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La nostra battaglia sindacale e culturale per le “vittime ignote" di violenze e molestie

Attraverso il caso Weinstein molte donne hanno visto spaccarsi il guscio dell’omertà e della vergogna. Ma questa è solo la punta di un iceberg 

15 Novembre 2017 alle 14:00

La nostra battaglia sindacale e culturale per le “vittime ignote" di violenze e molestie

Foto Pixabay

Caro direttore,

le molestie, i ricatti e le altre forme di violenza nei confronti delle donne non sono un fenomeno che riguarda  solo le celebrità del mondo del cinema o dello spettacolo. Attraverso il caso Weinstein, indubbiamente, molte donne hanno visto spaccarsi il guscio dell’omertà e della vergogna. Ma questa è solo la punta di un iceberg. Ci sono tante “vittime ignote” di cui non si parla, come ha scritto Natalia Aspesi, migliaia di donne senza un volto che hanno subito nel corso della loro vita forme gravi di violenza, soprusi, intimidazioni.

 

Secondo l’Istat nove donne su cento (parliamo di più di un milione di persone) nel corso della loro vita lavorativa sono state oggetto di ricatti a sfondo sessuale nel nostro paese. È accaduto quando queste donne cercavano lavoro, quando volevano fare carriera o semplicemente svolgevano la propria attività professionale. Tuttavia, solo una donna su cinque racconta la propria esperienza. Le denunce alle autorità giudiziarie rappresentano appena lo 0,5 %. Una donna su tre rinuncia a chiedere giustizia per paura forse di restare sola, senza sostegno economico, sociale o familiare. Questi sono i dati emblematici, preoccupanti su cui tutti siamo chiamati a riflettere.

 

Perché tante omissioni e indifferenza sulla violenza alle donne? Tutti siamo convinti che la strada verso la libertà da ogni sopruso e violenza resta l’atto primario della denuncia. Ma per questo occorre dare un “taglio” al silenzio per far rispettare la donna in tutti i contesti: sociali, lavorativi e familiari. In questo modo si può contare pienamente su protezione, assistenza e su un concreto reinserimento socio-lavorativo. E spetta anche al sindacato far sì che tutte le forme di violenza non restino nascoste, continuando e rafforzando la nostra opera quotidiana per un cambiamento culturale che metta al centro la tutela della persona, a partire proprio dai luoghi di lavoro, perché una società più consapevole dei suoi problemi è già a metà strada rispetto alla loro soluzione.

 

Sia chiaro: dovrebbe far parte dei processi educativi e della cultura civica di un paese avanzato e moderno come l'Italia, fin dai primi anni dell'infanzia, spiegare che il rispetto reciproco tra uomini e donne è il fondamento di una comunità. Questo è uno dei compiti che la scuola italiana deve assumere come una priorità, coinvolgendo in questa azione "pedagogica" le espressioni migliori della società. Tuttavia, la sfida di relazioni libere e simmetriche impone scelte coerenti anche sul piano legislativo: parliamo di investimenti per la prevenzione dei reati, risorse per i centri anti violenza e le case-famiglia, certezza delle pene. Indubbiamente vanno apprezzati gli sforzi compiuti dagli ultimi governi su questo fronte. Ma bisogna fare meglio e di più. A cominciare dal correggere presto la norma sulla “monetizzazione” del reato di stalking che rappresenta una vera assurdità. Così come resta importante sostenere sul piano fiscale e dei servizi, la famiglia, tutelando in maniera coerente il diritto alla maternità. Non bisogna poi avere tentennamenti nei confronti di chi maltratta ed umilia le donne come avviene, per esempio, ancora nelle campagne del nostro Sud a tante braccianti, italiane e straniere, vittime del caporalato, costrette a lavorare spesso in condizioni disumane. Dobbiamo dire basta con la schiavitù di tante ragazzine stuprate e costrette a prostituirsi sotto le nostre case e lungo le arterie delle nostre città nell’indifferenza delle istituzioni. Anche questa è una forma violenta ed incivile di sfruttamento della peggior specie.

