’emozione esterna fomentandola con l’utilizzo di termini fuori contesto ma di facile presa sull’immaginario collettivo. Pur con le migliori intenzioni, è stato l’errore in cui temo sia caduta la preside del Liceo Virgilio di Roma, ormai tristemente noto quindi ridotto da luogo di sapere a fatto di cronaca: dovendo descrivere il costante comportamento disdicevole di alcuni studenti, ha parlato di “clima mafioso” in modo forse metaforico ma che ha sortito l’effetto distorto di incentrare il dibattito non sui fatti concreti e sugli eventuali reati (bruscamente e opportunamente rimessi al centro dell’attenzione dalla prima pagina del Foglio martedì 21 novembre) ma sulla diatriba sofistica della definizione dei termini.

 

Il guaio è che si pretende che la scuola insegni un’etica agli alunni ma – anche per la difficoltà di definire univocamente quali debbano essere i contenuti di quest’etica – sovente ci si rifugia nei grandi temi che mettono tutti d’accordo. Nel corso di frettolose conferenze o progetti allestiti con le poche risorse di cui si dispone, agli studenti viene detto di guardarsi dalla mafia, dall’intolleranza, dal terrorismo, dalla violenza, dal fumo, dal gioco, dal nazismo, dalla droga, da chi non ama la Costituzione, dall’omofobia, dagli smartphone e da chi non fa la raccolta differenziata. Non è da escludersi che fra gli studenti si crei l’immagine di un male nebuloso e confuso, l’idea che esista un unico calderone (le mafie, col minaccioso plurale che include tutto e niente, sono l’etichetta che va per la maggiore) in cui galleggiano tutte le cose che non si possono fare senza distinzione di gravità.

 

Comprendo lo sconforto, financo l’esasperazione della preside del Virgilio. Però la trasposizione degli eventi scolastici fuori contesto (o, simmetricamente, l’importazione del clima mafioso nel contesto di un liceo) potrebbe far dimenticare che la prima bussola dell’etica è il discernimento. Esso consiste nel distinguere le diverse gradazioni di male, in maniera tale da attribuire ciascuna mancanza a un responsabile ben individuato. Agli occhi degli studenti invece gli odiosi misfatti di alcuni virgiliani potrebbero così apparire come frutto di un male generico impalpabile diffuso nell’aria, e magari la mafia come una bravata adolescenziale; e il colpevole, essendo chiunque, non sarà nessuno.

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