 

C’è tanta ipocrisia su questo tema. Nel nostro paese ci sono centomila donne vittime del racket e della “tratta”, costrette a vendere il loro corpo. Ha fatto bene il comune di Firenze a decidere di multare i clienti delle prostitute per aiutare tante ragazze a denunciare i propri aguzzini. In tanti Paesi del Nord Europa dove è stata introdotta una legge che punisce il cliente, il numero di prostitute è diminuito in maniera sensibile. Ed è cambiata anche l’opinione pubblica: prima il 30% era a favore della criminalizzazione del cliente, oggi il 70. La libertà sessuale di andare con le prostitute è una “libertà” esercitata nei confronti di chi, nella stragrande maggioranza, non è una donna libera e non ha scelta. Per questo noi come Cisl continueremo a sostenere la campagna promossa dalla Comunità Papa Giovanni XXIII, fondata da Don Benzi, per dare una speranza a tante giovani ragazze, aiutandole a ritrovare una vita normale ed un ruolo attivo nella società.

 

La missione di un sindacato è anche questa. Passa attraverso politiche attive a favore del lavoro, che è la prima forma di emancipazione (nonostante qualche progresso siamo sempre 13 punti sotto la media europea), contrattando sgravi fiscali e migliori condizioni per le lavoratrici, per il sostegno alla maternità ed al lavoro di cura, ai centri di ascolto, agli asili nido, al telelavoro, all'assistenza sanitaria integrativa, perché spesso la violenza si annida anche nelle frustrazioni dei luoghi di lavoro, nella precarietà infinita, nel divario salariale tra uomini e donne, nell'imposizione del lavoro domenicale o dei part- time alle donne in tante aziende piccole e grandi, nel sovraccarico di lavoro domestico. Le discriminazioni, il mobbing ed il sessismo sono spesso l'anticamera di fenomeni di degenerazione gravi. Ecco perché non bisogna mai abbassare la guardia, non sottovalutare nessun episodio. Dobbiamo saper costruire le condizioni per una alleanza vera tra le istituzioni, la società civile, le associazioni cattoliche e laiche, la scuola, l’università, il mondo dell’informazione. Ciascuno deve fare la sua parte. Questa è la battaglia sindacale e culturale che la Cisl vuole portare avanti, unendo uomini e donne  per una giusta causa, facendo nostro l'invito di Papa Francesco a batterci contro ogni intimidazione, per la libertà e la piena dignità di tutte le donne.

 

*segretaria generale Cisl

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Commenti all'articolo

  • perturbabile

    15 Novembre 2017 - 20:08

    (segue) Sulla prostituzione, convengo che il suo sfruttamento sia esecrabile, ma non la prostituzione in sè. E la presunta colpa del cliente (solo responsabile, pare) non viene giustificata (come dovrebbe) nella lettera, mentre i dati del Nord Europa confermano che la bontà di un'dea non dipende dal numero di adesioni che raccoglie. Anche da dimostrare è che la prostituzione non possa esser frutto di libera scelta. Alle donne vorrei poi dire: lo stato di allerta costante e il sospetto come metodo, che vi sono raccomandati, possono ostacolare le relazioni positive tra umani. Rigetto infine la pretesa di un sindacato di ficcare il naso in troppi aspetti della vita sociale. Dunque, allerta bigenere (stavolta sí): ma verso la CISL! PS: e che dire della visione che il Pastore ha del suo gregge, tutta pecore e niente caproni?

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  • perturbabile

    15 Novembre 2017 - 20:08

    Il compito di un sindacato è tutelare gli interessi professionali collettivi degli iscritti e non far emergere le forme di violenza nè 'operare per un cambiamento culturale, a partire dai luoghi di lavoro, centrato sulla tutela della persona'. Ciò spetta semmai alla politica e alla magistratura. Ma se anche cosí fosse,perchè si parla di 'persona', ma poi ci si riferisce solo alle donne? Nel non parermi essere l'Italia un Paese avanzato e moderno, obietto a che il fondamento di una comunità sia solo il rispetto reciproco tra UU e DD, mentre lo è anche quello tra UU e UU e tra DD e DD: in sintesi, tra individui. Troppo semplice? Da sostiture l'irresponsabile 'certezza delle pene' con 'certezza del diritto'. Impassabile il concetto di diritti umani che vede il sopruso solo a danno delle donne. Ma si sa quanto più vendicative degli uomini, possano essere.

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